Buon anno, cosi’!

buonanno

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Sono un coso!

Sono un coso di dimensioni non definite, grande fuori e minuscolo dentro. Mi uccido di risate e mi ucciderei e basta. Cammino sui fili di seta perchè la stabilità non m’appartiene. Entro in punta di piedi nelle altre anime, per divorarle e averne, così, una anche io.

Ho un angolo buio nella mente, dove uragani di parole e tempeste di insicurezza prendono vita, improvvise, devastanti… offuscando tutto il resto.

Sono un coso bisognoso, ma non so di cosa. Tu, intanto dammi quello che hai!

Sono un coso con un marsupio da riempire d’attenzioni e risate. Sono un coso con un marsupio pieno di acqua salata. Ecco cosa puoi darmi… uno straccio per asciugare.

Sono un coso brutto, a volte, ma ho una struttura delicata. Sono un cristallo… un coso di Boemia e sono pieno di crepe. Ecco cosa puoi darmi… un pezzo di Scotch.

Sono un coso adulto, ma la mia vita non è iniziata…  è solo finita molte volte.

Sono un coso di ghiaccio, ma quanto fuoco nascondo sotto il mare.

Sono un  coso di fuoco, ma quanto ghiaccio…

Sono un coso lunatico e amo tanto e odio a sufficienza.

Sono un coso creativo, e creo un sacco di stronzate.

Sono un coso strano, un tipo losco… se potessi mi eviterei.

Sono un coso. Non ho speranza di essere altro.

Sono un coso… sono solo un coso… un coso!

e niente…

Un posto nell’universo, io non ce l’ho. Una ragion d’essere da qualche parte, sola, io e quest’anima irrequieta che mi abita, non ce l’ho. E lo dico che ho una voglia assurda che mi si contorce dentro, e non so di cosa. Forse e’ l’inverno. Si’, ho bisogno di temporali, di venti gelidi e grandine. Qualcosa che si muova veloce, e che accompagni le ore fino alla notte. Qualcosa che mi stanchi, che mi faccia sentire spossata solo per averla guardata dalla finestra. E poi qualcosa che mi calmi. E poi la neve. Ho bisogno di una simbiosi tra le mie stagioni e quelle fuori.  Ho scelto male il mio corpo, potevo essere uno di quei cani che trainano le slitte sui terreni glaciali, e invece sono una donna… e mi pare d’esser morta, quando e’ estate.

Cuore di carciofo

Io me lo ricordo bene, quel giorno a casa tua, con i carciofi della tua Sardegna sparsi sul tavolo in salone.
Pareva che dovessero decorare la  stanza.
” Toto’, so’ carciofi, mica tulipani “.
” Aio’, non dicciamo stupiddaggini. Questi non sono micca carciofi normalli. Prendi l’olio che ti faccio veddere “.
Poi ti sei messo a ridere, scoprendo l’unico dente rimasto. Un irriducibile. Un dente che ha sfidato la forza di gravita’, e ha vinto.
Non ci avevo piu’ pensato. Ora che sei andato via, ti rivedo seduto a quel tavolo. Agguanti un carciofo e lo fissi come fosse una bella donna. E poi lo spogli.
” Le prime foglie sono durre, ma non le togliere tutte. Dopo il primo stratto, morbide divventano. E poi le metti nell’ollio e solo la parte bianca ti devi mangiarre. Crudda “.
Gli occhi si chiudono felici, e il dente fa la sua comparsa.
Per ore non ci siamo detti una parola. Ma che c’era da dire poi? Mi dicevi sempre che per te ero speciale, e non me ne importava niente.
Un’anima inutile sulla terra. Questo pensavo. Ma d’altra parte, Toto’, che hai fatto tu nella vita? Non sapevi fare niente. Due parole in fila non le sapevi mettere. Parlare con te era stimolante come guardare una porta chiusa. Ignoravi il mondo. Non sapevi lavorare. Qualunque cosa facevi, la facevi male. A Natale, ero bello giocare a carte, solo per il gusto di barare con te. Non te ne sei mai accorto Toto’…ma quanti soldi ti sei fatto sfilare. E che brutta sensazione che mi davi l’estate, quando venivi con i calzoncini corti, la canottiera della salute, e i calzini lunghi sui mocassini. E le foto? Ecco, parliamo delle foto che ogni anno, Natale, Pasqua o ferragosto, ci scattavi.
” Fermi tutti. La macchinnetta prendo “. Quel fermi tutti ci ha demoralizzati per anni. Il tempo che impiegavi a scattare una foto, equivaleva al tempo per un dipinto a olio. Senza contare che, in piu’ di vent’anni, nessuno di noi ha mai visto un tuo scatto. Che te ne facevi Toto’? Ecco, questa e’ una domanda che ti farei, se fossi ancora qui. E anche, ti chiederei, te lo ricordi quel giorno a casa tua, a mangiare carciofi in silenzio? Come sembravi felice Toto’. Che cercavi dietro le foglie dure? Il cuore del carciofo, o il tuo, rimasto in Sardegna ?
Tu non sai neanche di che cosa sei morto. Pensavi di avere una malattia, e invece ne avevi un’altra. Se dicevi bianco, era sicuramente nero. Se facevi una cosa, era sicuramente la cosa da non fare. Non lo sapevi mica che ci stavi a fare su questa terra. Ma tranquillo, Toto’, tanto non lo sapevamo neanche noi.  Eri tu il vero carciofo Toto’. Pero’, adesso mi pento di non avertelo mai detto, che un po’ di bene te n’ho voluto e che i carciofi non saranno mai piu’ buoni, come quel giorno.