Queste mie parole

ballerina

Ci sono parole cuneiformi, che incidono ricordi la’ dove fanno piu’ male. In mezzo al petto, non nel cuore, ma tra le costole, dove le fitte danno dolore senza uccidere. Arrivano da dentro e le sento spezzarmi le ossa e incunearsi nel costato. Cercano di venir fuori, spinte da un magma pregno di rabbia e, al contempo, di amore, di frustrazioni, di vita passata, di desideri irrealizzabili e di altri irrealizzati. Spingono in salita, come certi pesci che risalita la corrente vanno a morire dove sono nati. Ho tutte queste parole, bloccate in gola o incastrate tra i denti che le masticano e ringoiano all’infinito, e fanno male come una carie, perdio. Giu’, state giu’. Silenziose e nascoste, buie come certe ombre al di la’ della luna.  Ho bisogno di un posto, senza luce ne’ eco. Voglio un luogo per nascondermi, per proteggermi. Sarei la ballerina di un vecchio carillon di cui si e’ persa la chiave, e che nessuno ascolta piu’. Uno scrigno chiuso.

 

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Marta di neve ( stralcio )

alberi al vento

Mi sorprende sempre l’umore del vento e il rispetto che ha, di seguire il ritmo del mio. Come se le mie inclinazioni fossero scortate da una corrente solidale, e mi ritrovassi ogni volta accompagnata, sospinta, incitata dal cielo a liberare l’anima, che bussa sempre forte, irrequieta, alle mie sbarre. E’ stata una notte senza immobilità, quella appena trascorsa. Ogni cosa, dentro e fuori di me, era in movimento. Sveglia come una nave in un giorno di burrasca. Ho tentato di lasciarmi prendere dal sonno, ma persino gli occhi erano spalancati dietro le palpebre chiuse, e ho sentito il vento annunciare il suo arrivo, sfiorando le chiome degli alberi. Mi sono alzata e l’ho raggiunto in giardino. Le cime degli alberi si muovevano in un lento ondeggiare. Una danza perfetta. Delicato fluttuare, come alghe in fondo al mare. Sembrava aspettassero un cenno. Un Sabba di fronde e io al centro. A piedi nudi sul prato, ho alzato le braccia verso il buio e la tempesta ha avuto inizio. Il vento si e’ alzato, caldo di Scirocco, e le vesti hanno aderito al corpo come una seconda pelle. I lunghi capelli si sono sollevati dalle spalle seguendo le direzioni del vento e qualcosa dentro me ha smesso di esitare ed e’ venuto fuori con la forma di un grido.
“Non sono io l’agnello sacrificale di questo Sabba. Io sono il fuoco a cui offrire. Non ti sento qui con me. Non sento il tuo dolore, non sento il mio. Questa notte sono libera. Questa notte sono libera.”.

Sono un coso!

Sono un coso di dimensioni non definite, grande fuori e minuscolo dentro. Mi uccido di risate e mi ucciderei e basta. Cammino sui fili di seta perchè la stabilità non m’appartiene. Entro in punta di piedi nelle altre anime, per divorarle e averne, così, una anche io.

Ho un angolo buio nella mente, dove uragani di parole e tempeste di insicurezza prendono vita, improvvise, devastanti… offuscando tutto il resto.

Sono un coso bisognoso, ma non so di cosa. Tu, intanto dammi quello che hai!

Sono un coso con un marsupio da riempire d’attenzioni e risate. Sono un coso con un marsupio pieno di acqua salata. Ecco cosa puoi darmi… uno straccio per asciugare.

Sono un coso brutto, a volte, ma ho una struttura delicata. Sono un cristallo… un coso di Boemia e sono pieno di crepe. Ecco cosa puoi darmi… un pezzo di Scotch.

Sono un coso adulto, ma la mia vita non è iniziata…  è solo finita molte volte.

Sono un coso di ghiaccio, ma quanto fuoco nascondo sotto il mare.

Sono un  coso di fuoco, ma quanto ghiaccio…

Sono un coso lunatico e amo tanto e odio a sufficienza.

Sono un coso creativo, e creo un sacco di stronzate.

Sono un coso strano, un tipo losco… se potessi mi eviterei.

Sono un coso. Non ho speranza di essere altro.

Sono un coso… sono solo un coso… un coso!

Di polvere e di anelli

Ho costruito una stanza, molto… molto tempo fa. Una sorta di magazzino dove poter nascondere tutte quelle cianfrusaglie che non volevo, quelle che non potevo e quelle che non riuscivo a buttare via. Ce l’ho in mezzo al petto. Non nel cuore, che si è spostato più a sinistra per far posto alle mie cose, un po’ più in alto, ma proprio nel mezzo. Non ci vado, se non per aggiungere qualcosa, e non ne tiro fuori niente, mai. Non c’è molta luce, perchè quelle cose sono lì per essere dimenticate. Non vorrei inciampare in una sensazione antica, mentre sono lì dentro per aggiungerne una nuova. C’è nascosto qualche desiderio, un pianoforte usato poco, scordato e dimenticato, una madia di paure, un segreto indicibile, un paio di fotografie e abiti ormai lisi, indossati in occasioni appartenute a un’altra vita. E tutto è così talmente impolverato che i colori sono scomparsi. A starci nella penombra, sembra un disegno a matita. Non ci vado, se non per aggiungere qualcosa, e non ne tiro fuori niente, mai. Ma oggi il cielo è diventato livido e, in breve tempo, è iniziato il temporale. Acqua e aria si sono separate. La pioggia è venuta giù dritta, pesante, perpendicolare alla terra, allagando il giardino fin nei suoi anfratti. Le grosse pietre che circondano l’aiuola giapponese, mi sono parse sospese. Il piazzale all’ingresso si è trasformato in una lastra bianca di microsfere di ghiaccio. In questo mese di Luglio, il paesaggio è quello di Novembre. Come in uno stereogramma, all’orizzonte l’immagine è cambiata. Dietro la rigidità dell’acqua, il vento è soffiato ovunque, ma senza vigore. Le fronde degli alberi si sono messe a fluttuare come alghe in fondo al mare, morbide, senza coscienza, senza regole, come i dervish che girano in trance, spinti da forze invisibili e ogni pianta, arbusto o foglia, si è mossa sinuosa in una danza perfetta. In questa dimensione surreale, tra un temporale estivo e una ballata araba, mi sono accorta di avere qualcosa da aggiungere al mio ciarpame. Te. Non perchè non voglia amarti, non perchè abbia smesso di farlo, non perchè non t’amerò per il resto dei miei giorni, e quelli dopo ancora. Perchè ti amo di un amore incondizionato e la mia intera esistenza ruota intorno a questo amore, e la mia vita non prende forma. Mai. Così sono scesa nella stanza, per abbandonarti lì, ma non a terra come un ricordo qualsiasi, sul pianoforte, che t’ho insegnato ad apprezzare. Ho avuto quasi paura a entrare. Ho esitato sulla porta. Ho fatto un passo indietro e poi uno in avanti. Ho afferrato la maniglia e poi l’ho lasciata. Due passi indietro, tre, e poi sono restata ferma a fissare la porta chiusa, per qualche minuto.

Stavo per andarmene, poi un odore stantìo di ricordi e muffa mi ha raggiunta, lasciandomi un senso di nausea che ho subito ingoiato, ma a fatica, come fosse di fango. Ho fatto un balzo in avanti, e ho aperto. E’ entrata un po’ di luce, con me, e ho soffiato la polvere che, aprendo la porta, si è sollevata finendomi nella gola. Ho tossito e qualcosa si è mosso. Forse il più giovane tra i ricordi, qualcosa che ancora non ho dimenticato del tutto. Mi sono affrettata a trovarti spazio tra i tasti bianchi e neri e sono tornata alla porta senza voltarmi. Mentre richiudevo, qualcosa mi ha fermata. Uno strattone mi ha riportata indietro di un passo. Il tuo anello, che è troppo grande per me, si è incastrato alla maniglia. E’ stato come essere afferrata dalle tue mani. E’ stato come udire la tua voce. Non ho pensato, non ho guardato, non ho parlato…

E sei ancora qui fuori, con me.

Marta di neve ( stralcio )

Foto

[…] Oh Marta, la mia vita s’è fermata. Solo il tempo s’è messo a correre, senza concedermi il lusso di un momento per ricordarmi di non averti salutata, e disperarmi per questo. Ma una notte, qualche anno fa, ti ho sognata. C’era un festa, qui nella casa di New York, e tu sei arrivata entrando dalla porta della cucina. Avevi quindici anni. Indossavi la tua mantella grigia e i capelli cadevano sciolti, lungo la schiena. Non m’hai detto una parola, ma ti piaceva la mia casa. Il vento batteva forte sulle finestre e pioveva, come quel giorno. D’un tratto il cielo grigio è diventato livido. Il vento ha cessato di soffiare e per una frazione di secondi anche la pioggia m’è sembrata rimanere sospesa. Ti sei appoggiata al pianoforte e qualche tasto ha suonato note stonate. Ti ho raggiunta per toccarti, ma lo spazio si è rimpicciolito, il cielo si è chiuso e tu sei svanita di nuovo. Ho sentito il cuore piegarsi su se stesso, e chiudersi in un’infinità di ricordi e segreti che sono solo nostri, solo miei.

Ho bisogno di parlarti, Marta. No, non ne ho bisogno, invece. Non ne ho mai avuto. Ho solo voglia di averti qui. Di saperti nella tua stanza e di sapere che, in qualunque momento, posso raggiungerti, sedermi accanto a te e raccontarti di quando eri bambina, o spazzolarti i capelli e scegliere per te un vestito che si intoni ai tuoi colori.

In questo silenzio, il mio stesso respiro è un rumore assordante. […]

La mia Amica

La mia Amica ha un cuore di pioggia e colori.

Ride quando piange e scherza seriamente.

La mia Amica ha un cuore di paglia eterna

che brucia di puri sentimenti

senza mai consumarsi.

La mia Amica e’ una giara

e in lei mi rifugio quando il mondo mi pare ostile.

Se non avessi la mia Amica, costruirei un luogo sicuro

per proteggere il mio cuore e accarezzare la mia anima,

come solo lei sa fare.

Se non avessi la mia Amica, costruirei un immenso sorriso

per ritrovare il conforto del suo.

Se non avessi la mia Amica,

lacrime e risate non sarebbero che inutili suoni.

Se non avessi la mia Amica,

dovrei cercarmi ogni giorno

perche’ solo lei sa trovarmi.

La mia Amica e’ il buongiorno e la buonanotte.

Un segreto custodito

Una lacrima asciugata

La tavolozza di un pittore, sotto un cielo di piombo.

La mia Amica c’era ieri e anche oggi.

La mia Amica la vorro’ domani.

Bambine insieme…

Stefania e me.

Marta di neve (stralcio)

 

C’è un momento, quando non è più giorno e la sera è in ritardo, in cui le ore e i minuti mi paiono immobili. Come se un ingranaggio di tutti gli orologi si fosse inceppato e persino il traffico rimanesse immobile. Come se le foglie degli alberi non fossero succubi del vento e il vento stesso fosse paralizzato da una forza dominante. Nessun animale attraversa il mio giardino e gli uccelli volano ovunque, ma non sulla mia casa. Il cielo è una distesa di diaspro e si estende immobile fin dove i miei occhi arrivano a vederlo. Se il cuore non battesse per conto suo, mi si fermerebbe nel petto inseguendo l’inerzia di questo istante. E’ in questo momento che le ombre sembrano avere un peso e il ricordo di noi diventa un pugno di sabbia che cerco di ingoiare. Non è per tutti questo tempo, non è per tutti questo manto grigio sopra il capo. E’ mio. Solo per me è la sua pesantezza e mi fa sentire il fallimento della mia vita come il frinire delle cicale ad agosto. Non trovo sollievo a questa inquietudine che mi spinge verso il tramonto e aspettando la notte, nel cui silenzio ritrovo energie, mi preparo una tisana di limone e alloro.

Bevo piano e cerco di trattenere qualcosa in fondo alla gola, credo sia lì che mi si blocchi la tristezza insieme a tutte quelle cose che non sono capace di dire, formando un groviglio che spesso mi soffoca, e mi brucia costantemente, come un’infiammazione che non guarisce.

Sento il gusto del limone acuirsi e darmi quasi sollievo, là dove i ricordi si arenano come un’imbarcazione su un banco di sabbia e mi pare di riuscire a rimandarli giù, dove li tengo sempre nascosti, come uno scrigno infondo al mare.

L’alloro è nell’aria, non solo in me. Si riversa nella stanza coprendo ogni odore e confonde un pensiero come la nebbia un’ombra. Bevo questa tisana per sterilizzarmi. Per disinfettare le ferite invisibili, come un miele riparatore.

L’acqua bolle per alcuni minuti, lasciando che la scorza perda colore, tutto diventa giallo e mi torna in mente un tuo vestito a fiori ricamati, e il giorno che lo indossasti per me. [ … ]

Marta di neve ( stralcio )

È l’ultimo giorno di gennaio. Mi fa sempre un certo effetto passare da un mese a un altro. Come se in quell’ultimo giorno, all’improvviso, mi ricordassi che il tempo scivola come l’acqua sotto i ponti, la prima foglia che cade, la prima che germoglia, un cane che passa o una nuvola che cambia forma. Tutto è tempo. Tutto viene e va, in minuti, giorni, anni che nessuno conosce. Anche questa neve che abita il mio giardino, tra poco si scioglierà. Questa stagione, con le sue nevicate, i cieli bianchi così bassi da poterli quasi toccare, sono ciò che più si avvicina al mio silenzio. A volte rimango alla finestra per ore, anche di notte. Mi alzo per guardare le strade imbiancate, prima che arrivino gli spazzaneve e in quel silenzio ho il sospetto che il mio corpo sia cieco e sordo a se stesso, che non abbia percezione di sé. Come se mi fosse stato tolto qualcosa da dentro, proprio nel centro e non ricordassi più di avere un corpo, e il tempo non lo calcolo.

Sembra stupido, me ne rendo conto, ma fino all’ultimo ho creduto che il tuo tempo fosse infinito. Pur essendo più giovane, mi domandavo di continuo chi ti avrebbe amata, dopo la mia morte. Dopo. Quando tutti noi saremmo morti, e i mari si sarebbero prosciugati, quando sulla terra non sarebbe stato che deserto e l’ultimo degli insetti sarebbe rimasto senza fiori su cui volare, e senza ali fosse morto, senza neanche la consolazione di essere servito come pasto per qualcuno. Quando tutto sarebbe stato un immenso niente e tu invece fossi rimasta. Eterna. Chi ti avrebbe amata? Chi, così intensamente come io faccio? E poi, invece, sei andata via. Prima di tutti. Prima di me, che son rimasta qui a tentare di nascondere a me stessa che una vita mia non l’avevo. Che avevo la tua. Che avevi rubato la mia. Che ci siamo vestite nello stesso modo per anni. Che abbiamo portato le stesse trecce e le stesse scarpe. Che abbiamo fatto e non fatto le stesse cose, e che per questo non ero che una metà. Credo di essermi orribilmente, irrimediabilmente frantumata negli anni, senza accorgermene, fino a divenire un mosaico di funzioni compromesse. Riesco solo a respirare e a trascinarmi ogni giorno fino al sonno. La mia ombra mi gira intorno, vorrebbe scappare e vivere sotto altre spoglie. Aspetta il tramonto per allungarsi verso l’orizzonte e stendersi e assottigliarsi in qualcosa che anche solo vagamente somigli a un allontanamento. Poi il sole scompare e io la divoro di nuovo, ogni notte, come l’aquila col fegato di Prometeo. Non c’è più tempo per me?  Mi viene in mente L’Ecclesiaste: “Tutto ha il suo momento, e ogni evento ha il suo tempo sotto il cielo. Un tempo per nascere e uno per morire, uno per odiare e uno per amare, per cercare e per perdere, per la guerra e per la pace e per …” C’è un tempo per ogni cosa, ma non per la mia ombra, che muore con me, in questa casa di macerie in cui la costringo a vivere.

 

 

Marta di neve ( Stralcio )

donna finestra

 

Per questa notte è prevista una bufera di neve. Le sirene d’allarme hanno suonato più volte come se fossimo sotto un attacco aereo. I supermercati erano affollati di gente in preda a un attacco di acquisto compulsivo. Due signore si sono quasi picchiate per una scatola di avena biologica. E poi dicono che il biologico è salutare.  I carrelli colmi, come se questa neve dovesse durare fino a primavera e nessuno potesse più uscire di casa senza affrontare una nuova era glaciale. Il tizio alla cassa mi ha guardata con aria quasi impietosita.  Caramelle gommose, una baguette, due tavolette di cioccolata fondente, una confezione di gelato alla vaniglia e tre scatole di caffè in confezione famiglia, per un totale di nove scatole. Basterà almeno per un mese e mezzo. Mi sembra di essere borderline, senza caffè. Come se berlo mi permettesse di avere un contatto diretto col cosmo. Ne sono così drogata, che in assenza di caffè potrei bere l’acqua di una pozzanghera, e connettermi con l’universo grazie a un effetto placebo. Le caramelle gommose le ho prese per abitudine. Ne ho da vendere nella dispensa. Alcune scatole ho dovuto smistarle in più parti della casa, persino sotto il letto, in previsione di un attacco di malinconia durante la notte.  Mi chiedo che cosa diresti, se sapessi che per molto tempo ho continuato a mangiarle col pane, come provammo a fare quel giorno in montagna.

Ci siamo guardate mentre masticavamo, poi le abbiamo sputate e siamo scoppiate a ridere. Un giorno qualunque di qualche anno dopo, hai smesso di parlare. Non esistevano più le tue parole, né i gesti, né giochi e risate. Nessuna corsa in bici, niente più carezze né bambole da vestire. Ho aspettato, e aspettato ancora. I giorni sono diventati anni, trascorsi in un tempo infinito in cui mangiare pane e caramelle era diventata una consolazione. Una ricerca affannosa nella memoria del suono della tua voce, delle risate di quel giorno. Sei un mare di ricordi silenziosi, e io una nave alla deriva che non può affondare, né approdare in alcun porto. Alla deriva.

Ormai il sole è calato da un pezzo. Aspetto la neve, come le puttane i clienti. Guardo continuamente il cielo e cerco l’annuncio della bufera nel vento tra i rami, nell’assenza di animali, nelle finestre sbarrate dei vicini, nel cielo basso che nell’oscurità sembra un’ombra minacciosa. Cerco di spingere il tempo in avanti distraendomi con altre cose, ma sono così piena di eccitazione da non riuscire a gestire niente. Mi metto a cucinare qualcosa, lo faccio sempre quando sono su di giri. Voglio una cosa diversa e accendo il computer per cercare nuove ricette. Poi mi ricordo di aver comprato delle tavolette di cioccolata e mi accingo a preparare una torta. Nel cambiare postazione vedo il libro che sto leggendo, aperto a metà per non perdere il segno, abbandonato sulla poltrona. Mi dirigo verso di esso e mi siedo, continuo a leggere ma non capisco le parole, e continuo a distrarmi soffermandomi sulla scelta dei quadri che ho appeso in sala, e sulle piante con gli steli bassi perché ho dimenticato di dar loro l’acqua. Mi alzo, torno in cucina per prendere una brocca d’acqua e mi ricordo della torta, dimenticando di nuovo le piante.

Per quando arriverà la bufera, sarò esausta e m’addormenterò senza averla vista.

Sono sempre stata impaziente, ma sto avvicinandomi alla quinta essenza del disastro da confusione mentale. Per un uomo sarebbe un suicidio vivermi accanto e dover accettare tutte le mie manie, le abitudini quasi perverse e tutti i miei capricci e le fissazioni. Sono una donna snervante. Quelle come me si lasciano con frasi sul genere “Tu non sei normale”. Ma chi lo è? Abbiamo tutti piccole peculiarità che ci rendono speciali, unici. [ … ]

L’ultimo senso

” Mio amore, mio unico e solo risentimento. Ti scrivo  parole che non so dire, in questa lettera che non spediro’.

Guardo il mondo dall’inferno e tutto sembra ormai distante, cosi’ distante, come se la vita non mi fosse mai appartenuta. Un baco da seta mai trasformatosi, la piu’ piccola tra le Matrioske, una giostra senza bambini. Intrappolata in questa nuova me, osservo la mia vita incupirsi e allungarsi come le ombre, prima di confondersi nella notte.

Le ore sono giorni, i giorni sono anni. Il tempo e’ un milione di vite nelle quali mi trascinero’, inseguendomi.

In questa infinita ricerca, abbraccero’ ancora, e ancora il ricordo di te e di quella meraviglia che era solo nostra, racchiusa in un legame indelebile.

E’ la vita di un’altra quella in cui siamo felici, un film in bianco e nero che nessuno guarda piu’. Soltanto noi.

Ti sento nell’anima e so che mi cerchi ancora. Mi vuoi ancora. Mi ami ancora e ancora mi chiami “Il mio bellissimo fiore “. In questa parte del mondo in cui sono fuggita, sopravvivo nella nostalgia di cio’ che eravamo e nel rimpianto per tutto quello che saremmo stati se solo il mio aspetto non ci avesse maledetti entrambi.

Bellissima, lo ero davvero. Lo ero. Poi ho coperto il mio corpo di stracci e nascosto i capelli. Ho detto addio ai colori sul viso e dato il benvenuto a un silenzio concesso solo al resto del mondo. Ti ho regalato anni fatti solo di noi, e ci ho protetti dalla tua gelosia.

Nascondere ogni avvenenza e’ stato vano.

Ti vedo ancora sulla porta. Ti segue la luce ocra di Ottobre. Le foglie d’autunno coprono il giardino e dalla finestra socchiusa entra odore di terra bagnata. I tuoi occhi severi mi fissano e, di colpo, abbasso i miei per non incrociarli. Il sorriso con cui avevo atteso il tuo ritorno si spegne.

C’e’ nell’aria odore di paura e si confonde con il profumo che ho messo per te.

Sento i tuoi passi attraversare la stanza. Presto mi raggiungerai. Il cuore sta per uscirmi dal petto e velocemente ripercorro la giornata appena trascorsa.

Che cosa ho fatto? Che cosa ho fatto? Ho pulito a fondo la casa, ho fatto la spesa, sono tornata subito qui. Non ho parlato con nessuno. Non ho risposto al telefono. Che cosa ho fatto?

E mentre mi afferri i capelli continuo a chiedermi dove ho sbagliato.

Un ultimo sguardo ai tuoi occhi cosi’ neri, che ho tanto amato, e poi qualcosa di liquido mi cola sul viso. Che stai facendo? E’ acqua? Che cos’e’ questo caldo intenso che mi pervade? Sto bruciando.Dio mio, salvami. Il mio volto e’ un incendio nel bosco e la tua mano e’ una morsa. C’e’ odore di carne bruciata e l’unica cosa a cui riesco a pensare e’ il colore della Corniola. Tra le grida porto le mani sul viso, e anche loro iniziano a bruciare. Non riesco ad aprire gli occhi e le lacrime sono come benzina. Poi cado a terra. Il dolore arriva fino al cuore. Sento il telefono squillare. Un calcio mi arriva nel costato. Perdo i sensi e le tue parole non le sento piu’.

Quello che e’ accaduto dopo non ha avuto importanza per me. L’acido ha cancellato per sempre il mio volto. Quel che resta del tuo bellissimo fiore e’ un paesaggio brullo coperto da un velo nero.

Gli anni sono trascorsi lenti. Il tempo deve essersi fermato quel giorno. Non ho memoria del dopo. Penso a te costantemente. Alla nostra citta’, dall’altra parte dell’Oceano, che un tempo ci ha visti innamorati. Se non avessi avuto questa maledizione, questa colpa di essere bella, saremmo stati felici ? Saremmo invecchiati insieme, passeggiando tra i vicoli mano nella mano, come un tempo?

Quel giorno le nostre anime si sono fuse, legandosi per sempre. Pur volendo dimenticare, sei riflesso nello specchio in cui guardo ogni mattina. Con me. Sei in ogni piega del viso. Sei in quest’occhio, chiuso per sempre. Sei sulle labbra mangiate. Sei tra le dita bruciate. Sei la mia cicatrice piu’ grande, sul cuore.

La mia bellezza mi ha portata all’inferno, e in questo lento morire, tra i sentimenti superstiti, l’unico senso che affiora non e’ l’amore, ne’ l’odio, ma l’appartenenza. Quella profonda e netta sensazione che tu sia la parte mancante che integra la mia esistenza. Quell’indicibile sensazione di essere incastrata nella tua vita e di essere parte ostinata di quel ” noi ” che abbiamo creduto di poter essere. Nel dolore del nostro vivere insieme, non ho trovato il coraggio di sentirmi colpevole nel modo giusto, Non lo ero. La mia sola imprudenza e’ stata quella di essere bella.

In questa sindrome spaventosa, nonostante tutto, non saro’ di nessuno. Neanche mia.

Per sempre. Tua “.

Prossima uscita FusibiliaLibri, “Sono bella, ma non è colpa mia”