Ufficio informazioni

pesce

“Siete sicuro che non sia passata di qui? A guardarla bene, Mara, ha il viso pieno di cose grandi. Le labbra carnose, gli occhi enormi e le sopracciglia folte, e tanti… tanti denti e, quando sorride, tutta la faccia si muove in un agglomerato di funzioni che sembrano scollegate. Le narici si aprono un po’, gli occhi si strizzano fino a diventare due fessure piene di lunghe ciglia, e il collo fa ondeggiare tutta la testa avanti, indietro e di lato. Poi una mano sale aperta alla bocca, per coprire le gengive che si scoprono alla risata, come i mostri sotto il letto. Se l’avvicinate per parlare e vedete che si strofina forte il naso, vuol dire che e’ imbarazzata e nervosa, ma e’ sicuramente lei perche’ non conosco nessuno capace di stropicciarsi il naso in quel modo, e allora allontanatevi con discrezione e chiamatemi subito.  Che altro? Ah, si’… a guardarla bene, sempre allegra, non si direbbe che porti sulle spalle una zavorra di passato. No, non un sacco, cerchi di capirmi, ma una serie di invisibili bagagli di mille vite, tutte storte, tutte folli, troppo complicate per tutti. Per questo non ne parla a nessuno e i suoi bagagli sono sempre chiusi. Ma lei non puo’ immaginare, non capisce, non la conosce… che ne puo’ sapere dei bagagli di Mara? E poi? Oh… si’, come odia la banalita’ della vita degli altri. Tutta quella routine, quel parlare di niente, quei problemi insulsi e sempre cosi’ vicini a milioni di soluzioni possibili. Si’, sembra un po’ snob, e anche un po’ stronza. Se non l’avessi conosciuta cosi’ profondamente, l’avrei odiata anche io, quasi come lei odiava se stessa per essere quella che era; una donna sempre in fuga dal mondo e dalle persone, e un posto nell’universo di sicuro lei non ce l’ha ancora, e la fiducia negli altri non ce l’ha, ma quella non ce l’ha mai avuta dalla nascita, ed e’ certa di non ricevere in cambio l’amore che invece da’, perche’, dice lei, le persone sono cattive e prima o poi ti feriscono, ti mentono, ti uccidono mangiandoti viva, cominciando dal cuore e tutte le interiora. Oh si’, questo dice! Ma a guardarla, tutto questo non si vede, perche’ lei finge di vivere come nelle commedie americane. Sembra Bridget Jones, un po’ scema, non felice ma allegra, sempre incasinata, un po’ imbranata. No ma, non ha capito, non la deve cercare, deve solo aspettare di vederla… e riconoscerla per come gliela sto descrivendo. Sara’ lei ad arrivare, se decidera’ di tornare, perche’ lei e’ cosi’, arriva nella tua vita per caso, leggera, in punta di piedi, poi te la incasina e se ne va, la vita… intendo. Ma e’ cosi’, Mara. Arriva senza passato ne’ futuro, solo presente. Come uno straniero che arriva in un porto e scende dalla nave senza bagaglio. Vuole solo un posto per dormire, oggi, non domani, perche’ non sa cosa fara’ quel domani. Eppure, sa? una volta si e’ fermata e ha detto:

“Qui potrei restare”

E allora ha aperto i suoi bagli, quelli invisibili che nessuno conosce, ma c’era troppo passato dentro e le valigie sono esplose in un’eruzione di casini ingestibili ed e’ stato come cavalcare un animale psicotico verso una stalla in fiamme, e tutti quelli che l’avevano convinta a restare, sono fuggiti lasciandola a rimettere tutto in ordine, a nascondere di nuovo i suoi bagagli, costringendola a una nuova partenza, per ricostruirsi chissa’ dove. No, nessuno l’ha piu’ vista o sentita. Si sono avviluppati e poi inghiottiti a vicenda, lei e il silenzio,  e tutti i suoi bagagli. Ma passera’ di qui, tornera’ prima o poi e voi la riconoscerete. Entrera’ da quella porta, proprio li’ dove c’e’ quel buco che ha la forma della sua assenza, perche’ e’ da li’ che e’ fuggita, in silenzio. Come faccio a saperlo? Perche’ richiudendo i bagagli, nella fretta di scappare non si e’ accorta di aver lasciato qui qualcosa e, di certo, vorra’ riaverlo indietro. Tornera’. La riconoscerete. Ha gli occhi grandi, sorride e non si fida ma lo rivorra’, perdio, o forse no? Il ricordo di noi.

La ballata di Maria (Racconto banale)

ponte di Oresund

Intanto che il profumo della quinoa riempiva la stanza, Maria se ne stava sdraiata sul letto a guardare un programma stupido sui mostri marini e l’esistenza delle sirene. Il telecomando scivolava su e giù nella mano, girando come una clessidra. Un gesto incondizionato nato dalla quotidianità, dalla noia, dalla stanchezza della giornata o forse da anni di solitudine trascorsi nello stesso monolocale.  La mansarda di un palazzetto azzurro alla periferia di Copenaghen. In fondo, quel gesto rendeva il telecomando l’unica altra forma di vita nella casa. Non una pianta, neanche grassa, alla quale si deve poca cura, o finta o disegnata. Non una foto di famiglia, di un amico, di quella volta in montagna o di quell’altra al mare. Neanche un pesce rosso in un bicchiere o una di quelle palle di vetro con la neve, ricordo di qualcun altro che ha fatto un viaggio chissà dove. Nessun colore predominante. Nessun segno di vita, a parte il respiro di Maria e il saliscendi del telecomando. Solo un divano letto, un tavolo rettangolare con tre sedie, una piccola parete attrezzata e i fuochi della cucina dove due volte a settimana imperava la quinoa con le verdure, quasi tutti i giorni bollivano legumi, tre volte il cavolo nero e una volta la pasta, rigorosamente di farro. Spesso e volentieri facevano comparsa a tavola dei cibi mitologici, tipo hamburger di lupini o di alghe. Il tutto perennemente contornato da insalata condita con gomasio. Tre passi da scarpa numero trentanove più in là, il bagno. Doccia, sanitari e lavatrice. C’era anche un piccolo balcone, anch’esso senza piante, ma con un paio di fili per appendere i panni, da dove si intravedevano le barche ferme nel porto e i colori delle case, in fila come pennarelli in una scatola. Sembrava non ci fosse niente, perché’ in effetti in così pochi metri quadri non è che si potessero mettere grandi cose, ma in realtà c’era tutto e in questo piccolo ecosistema, Maria si lasciava vivere. Lo sguardo chiaro, fisso sulle immagini di impossibili (fino a quel momento) creature. Attenta come una serpe sotto un masso. Tutto è informazione da incamerare. Tutto si deve sapere. Niente deve essere minimamente banale o superficiale. Mai perdere contatto con la realtà, mai una volta con la testa tra le nuvole, mai un attimo di rilassatezza vera. Mentre guardava la televisione, teneva d’occhio la quinoa, rispondeva al telefono, leggeva le mail, e condivideva su tutti i social networks, link informativi sulla fine del mondo, per lei ormai prossima. Tutto costantemente sotto controllo, anche nel sonno, durante il quale un occhio rimaneva praticamente vigile. Nella mente, Maria doveva avere un nastro registrato: “Si prega di rimanere in contatto con il cosmo per non perdere la priorità acquisita!”. Fuori dal guscio, non andava certo meglio. Ligia alle regole stradali come pochi al mondo, imprecava contro chi non lo era. Detestava il traffico, nonostante non ce ne fosse e se avesse avuto i poteri dall’Altissimo, sarebbe stata il Mosè del ponte di Oresund, che percorreva ogni giorno per raggiungere Malmö, aprendosi un varco tra le automobili e richiudendole dietro di sé. Ma siccome la parola “Dio” era considerata alla stregua del migliore tra gli antistress, l’Altissimo non le diede mai alcun potere. D’altra parte, tra i due, non era mai corso buon sangue. In amore era capace di grandi slanci di romanticismo e passione, tanto quanto di freddezza e cattiveria. Una continua altalena di emozioni, capace di distruggere chiunque. Quando amava, amava davvero, ma anche quando odiava o si infuriava per qualcosa, ed essendo anche molto permalosa… capitava di continuo. Era capace di gelare qualunque atmosfera. Sembrava arrabbiata con la vita degli altri, e frustrata dalla sua. Perennemente insoddisfatta da tutte queste “giornate di merda”, come soleva dire ogni sera quando rincasava, Maria cercava di rendere la sua vita quanto meno ordinata. Non che avesse molta scelta, visto lo spazio minuto, ma l’ordine metodico era una sua ossessione. Appena in casa, si toglieva le scarpe unendole perfettamente sotto l’appendi abiti, proprio accanto alle pantofole, anch’esse unite perfettamente la mattina, prima di infilarsi le scarpe. La spesa, rigorosamente acquistata in negozi di solo biologico, sistemata subito nel frigo. A ciascun alimento il proprio posto. Frutta e verdure nel cassettone in basso, i cibi mitologici nel mezzo, in alto barattoli e conserve varie. Nello sportellone, niente di più che latte di riso o di mandorla. Tutto perfettamente incastrato in forme e colori. Maria non aveva un semplice frigorifero, ma il Tetris della salute. Gli abiti, sempre stiratissimi, erano riposti nell’armadio secondo il genere. Maglie tinta unita da una parte, maglie fantasia dall’altra. Gonne appese in fila, dalla più corta alla più lunga, e a seguire due paia di jeans, ciascuno con la propria stampella, un abito per le occasioni importanti, un cappotto e una giacca a vento. La biancheria intima era ovviamente divisa nei cassetti secondo il colore. Era molto carina. Capelli chiari, occhi verdi, fisico asciutto. Non passava di certo inosservata, ma il suo vivere austero, per quanto inizialmente attirasse gli uomini, li faceva poi fuggire in breve tempo. Non che il sesso le mancasse, quello occasionale, ma con gli anni cominciava a sentire la mancanza di una figura ferma accanto a sé. Bramava, in realtà, una vita regolare fatta di serate a lume di candela, di amore, di condivisione e anche di accese discussioni. Ogni volta che poteva, faceva lunghe passeggiate sull’Hagen. Il porto era una meraviglia da guardare, con i suoi giochi d’acqua e luci, e i riflessi mossi di alberi maestri, vele e corde, e le campanelle delle barche dei pescatori che rientravano. Le coppie innamorate, sedute fuori dalle taverne, sorseggiavano birra Carlsberg dalla stessa bottiglia, guardando il tramonto sull’acqua e immaginando sulla linea dell’orizzonte il loro futuro. Sentiva la necessità di condividere con qualcuno quegli attimi di puro romanticismo, misto a malinconia. Ma la consapevolezza della sua intolleranza agli altri la induceva spesso a pensare che il suo destino fosse quello di rimanere sola. Maria era allo stesso tempo la prigione e il prigioniero. I mostri marini cominciavano ad annoiarla, e i programmi della domenica erano più uno strazio per i neuroni che un modo per rilassarsi, ma il pranzo doveva essere quasi pronto, e un certo languore cominciava a prendere vita nello stomaco. Si alzò per spegnere il fuoco sotto la pentola, nel momento esatto in cui suonarono il campanello. Aprì la porta senza guardare dallo spioncino, e un odore nauseante di pesce le invase il piccolo appartamento, mischiandosi a quello della quinoa.

Ciao, sono Fiore, e questo è uno Smorrebrod. Un panino di segale imburrato sul quale ho fatto mettere pesce impanato, pesce affumicato, gamberetti, caviale rosso, caviale nero e maionese. Ah, ho fatto aggiungere un paio di fette di limone, così per alleggerire un po’. Sono la tua nuova vicina. Visto che è ora di pranzo, ho pensato di fare conoscenza comprando del cibo.”

La frase terminava con un grande sorriso e due enormi occhi neri che scrutavano dietro le spalle di Maria, tentando di carpire qualcosa.

Sono Maria, non mi piace il pesce e comunque stavo già mangiando. Prova con Lucas, al piano di sotto. Si ingozza di qualunque cosa, sarà felicissimo.”

Gli occhi di Fiore si spalancarono lasciando trapelare un leggero imbarazzo. Era stata invadente, lo sapeva bene. Era nella sua natura esserlo, ma aveva imparato a conviverci e a non farsene un problema. Sfoggiò il suo sorriso migliore e alzò le spalle.

Vada per Lucas allora. Tornerò un’altra volta, magari con un dolce al cioccolato.” “Non mi piacciono neanche i dolci.”

Fiore rise fragorosamente lasciando intendere di aver capito che si trattasse di una battuta. Scansò i lunghi capelli neri con la mano e si incamminò verso la rampa delle scale. Maria rimase sulla porta, perplessa, attonita, ma forse anche divertita. Sentì la voce di Lucas e di lei provenire dal pianerottolo sottostante. Non aveva dubbi sul fatto che lui l’avrebbe invitata a entrare. Chiuse la porta e voltandosi esclamò con un mezzo sorriso:

Che tipa!”.

La mattina seguente, il ponte era una distesa d’acqua. Erano le cinque e la pioggia continuava a venire giù da ore. Arrivare a lavoro sarebbe stata un’impresa. Malmö non era molto distante, avrebbe potuto prendere il treno. La linea ferroviaria passava proprio sotto il ponte, ma probabilmente tutti avevano avuto la stessa idea, e sarebbe stato un inferno tornare indietro, parcheggiare l’auto, pagare il pedaggio e il biglietto del treno andata e ritorno. Sarebbe comunque arrivata in ritardo, tanto valeva avvertire la stazione radio presso cui lavorava come segretaria, e avvisare che non sarebbe andata. Tanto c’era chi poteva sostituirla, Inge poteva sostituire chiunque, sempre. Era un donnone biondo di quasi due metri per tre con ancora evidenti problemi di acne, nonostante i quarantasei anni, e un’insolita ombra scura, tipo barba incolta, sotto il mento. Impossibilitata, per scelta altrui, a trovare un uomo, Inge passava le sue giornate in ufficio. Maria non avrebbe avuto alcun problema a prendersi un giorno di vacanza. Certo, anche tornare a rinchiudersi in quella scatola di casa non era il massimo. Che si poteva fare in una giornata tanto fredda e uggiosa? Copenaghen a Novembre sembra quasi deserta, poteva approfittare per passeggiare lungo la Stroget, fare compere e poi proseguire a nord verso i viali di Rosemborg, o dalla parte opposta, verso l’isola di Slotsholmen a vedere i canali che circondano il centro storico, magari rimanere a mangiare qualcosa fuori. Insomma, a Novembre si poteva essere turisti nella propria città.

L’isola del castello spiccava imponente su Copenaghen. Il cielo grigio e la pioggia battente accentuavano l’austerità di palazzo Christiansborg, sede del potere politico. Perfino i musei, di solito aperti al pubblico, oggi rimanevano chiusi per il mal tempo, e questo riportava l’edificio a quell’antica idea di invalicabilità di un castello. Dall’altro lato del canale, come in un disegno di bambini, i colori delle case in fila si riflettevano nell’acqua a fatica, come a voler contrastare l’oscurità di una giornata di autunno inoltrato. Maria attraversò uno dei ponti che dividono l’isola dalla città, e si fermò a metà strada a fissare questi due mondi paralleli, così diversi eppure tanto vicini. Due diverse realtà, una di fronte all’altra, che coabitavano lo stesso territorio. Pensò subito che non avrebbe potuto vivere in nessun altro luogo, che era nata per vivere in quella città che tanto le somigliava, perché’ anche in lei viveva una dualità. Due diverse sensazioni, la rigidità dei suoi pensieri e del suo stile di vita, e i suoi desideri reali. In contrasto tra loro, questi due universi abitavano lo stesso corpo.

Ma che fai sotto l’acqua?

Quella voce si confuse con i rumori del traffico e Maria, troppo assorta nei voli pindarici dei suoi pensieri, si voltò solamente quando si sentì toccare la spalla. Il sorriso di Fiore cozzava completamente con l’umore di lei, ma anche con il tempo e con il resto della città, ed era indubbiamente la cosa più lontana dal tempismo cui si potesse pensare.

E tu che fai sotto l’acqua?”

rispose Maria, senza neanche salutare. Fiore spalancò gli occhi e gli angoli della bocca puntarono le orecchie, quasi a volerle raggiungere.

Ma come, non si vede? Faccio shopping.”

Disse euforica agitando le buste che aveva in entrambe le mani.

La voce era talmente stridula da raggiungere una nota stonata e Maria pensò che l’unico modo per risparmiarsi un acufene fosse di gettare quella stupida oca nel canale.

Non trovi fantastico incontrarci qui, per caso, sotto la pioggia, su questo ponte, proprio in questo punto della città?”

Come no. Quasi ci speravo…”

Proseguiamo insieme. Facciamo conoscenza e andiamo in giro per negozi e ci consigliamo come fanno le amiche.

Amiche? Non mi ricordo neanche il tuo nome.”

Fiore, mi chiamo Fiore. Come i fiori nei giardini, nelle aiuole, nei vasi sui balconi, quando è estate… Persino come quelli nei cimiteri. Bene, ora che ci siamo presentate di nuovo, andiamo a prenderci una cioccolata calda? Se ne hai voglia, possiamo prendere la metropolitana, scendere a Christianshavn e cercare qualcosa in pusher Street. Così, magari passiamo il resto della serata a rilassarci.”

Non fumo quella roba.”

Allora vada per una cioccolata calda con panna, per me, e un bicchiere d’acqua per te, ma non frizzante mi raccomando, non vorrei ti scatenassi troppo.” Rispose Fiore sorridendo della sua battuta e incamminandosi lungo il ponte tenendo Maria sottobraccio.

Sul canale di Nyhavn, i battelli con i turisti tagliavano la pioggia proprio nel mezzo. La gente si affrettava a scendere in un molo, mangiare in un locale, fare compere nei negozi nascosti nei vicoli e poi riprendere il battello nel molo successivo. Antiche e nuove costruzioni, sembravano contendersi la bellezza del canale con le sue vecchie navi ormeggiate, e gli stranieri facevano la fila per fotografare la grande ancora posta all’inizio del canale, in onore dei Danesi caduti durante la seconda guerra mondiale. Fiore aveva parlato per tutto il tragitto. La sua vita era stata un’accozzaglia di vicissitudini, una diversa dall’altra, ma tutte incasinate. Era andata via di casa molto presto, dormito per la strada, rubato nei negozi, e aveva provato diversi tipi di droghe, ma questo, Maria, lo aveva capito quando sul ponte si parlò di fare un giro a Christiania.

Anche a scuola non doveva aver brillato per acume e impegno, lo si intuiva dalla banalità dei suoi discorsi, tutti incentrati sull’esteriorità e sulla parte superficiale della vita. Parlava per aforismi di personaggi famosi, come a voler far colpo con una frase a effetto. Vestiva in modo stravagante. Molti colori, gonne lunghe che non esaltavano di certo la sua figura, già tanto minuta. Grandi foulard, cappelli di lana grossa anche in estate, e grandi occhiali da sole in inverno. Masticava le gomme con la bocca aperta, e fumava decisamente troppo. Era una nota completamente stonata, nella vita di Maria, ma andava benissimo per le vecchie comunità Hippy di Christiania. Passava da un discorso all’altro come se ognuno di essi avesse un tempo limitato per essere ascoltato. Come in uno di quei programmi in cui devi mostrare il tuo talento e il conduttore ti dice: “Hai un minuto per farci vedere quello che sai fare.” La cosa che incuriosiva, e allo stesso tempo divertiva Maria, era che Fiore sembrava soffrire di perdita di memoria a breve termine. Dimenticava cosa stava dicendo nel momento in cui ne stava parlando, e ne rideva anche lei, per niente turbata. La sua vita sembrava non seguire alcuna direzione e a stento pareva gestire il senso di smarrimento. Non riusciva assolutamente a puntare un orizzonte nella sua vita, e si lasciava trascinare da questa, come una foglia dal vento. Veniva da chiedersi come fosse arrivata a trentasette anni, se non per miracolo. Eppure, in quest’occhio del ciclone da cui vedeva scorrere la sua vita, Fiore si muoveva in modo aggraziato. Camminava o gesticolava delicatamente, come fanno i mimi quando li incontri per la strada. Sembrava non ci fosse aria intorno a lei e che danzasse nel suo piccolo spazio vitale non protetto. Ecco, questa era la sensazione che provava Maria, guardando questo essere fragile e stravagante, una totale mancanza di protezione. Il suo volto, dapprima infastidito dall’esuberanza di Fiore, cominciò a sembrare più rilassato.

Andiamo a mangiare qualcosa al porto?”

Maria si sorprese della sua stessa proposta e accennò un sorriso, ricambiato dai mille denti di lei. Le taverne sull’Hagen erano rimaste aperte nonostante la pioggia, che non accennava a diminuire. Veniva giù fitta e ogni tanto un lampo illuminava l’acqua facendola risplendere come prismi minerali. Maria corse al riparo sotto la tenda di un locale, mentre Fiore rimase ferma sul pontile, incurante dell’acqua che ormai le impregnava i vestiti, incantata dalle lampare accese al largo, stagliate contro un cielo di piombo. Se ne stava lì ferma a guardare quelle luci ondeggianti, come fossero un richiamo ipnotizzante e, per una manciata di secondi, Maria sembrò notare un cambiamento. Il volto contrito era in totale contraddizione con la sua condizione di costante giovialità. Sembrava salirle da dentro, da un punto nascosto chissà dove, una sorta di presenza grigia. Un pigro arrancare di totale incoscienza della realtà. Il profilo di Fiore sembrava un disegno a matita. Qualcosa le passò chiaramente nella gola, tornando da dove era venuta. Sembrava avesse ingoiato un pugno. Poi si girò di scatto verso Maria. La bocca si spalancò di nuovo in un luminoso sorriso e la voce si rifece acuta:

Non è meravigliosa, la pioggia?”

L’appartamento di Fiore era in piena armonia con il suo essere. Tende colorate, oggetti etnici sparsi ovunque, un tappeto di corda era appena visibile sotto una montagna di cuscini, il letto era sempre disfatto, neanche fosse la cuccia di un cane, ed era decisamente disordinata. Maria sgranò gli occhi alla vista di una scarpa sotto il tavolo in cucina. Chissà dov’era l’altra? Su una parete aveva attaccato, con delle puntine da disegno, centinaia di fotografie di luoghi in cui era stata e di gente che aveva incontrato. Sulla parete opposta aveva iniziato un disegno astratto che dipingeva nei ritagli di tempo. C’era un costante odore di vernice, misto a incenso e fumo di tabacco.

Smetterai mai?”

disse mentre Fiore girava una sigaretta di Mac Baren Gold, seduta sul letto con le gambe incrociate e le spalle appoggiate al muro.

Di fumare? ma scherzi? Smettere di fumare è la cosa più facile del mondo. Lo so per certo. Ho smesso centinaia di volte.” e rise sguaiatamente mentre leccava la colla sulla cartina. Maria alzò gli occhi al cielo mentre versava il caffè in due tazzine diverse comprate a un mercatino dell’usato.

Era passato poco più di un mese, dal loro primo incontro, e nessuna delle due aveva mai fatto domande troppo personali all’altra. C’era tra loro una sorta di tacito accordo. Quello che una vedeva dell’altra, era tutto quanto c’era da sapere. Come se non ci fosse stato un passato, per nessuna delle due, e la loro vita fosse iniziata nel momento in cui si erano incontrate. Entrambe erano all’oscuro di cosa avesse portato l’altra ad essere ciò che era. Due personalità distinte, opposte, contrastanti, eppure ambedue rimanevano affascinate dalle abitudini dell’altra. Fiore impazziva per l’ordine di Maria, una cosa così lontana da lei, per la sua compostezza, la metodicità con cui affrontava le giornate, e per il suo essere sempre informata su tutto. Rimaneva incantata a seguirne i discorsi sulle questioni politiche, sentendosi spesso un’idiota per la sua totale ignoranza in merito. Ogni volta si diceva che avrebbe potuto raccontare ad altri le stesse cose, usando le identiche parole, ma la memoria non l’aiuto’ mai in questo progetto, e in quelle occasioni in cui avrebbe potuto fare bella figura, continuò a limitarsi ad annuire e ad essere d’accordo sempre col pensiero di tutti, non avendone uno proprio. Sarebbe stato meglio seguire anche le indicazioni di Maria sulla sana alimentazione, se lo ripeteva spesso mentre masticava patate fritte acquistate nel reparto dei surgelati. Mentre una sembrava vivere la propria vita in maniera risoluta, l’altra pareva l’incarnazione della legge di Jante, che recita più o meno così:

Tu non sei nessuno, non sei niente di speciale e noi lo sappiamo.”

Era innegabilmente una donna insicura, con mille paure e non c’era pericolo che pensasse a sé come a qualcuno che fosse minimamente speciale. Eppure lo era. Maria era certa di questo. Vedeva in lei quella leggerezza, semplicità e felicità di vivere che non aveva mai imparato, e che le invidiava fortemente. La sua attitudine a evitare le responsabilità, era sorprendente. Rifiutò persino il ruolo di caposala nel ristorante in cui lavorava come semplice cameriera.

Preferisco servire ai tavoli e limitarmi a quello. Quando il ristorante chiude, torno a casa senza pensieri. Contenta solamente del mio stipendio e delle mance, che sono quasi sempre buone. Se accadesse qualcosa nel locale, non saprei come risolvere il problema, nessun tipo di problema. Vivo come gli zingari e ho sempre paura di sbagliare. No, no, niente caposala. E poi non ho intenzione di rimanere in città per sempre. Un giorno me ne andrò. Vivrò in una casa di legno sulla spiaggia, con tante finestre per guardare il mare in tutte le stagioni. Metterò le tende solo in bagno, e tutta la casa sarà illuminata dall’alba al tramonto. Dipingerò le pareti in tutte le stanze e aggiungerò alle mie mille fotografie, quelle dei bagnanti che occuperanno la spiaggia. E poi mi prenderò un cane e tu verrai a trovarmi. Faremo lunghe passeggiate sulla spiaggia e tante foto anche di noi due, così potrai metterle in casa e sentirti meno sola, quando ci separeremo. Ma noi non ci separeremo mai. Non è così?”

Sorrise, e Maria ricambiò il sorriso annuendo. Fiore tirò fuori il tabacco dalla tasca, e di nuovo qualcosa di oscuro, come un’ombra, si manifestò sul suo volto. Ma che aveva questa donna, di così misterioso e attraente? Qual era la sua vita, prima di arrivare a Copenaghen? Perché indubbiamente ciò che le accadeva quando si incupiva in quel modo, era un rigurgito di passato. Glielo vedeva venire su nella gola e poi ringoiarlo come si ingoiano le pietre. E sì, perché il passato lo si può accantonare ma di certo non dimenticare. Ha un volto tutto suo, il passato, e prende il posto del tuo, quando si ripresenta. Maria avrebbe voluto chiederglielo mille volte, e mille volte invece stette in silenzio, in rispetto di quel tacito accordo in cui ognuna avrebbe dovuto rimanere nel sacrosanto confine dei fatti propri, e si stupì, della sua curiosità. Lei, che non si era mai interessata a nessun’altro che non fosse se stessa, sentiva premersi sul petto il desiderio di sapere. Pienamente cosciente delle sue stesse contraddizioni, Maria sentiva di essere legata a qualcuno, di volersene e potersene occupare, di volerla proteggere, come una sorella, come una figlia, come qualcuno da cui non avrebbe più voluto separarsi. Si scoprì impaurita e ansiosa, quando Fiore parlò di una sua futura partenza, della casa al mare, del cane e tutto il resto. Ma, se invece di puro affetto, fosse stato nient’altro che egoismo, quello che provava? Se Fiore fosse partita, chi avrebbe dato a lei la possibilità di riscattarsi ai suoi stessi occhi? di dimostrare a se stessa di essere in grado di inserire in maniera indelebile qualcuno nella sua vita e di essere partecipe della vita dell’altro, di non sentirsi più così profondamente sola e arrabbiata con il mondo, per non essere quel posto meraviglioso in cui avrebbe voluto vivere? La verità non era solo un senso di protezione verso quella strana creatura che era capitata per miracolo nella sua vita, ma una sorta di benevola invidia, per non saper vedere la vita con la stessa semplicità. Era l’ultima occasione per non morire sola. Non sapendo che Fiore, dal canto suo, ammirava con la stessa intensità, il coraggio e la serietà con cui Maria affrontava ogni cosa. Contro ogni previsione, entrambe trovavano nell’altra il proprio complementare, quasi loro malgrado. Eppure, le loro indubbie differenze, le portavano spesso ad avere accese discussioni. Perché’ mai Maria avrebbe dovuto “salvare” Fiore dalle sue sconcertanti abitudini? Perché’ non poteva tenere per sé le sue idee estremiste sulla salute, l’ordine e il saper vivere? E secondo quale criterio, Fiore pretendeva che Maria guardasse la vita come una magnifica opportunità? L’amore, in tutte le forme in cui appare, ha insito il naturale mutamento di se stessi. Ci si plasma con il pensiero, le abitudini e le ragioni dell’altro. Ci impone di scendere a compromessi. Una falsa resa all’altro che ci permette di non perdere il posto guadagnato nella sua vita. Ma l’amicizia tra loro non comprendeva alcuna possibilità di metamorfosi a causa di quella complessità caratteriale che era ormai radicata. Maria paragonava spesso la loro amicizia a quel punto a settentrione della Danimarca, dove due mari si incontrano, senza mescolarsi.

Nei giorni che seguirono, una forte inquietudine prese ad essere costante in Fiore. Era nervosa, irritabile e spesso rimaneva chiusa nel suo appartamento senza neanche rispondere al citofono. Finché non smise di parlare, chiudendosi in interminabili sonni di giorno e veglie notturne in cui la sentiva uscire di casa, per rientrare al mattino.

Passerà”

Rispondeva faticosamente, quando Maria chiedeva il perché’ di questo atteggiamento così poco consono a una personalità tanto euforica. Senza saper aggiungere altro. Sarebbe passata, lo sapeva per certo, Fiore, perché’ erano vecchie amiche, lei e quella parte di lei così oscura che ogni tanto tornava a farle visita. L’irrequietezza che precedeva quei silenzi, non era che l’attesa di un malessere conosciuto, una stanchezza dell’anima che sapeva di possedere e di non saper curare. Quello che accadeva all’interno di Fiore, non era che una luce che si spegneva. All’improvviso la penombra, poi il buio, e tutto moriva per giorni.

L’alba compariva a est, e il ponte di Oresund segnava una curva nera su una distesa di sfumature rosa e arancio. Per la prima volta, Maria si rendeva conto di quanto finora avesse ignorato tale meraviglia. Ferma al casello, prima di attraversarlo, guardava quell’imponente struttura d’acciaio fino a raggiungere i cavi di sostegno e la campata centrale, e poi fino all’orizzonte, come fosse la via che conduce al sole, fin quando il campo visivo si restrinse, concentrandosi in un punto alla coda dell’occhio. Una sagoma familiare, quasi un’ombra. Si girò di scatto e la vide. Sembrava camminare senza alcun senso dell’orientamento, sbandare come fosse ubriaca e inveire contro i passeggeri delle auto in coda. Aveva qualcosa che pendeva da una mano, forse uno straccio scuro. Una donna in una macchina urlò e Fiore le sbatté ripetutamente lo straccio sul finestrino, ridendo sguaiatamente e gridando bestemmie. Sembrava invasata. Maria abbandonò l’auto senza spegnerla e le corse incontro. In quei pochi metri che la separavano dalla sua amica, sentì la testa completamente scevra di pensieri, non una sola domanda, e per qualche assurdo motivo le vennero alla mente i carapaci vuoti degli astici, nei piatti dei ristoranti. Si fermò di colpo, come avesse sbattuto contro un muro invisibile. Lo sguardo si abbassò e gli occhi rimasero fissi sullo straccio che dondolava inerme tra le mani di Fiore. Lo teneva per quella che da lontano sembrava la manica di una maglia, ma era una coda, attaccata ancora per poco al corpo di un gatto grigio. A giudicare dall’odore, doveva essere morto almeno da un giorno. Forse lo aveva trovato già cosi’, e per qualche irragionevole spiegazione lo aveva raccolto. O forse lo aveva ucciso lei sbattendolo ovunque. O forse… Ma che importava oramai? Maria riprese la lucidità e pronunciò il suo nome senza gridare.

Fiore.”

L’altra si voltò verso di lei. Gli occhi si allungarono ai lati e lo sguardo torvo tagliò lo spazio che le separava. Come un’eco, Fiore ripeté il suo nome e tutte le cose che Maria pronunciava.

Che ti è successo? Che cosa stai facendo?”

Che ti è successo Fiore? Che cosa stai facendo Fiore?Fiore. Fiore. Fiore.”

Tutte le vie di comunicazione erano chiuse. Qualcuno chiamò la polizia, qualcun altro più scaltro, un’ambulanza. Il suono delle sirene si udì distante, separato dai rumori del traffico. Fiore lasciò cadere il povero animale e si accasciò a terra dondolando sulle proprie ginocchia, avanti e indietro come seguisse il ritmo di una nenia che era solo nella sua mente. Era una scena palesemente drammatica, e si fondeva con lo sgomento e la paura delle persone che erano rimaste chiuse nelle proprie automobili. Maria si avvicinò cauta, le ginocchia si piegarono fino a toccare quelle di lei. Una davanti all’altra, si guardarono di nuovo e qualcosa passò negli occhi di Fiore. Un barlume di ciò che era stata. Poi, l’ombra di quella donna semplice e allegra che aveva conosciuto, pronunciò qualcosa a voce bassa:

Non lasciarmi mai.

Il chiarore della sabbia di Blavand Strand rifletteva il sole come uno specchio. La forte corrente del mare del Nord, non arrivava fin lì, e tutto sembrava quasi immobile, piatto come un disegno. Quaranta km di spiaggia, piccole dune circondate da vegetazione. In lontananza la meravigliosa sagoma del faro mostrava tutta la sua imponenza, e le risa dei bambini arrivavano portate dal vento. Maria spalancò la finestra e l’odore di salsedine invase la stanza. All’orizzonte delle nuvole scure minacciavano di avvicinarsi, chiuse gli occhi e si ritrovò a pensare all’imprevedibilità delle cose e a quanto fosse cambiata la sua vita dopo quel giorno sul ponte, due anni prima. Tutto era nitido come fosse appena accaduto e, tra i tanti ricordi, quello che non riusciva mai a scacciare del tutto era il suono delle sirene dell’ambulanza, durante la corsa in ospedale.

Fatemi salire con lei. Mi farò piccola e starò ferma in un angolo. Voglio solamente tenerle la mano e rassicurarla di non essere sola. Sono sua sorella.”

Disse mentendo agli infermieri mentre sedavano Fiore, legandola sulla lettiga dell’ambulanza. Non era possibile, risposero quelli, e Maria si ritrovò ad inseguire un suono e una luce azzurra, che si perdevano velocemente in mezzo alla città. Fiore racchiudeva in sé tutti i criteri che riguardano gli stili di comportamento e gli atteggiamenti emotivi abituali dei pazienti affetti da disturbo borderline di personalità. Sentimento di incertezza sulla propria identità, timore cronico di essere abbandonata, marcata reattività dell’umore, abusi di alcool e droghe, depressione e mille altre cose, fino ad arrivare a una totale scissione della personalità. A parte l’aiuto di qualche psicofarmaco, non c’era cura per un tale caso e tutti, compresa Maria, erano all’oscuro di cosa potesse aver portato Fiore a un tale stato. Nessuno ne conosceva il passato, tanto meno lei stessa ricordava di averne avuto uno. Era arrivata nella vita di Maria dal nulla. Sembrava nata a trentasette anni e nessuno venne mai a chiedere di lei. Aveva bisogno di qualcuno che si prendesse cura della sua anima, così tormentata, infelice a tratti e costantemente in viaggio in direzione opposta al corpo.

Riaprì gli occhi e come previsto arrivarono le nuvole con il loro carico di acqua. Sentiva sulla pelle il piacere della freschezza di un temporale estivo. Un lampo illuminò la stanza e le mille fotografie attaccate con le puntine da disegno, sulla parete di fronte alla finestra. La porta si aprì e Fiore entrò ridendo mentre scuoteva i capelli bagnati con una mano. “Non è meravigliosa, la pioggia?”

 

Di rivelazioni, possibilita’ e altre cose che si mangiano!

lago

Poi una risata sguaiata attirò la sua attenzione. Qualcuno, un volto qualunque seduto a un posto qualunque in fondo al tavolo, rideva poco elegantemente lasciando intravedere la poltiglia di cibo e saliva nella bocca. Un cameriere fece scivolare una posata dai piatti impilati, con un gesto sgraziato ma veloce del piede ne fermò la corsa e un sorriso di autostima gli allungò gli angoli della bocca, poi si abbassò per raccoglierla ma due piatti caddero a terra e il sorriso si trasformò in un’imprecazione ad alta voce. Qualcuno rise, qualcuno no. Una mamma indignata spiegava al figlio che il cameriere aveva uno “ZIO SPORCO”. Lena sorrise e tornò a guardare l’uomo che rideva al suo tavolo, aveva appena messo in bocca un altro boccone e, incurante degli sguardi disgustati degli altri commensali, continuava a ridere a bocca aperta. Il vento fresco portava l’odore dei gelsomini dalla ringhiera della grande terrazza e dei bambini correvano sotto la tettoia da cui i glicini pendevano sui tavoli come le vecchie di paese, affacciate ai balconi a curiosare. Un raggio di sole caldo e poi l’ombra umida di una nuvola scura regalavano un senso ibrido di fresco primaverile e stantio di fine agosto. Si avvicinava un temporale estivo. Lena sbadigliò e, stirandosi sulla sedia con le braccia rivolte ai glicini, chiuse gli occhi e pensò alla serenità dei suoi quindici anni. Il futuro si stagliava all’ orizzonte, incerto e meraviglioso. Poi un colpo al fianco destro.

“ Non è molto femminile stirarsi così a tavola…”

Marco. Ancora un ragazzo ma decisamente troppo grande per lei. Non c’era molto raggio d’azione per una civetteria e Lena si limitò a rispondere inacidita:

“ Anche tu non sei molto delicato. Ho ancora il tuo gomito infilato tra le costole, te lo restituirò’ a fine giornata”.

Una leggera folata di vento gli spostò la lunga frangia, lasciando che il castano degli occhi fosse illuminato dal sole, poi ammiccò un sorriso facendole capire che l’aveva trovata simpatica e tornò a parlare con qualcuno seduto difronte a lui, un uomo senza volto. Lena fissò l’uomo dall’ altra parte del tavolo e poi tutte le persone che erano intorno, anche il tizio che rideva a bocca aperta, erano tutti senza volto, come se Dio ci avesse passato sopra un dito, sfumandone i contorni. Si strofinò gli occhi e guardò Marco. Era nitido e la stava fissando.

“Vuoi vedere una cosa, Lena?”

Le afferrò la mano e la costrinse ad alzarsi senza aspettare la risposta di lei, che lo seguì senza dire una sola parola. Lasciarono il tavolo e si diressero verso la ringhiera dei gelsomini. Lei si sporse e si meravigliò della campagna che si estendeva limpida fino ai monti, scuri e lontanissimi.

“Sta per piovere”

Disse Lena fissando delle ombre nel lago lì vicino.

“Ma che stai guardando?”

Rispose Marco, ridendo

“Guarda lì giù’, in quello spazio a destra dietro le vigne”. Lei abbassò lo sguardo e gli occhi cominciarono a muoversi velocemente cercando qualcosa a destra, qualsiasi cosa fosse diverso da vigne, piante, fiori… e poi li vide, un uomo e una donna facevano l’amore, buttati a terra, sicuri che nessuno potesse vederli.

Lena portò le mani sulla bocca aperta e sgranò gli occhi increduli.

“Ma che fanno? Sono matti!”.

Disse con un sorriso misto a eccitazione, come se avesse scoperto la cometa di Halley.

“Si cercano. Si sono appena conosciuti. Lui la tocca delicatamente perché ancora non sa fin dove può spingersi, lei gli chiede di guardala mentre fanno l’amore perché vuole sapere quanto la desideri, e sono ancora vestiti perché c’è ancora imbarazzo tra loro”.

“Come sai tutte queste cose?”

Gli chiese.

Marco le strinse di nuovo la mano e la portò in un altro punto della terrazza, per vedere la coppia da un’altra angolazione. Più vicino.

“Siamo noi”

Disse con la voce spezzata di un vecchio nostalgico.

Lena sbottò a ridere e gli lasciò la mano credendo in un approccio viscido di lui, ma Marco le prese il viso tra le mani e la costrinse a guardare di nuovo. Le pupille di lei si fecero enormi per mettere a fuoco. Come poteva essere? Erano davvero loro, almeno vent’anni dopo. Lena era incredula, eppure si riconosceva nella gestualità di quella donna, nel modo in cui le piaceva toccargli il viso e adorava il modo in cui lui le stringeva le mani nel piacere. Poteva quasi sentirlo.

“Vieni”

La voce di Marco arrivava come un’eco. Sembrava lontanissima. Tutto era rallentato, lui, lei, i due che facevano l’amore e anche il vento cessò di soffiare. D’improvviso il locale fu vuoto di rumori, di risate e un silenzio assordante si fece spazio. Non c’era più nessuno e il mondo divenne immobile.

Marco le riprese la mano e si diresse in una sala all’ interno.

Tutto era immoto come in una fotografia. Un tizio era rimasto fermo nel gesto di raccogliere una moneta caduta a terra, mentre pagava il conto. Una cameriera prendeva l’ordine a un tavolo con un sorriso fisso e una mollica rimase sospesa in aria, lanciata da un ragazzino alla bambina del tavolo accanto.

Marco si fermò al centro della sala e cominciò a guardarsi intorno come se stesse cercando qualcosa di preciso. Qualcuno.

“Ci siamo” esclamò.

“Cosa? Che vuol dire? Dove siamo?”

Lena cominciò a guardarsi intorno come se delle persone dovessero sbucare all’improvviso da dietro le tende o da sotto i tavoli con una telecamera nascosta, gridando allo scherzo.

“Guarda a quel tavolo”

La voce di Marco era di nuovo nostalgica.

Un uomo e una donna in abiti eleganti erano seduti e si tenevano per mano tenendo le dita intrecciate tra loro, con l’altra mano tenevano dei calici alzati. Brindavano a qualcosa. La fiamma della candela sul tavolo era ferma, ma indicava una serata romantica, forse un anniversario. Erano marito e moglie. Erano di nuovo loro, Marco e Lena, e sembravano amarsi molto. Rimase ferma a guardare quella coppia statica, con lo sguardo sorpreso di chi vede correre un cane con le rotelle al posto delle zampe.

Che cosa avrebbe potuto dire? Tutto era così assurdo e eccitante allo stesso tempo. Nessun pensiero le passò per la mente, nè alcuna parola venne fuori dalla sua bocca.

Marco accennò a un sorriso e la condusse a un altro tavolo. La coppia di prima, loro, era invecchiata di altri vent’anni almeno. Seduti allo stesso lato del tavolo, appoggiavano una la testa su quella dell’altro e guardavano con aria malinconica delle vecchie foto. Lena guardò più da vicino l’immagine ormai ingiallita e si riconobbe insieme a Marco, giovanissimi, con gli stessi abiti che indossavano ora. Erano seduti a terra e c’era dell’acqua sullo sfondo, forse era il mare. Lui le regalava un fiore e sua madre li guardava maliziosamente. Chi sa chi aveva scattato la foto? Pensò guardando Marco negli occhi, che divennero improvvisamente tristi. Guardava nel fondo della sala, in un angolo avvolto dalla penombra. Seduto a un tavolo che non era apparecchiato, c’era un uomo anziano. Con le mani poggiate sul bordo del tavolo fissava un punto nel vuoto. Lena fece un passo in avanti per avvicinarsi, ma Marco le strattonò la mano, quasi avesse paura di avvicinarsi a quella figura spenta. Sapeva… e anche Lena cominciò a intuire, ma gli strinse forte la mano e ora era lei che conduceva lui attraverso la stanza, intorno ai tavoli, alla gente immobile, fino all’ uomo anziano, fino a se stesso. Le sopracciglia bianche, folte, formavano un arco intorno agli occhi infossati e rugosi. Due grandi righe incorniciavano gli angoli della bocca che puntavano verso il basso. La postura era dritta, impettita come quella di una statua o un soldato sull’ attenti, non perché il tempo si era fermato come per gli altri, ma perché quell’ uomo, Marco, doveva aver vissuto una vita fatta di regole e rigidità, di imposizioni autoinflitte e abitudini e rinunce. E aveva il collo grosso, perché la solitudine di mille vite, che aveva ingoiato a forza, si era fermata lì.

“ Che hai fatto della tua vita? Sei… solo”

Disse Lena, commossa alla vista di quell’ uomo avvolto dalle ombre della sala e dal buio della sua vita, giunta quasi al termine, con gli occhi vuoti di speranza per un altro futuro. Non c’era più tempo per altro.

“E credi che sia l’unico?”

Rispose Marco quasi rabbioso.

“Guarda bene”

Continuò alzando la voce.

La prese alle spalle e cominciò a spingerla verso un altro tavolo, all’ altra estremità’ della sala, vicino una finestra che dava sul lago dove prima lei aveva visto riflettersi delle nuvole scure.

Una donna anziana sedeva da sola a un tavolo non apparecchiato. Con un gomito poggiato sul tavolo e il mento sul dorso della mano, guardava fuori dalla finestra. Doveva aver riso molto nella sua vita, forse era stata davvero felice o, forse, solo molto allegra ma le rughe della sua bocca erano quelle di una donna che era stata raggiante. Poi Lena le fissò gli occhi e si riconobbe nello sguardo malinconico, lo stesso che aveva ogni volta che il cielo preannunciava la pioggia. Forse era per questo che la donna guardava fuori, sapeva, come Lena quando era ancora sulla terrazza con Marco, prima che tutto cominciasse, che il tempo stava cambiando e che tutto si sarebbe trasformato, che il cielo sarebbe diventato d’acciaio e la pioggia fitta di un temporale estivo le avrebbe inondato anche l’anima.

Lena si voltò di scattato verso di lui e lo afferrò per le braccia.

“Dobbiamo ricordarci di questo posto, dobbiamo fare qualcosa per cambiare gli eventi. Siamo soli. Possiamo non esserlo. Possiamo…”

“Ma è per questo che siamo qui, ora e tra trenta, quaranta, cinquant’ anni, perché ce lo ricorderemo. Siamo e saremo ancora qui, noi due, forse insieme, forse no. Non possiamo sapere quello che sarà delle nostre vite. Tra noi e quelle persone al tavolo ci sono anni di infinite scelte giuste e sbagliate, milioni di treni presi e altri persi, possibilità, rinunce, liti, separazioni e amori. Ma infondo che importa, se alla fine della vita staremo comunque seduti qui a ricordarci di noi due?”

Il cuore di lei batteva forte. Non la capiva l’arrendevolezza di Marco ed era furiosa per l’impotenza che quella situazione le imponeva. Avrebbe voluto gridare a quell’ uomo anziano di voltarsi a guardare la donna alla finestra, di riconoscerla e di amarla ancora perché lei era lì ad aspettare ancora lui. Gli avrebbe fatto vedere la coppia sposata al tavolo e gli avrebbe imposto di capire che cosa aveva perso. E poi guardò Marco, ancora giovane, e con le lacrime agli occhi lo implorò di ricordarsi di lei, sempre, ogni giorno perché solo cosi’ il futuro sarebbe potuto cambiare e loro non sarebbero mai stati soli. Sarebbero stati la coppia di anziani seduti al tavolo a guardare le foto di loro in quel giorno assurdo in cui passato, presente e futuro si intersecavano mostrandosi in tutte le opportunità mancate. Oh Dio c’era da impazzire a pensare al tempo.

“ Amami sempre, sempre… sempre”.

Continuava a ripetere Lena, e poi di nuovo un colpo al fianco.

“Sempre cosa?”

Chiese Marco ridendo alla vista di lei che si risvegliava, ancora seduta al tavolo sotto i glicini.

“Dormito bene, ragazzina? Non mi era mai capitato di vedere qualcuno dormire al tavolo di un ristorante”

E rise forte.

Lena si tirò su di scatto. Marco le aveva dato un’altra gomitata e lei si era svegliata con la testa appoggiata alla spalla di lui.

Il locale si era quasi svuotato e l’uomo che prima rideva con la bocca piena, propose una passeggiata al lago.

Camminarono attraverso la campagna e le vigne sotto il locale. Lena si voltò a guardare la terrazza di gelsomini alle sue spalle. Era da lì che si vide fare l’amore con Marco nella vigna che ora percorreva, vent’anni dopo. Abbassò lo sguardo imbarazzato, come avesse paura che lui potesse leggerle nel pensiero e continuò a camminare. Il lago era finalmente davanti a loro e rifletteva i colori di un tramonto in arrivo. Si sedettero a terra mentre gli altri si sparpagliavano in giro, commentando il panorama con frasi banali. I pensieri di lei erano intralciati dal ricordo di quel sogno incredibile e divenne silenziosa. Marco si mise un filo d’erba in bocca come fosse una sigaretta. Anche lui era silenzioso ma d’un tratto poggiò la sua testa a quella di lei. Rimasero fermi qualche minuto, senza dire una parola, stanchi come se il sogno di lei lo avessero davvero vissuto entrambi. Poi si rimise dritto sulle spalle e lei sentì il rumore di altri fili d’erba che venivano strappati. Qualcuno scattò una foto. Sua madre li guardava maliziosamente… mentre lui regalava a Lena un fiore.

 

Mercoledi alle 18.00

schizofrenia3

“Che poi, se Tonia non bevesse vino come fosse succo d’ananas, non parlerebbe cosi’ tanto e cosi’ fottutamente a sproposito, come se non avesse filtri, neanche un po’ di ghiaia o una piccola diga di buona educazione, messa li’ a frenare il fiume di parole che dal cervello si precipita verso la prima uscita, la bocca. Certo, pero’, si noterebbero di piu’ la frustrazione, il senso di inadeguatezza e di inutilita’ che la contraddistinguono quando e’ sobria; Tutte sensazioni dolorose che in lei sembrano sempre avere una sorta di volume, di spessore fisico che le abita nella gola. Quando non beve, la si puo’ vedere chiaramente mentre cerca di ingoiare macigni enormi composti da ogni forma di terrore e tristezza per se stessa e per gli altri, compresi gli animali. Matasse intere di depressione senza speranza. Dopo che ti ha sgranato un rosario di eventi sfigati che le sono capitati, se ti azzardi a dirle che l’ago della bilancia deve per forza spostarsi verso la fortuna, a un certo punto, una specie di regressione verso la media, secondo cui non puo’ andare sempre tutto storto, lei assume subito quell’aria da film in bianco e nero in cui il protagonista e’ seduto al bancone e, parlando al barista che asciuga un bicchiere, spara una frase profonda:
  • “La speranza e’ un inganno creato ad arte dalla nostra mente per evitare di farci sbattere la faccia contro la realta’. Tra i sentimenti, dopo l’amore, e’ il piu’ lesivo, subdolo e bastardo figlio di puttana.”
Che cazzo, non la sopporto, e allora rispondo come una vecchia stronza che, proprio quella mattina, ho letto sul giornale, e pensa… lo hanno detto anche alla radio, che tutti quelli del suo segno zodiacale subiranno un anno disastroso a causa di una congiunzione astrale di merda. Tie’… a partire da oggi, anzi da ieri. In genere, a questo punto, si ordina qualcosa da bere. Uno, due, cinque bicchieri di vino, rigorosamente bianco perche’ Tonia dice che il rosso non e’ femminile, pero’ sbronzarsi col bianco secco della casa, invece, e’ di gran classe. Questa e’ un’altra cosa di lei che non sopporto, beve come un muratore e vuole dare lezioni di bon ton. Tuttavia, vino dopo vino, questa odiosa Tonia scompare e ne appare un’altra fichissima, che sa ridere tanto di se’ quanto degli altri, ma soprattutto degli altri, perche’, dice lei: “Se gli altri ridono delle nostre disgrazie, sono dei malvagi, se noi ridiamo delle disgrazie altrui, abbiamo il senso dell’umorismo.” Io me ne sto con la mia prima cocacola, mentre lei si e’ gia’ scolata una bottiglia e mezza di vinaccio giallo. Sto li’ a guardarla ridere e sparare cazzate e, quando lo fa, tutta la positivita’ dell’universo si concentra in un unico punto, lei. Tutti ne sono affascinati e attratti come lo sono i pesi dalla gravita’. Certe volte sono anche invidiosa, lo ammetto, perche’ ogni cosa intorno a lei, me compresa, diventa ombra, diventa niente. E’ come essere a teatro a guardare l’interprete di un monologo, illuminato dall’occhio di bue. La gente del pub ride e si diverte, fa domande personali come se fossero amici, perche’ vuole, deve sapere chi e’ questa donna meravigliosa e piena di vita, e dove si fosse nascosta fino a quel momento. Gia’, dove si era nascosta? Lo so io, dove. A casa, a guardare fuori dalla finestra per ore, a concentrarsi sul cielo, convinta di influenzare il tempo e far scendere la neve, la pioggia, la grandine, un temporale, il vento. Tutte cose che si confacciano al suo umore di merda di quando e’ sola, e sa per certo, perche’ lo sente nel profondo di se stessa, che la sua essenza appartenga a un buco nero nello spazio, lo stesso che un giorno tornera’ a risucchiarla, lasciandoci tristi e inconsolabili. Quando attacca con queste rotture di palle apocalittiche, in realta’ ci spero e prego i buchi neri di arrivare al piu’ presto a salvarci, pero’ non glielo dico perche’ Tonia e’ anche permalosa. Una volta e’ stata capace di non rivolgermi la parola per due mesi; e’ stato quando ha indossato i leggins con la maglia corta in vita e le ho detto di correre a cambiarsi che c’era un tipo sospetto, dallo sguardo esperto, fisso e attento sul suo culo. Era Paride, il macellaio di Via Giulia, meglio conosciuto come “ ‘O squartatore”, per le sue doti delicate di separare i quarti di bue. Questa battuta mi e’ costata una cassa di Pinot grigio. Lei, pero’, ha riso per una settimana quando a Marilena la balena, chiamata cosi’ per i suoi centodieci kg, ha gridato nel suo romanesco perfetto:” A BALE’… ARIDACCE PINOCCHIO”. Ovviamente era sbronza da far schifo, se no Marilena la balena, che e’ anche un tipo incazzoso, l’avrebbe crepata di mazzate sulle gengive. La gente, comunque, ha riso tanto e tutti i mercoledi alle 18.00 molte di quelle persone vengono al pub, perche’ lo sanno che c’e’ Tonia che beve. In verita’ ci sono anche io, ma nessuno ci fa caso. Se solo sapessero chi e’ veramente questa ragazza con gli occhi da gatto che beve, ride, fa divertire. Se sapessero che, da sobria, sa a malapena distinguere un procione da un cane, che ha la faccia ebete di chi cammina verso il nulla, verso mete non precise (tranne quando viene al pub) che e’ estranea a questo mondo come se venisse da un altro secolo, che ha l’atteggiamento confuso di un alieno a una festa di messicani e lo sguardo di chi sa per certo di essere il tassello di un puzzle del quale, pero’, non conosce l’immagine. Se solo sapessero… Io comunque non dico niente e mi faccio i fatti miei, perche’ non mi piacciono i pettegolezzi e non mi piace offendere le persone, lo trovo di cattivo gusto. Un po’ sono invidiosa di Tonia, quando e’ sbronza, l’ho gia’ detto, ma me lo tengo per me, perche’ sono anche riservata, e poi non riuscirei ad essere cosi’ simpatica neanche se mi scolassi tutto il locale. Una volta ho provato a sbronzarmi per vederne il risultato. Ho vomitato per due giorni e ho avuto l’alito dei cavalieri neri di Mordor per una settimana. Nessuno regge l’alcol come Tonia e, mentre lei ride e io sono un granello di polvere nell’angolo piu’ buio del locale, ecco entrare finalmente Ania. Di lei non sono invidiosa, o forse si’, qualche volta, non lo so… ci devo pensare. Il fatto e’ che Ania e’ troppo allegra. Tutto e’ sempre meraviglioso, bellissimo, positivo. Tutte le emozioni le vive al massimo, anche quelle brutte, ma di quest’ultime non ne ha quasi mai, almeno cosi’ dice. Non beve come Tonia, va be’ neanche gli alcolisti anonimi bevevano cosi’ prima di iscriversi al gruppo, che poi… anonimi un cavolo, io li conosco tutti, sono amici, adoratori, discepoli di Tonia. Ma torniamo ad Ania, beve con parsimonia, ma non per una questione di moderatezza, e’ che vuole sempre avere la lucidita’ di controllare gli eventi. Non si sa mai, fatalista com’e’, potrebbe capitarle qualsiasi cosa che potrebbe cambiare totalmente la sua vita. L’altra settimana c’era tramontana, Ania e’ entrata trafelata nel locale, con gli occhi rossi e lucidi, “ E’ la felicita’ ” ha detto lei, “E’ il freddo” ho risposto io. Era assolutamente convinta che un freddo del genere non poteva che portare qualcosa di caldo e meraviglioso. “Un brodo di pollo?” ho chiesto, ma la risposta mi ha fatto cadere la mascella sul bancone, parlava di un uomo elegante, di gran classe (al pub?) che l’avrebbe notata, abordata e riscaldata tra le coperte nel suo meraviglioso appartamento in centro… e non scherzava affatto. E’ rimasta tutta la sera a guardare la porta, aspettando un Brad Pitt in giacca e cravatta. Peccato che l’uomo meglio vestito fosse un tizio in jeans e maglia a collo alto, basso e grassottello che Tonia ha subito ribattezzato Brad Pig. “Sara’ entrato in un altro locale… Chissenefrega.” ha esordito Ania a fine serata.  “Stara’ aspettando il maestrale…” Ho risposto.  “Beviamoci su…” ha detto Tonia.  Devo dire che un po’ mi piace questo modo di Ania di affrontare le cose. Tutto e’ “Chissenefrega. Domani e’ un altro giorno. Non pensiamoci piu’.” Comunque vadano le cose, a lei sta bene, perche’ se una cosa non va come aveva previsto, vuol dire che qualcosa di piu’ bello deve accadere, e sorride. Ecco, forse questa cosa gliela potrei anche invidiare, ma non ne sono sicura. Quando Aurelio m’ha lasciata, ho cercato di sorridere e ho sparato “Chissenefrega” come se non ci fosse un domani, ma il sorriso era piu’ una paresi facciale e, nonappena mettevo piede in casa, tutti i chissenefrega del mondo si trasformavano in un pianto ininterrotto. Ci avrei potuto riempire un lavandino e farci galleggiare quell’orribile gondola che mia nonna mi ha portato dal suo viaggio a Venezia. Doveva andare cosi’, mi dico ancora ogni tanto, quando ci penso. Aurelio e Zoe, eravamo messi male anche con i nomi, che piu’ merdosi di cosi’ i nostri genitori non li potevano trovare, anche se una volta ho conosciuto una ragazza di nome Salsamella, in onore di sua nonna che mori’ il giorno in cui nacque lei, pero’ a diciotto anni cambio’ nome all’anagrafe. Ora si chiama Sara. E’ un bel nome no? Si e’ sposata e ha avuto due figlie, Abbondanza e Felicita’, che la odieranno per tutta la vita per questa cattiveria inflittagli, pero’ si fanno chiamare Francesca e Federica. Il karma e’ una cosa bestiale. C’e’ da dire poi, di Ania, che tutta questa felicita’ quasi incontrollata, si vede anche dai vestiti che indossa. Non ha un solo capo scuro e non accosta mai i colori. Quello che trova per primo nell’armadio, indossa. Sembra una zingara. Forse non e’ felicita’, ma semplice cattivo gusto che, secondo me, dovrebbe essere riportato sul codice penale dello stato. Una volta si e’ presentata con pantaloni a zampa di elefante a righe gialle, camicia a fiorelloni arancio, fucsia e verde pisello, un enorme cappello a falde larghe e uno scialle a frange rosso e oro. L’ho fissata tutta la sera come si fa con gli stereogrammi, aspettando di vedere all’improvviso un’altra immagine in 3D. Noi tre non ci parliamo molto, ma sappiamo tutto l’una delle altre, e ci piacciamo cosi’ come siamo. Lei, dottore, continua a parlare di schizofrenia e scissione della personalita’ ma, vede, in realta’ credo solo che lei sia invidioso delle mie amiche, perche’ non tutti hanno la fortuna di averne di cosi’ speciali. La maggior parte della gente e’ sola, estranea al resto dell’umanita’. Cammina in fretta, in auto, a piedi, corre dietro al tempo per raggiungere la sera il piu’ presto possibile e chiudersi finalmente in casa davanti la TV, a guardare programmi insulsi che perpetrano l’ignoranza e la miseria. Non sono malata, dottore, e queste sedute sono inutili. Ania crede che il mondo si regga sul fato e pensa agli eventi come a una fortuna, a un’opportunita’, Tonia e’ alcolizzata, sa essere allegra, scaltra, ma un po’ idiota e poco meno che ottusa se e’ sobria, e io che sono un misto di cinismo, invidia e goffaggine le domando… come posso essere tante cose diverse tutte insieme? Oggi e’ mercoledi, sono le 17.30. La nostra seduta e’ finita. Non voglio fare tardi. Le mie amiche mi aspettano. Ah, non ricordo di averglielo accennato ma Tonia portera’ una nuova amica. Da stasera saremo in quattro. Di lei  parleremo al nostro prossimo incontro.”

Sono un coso!

Sono un coso di dimensioni non definite, grande fuori e minuscolo dentro. Mi uccido di risate e mi ucciderei e basta. Cammino sui fili di seta perchè la stabilità non m’appartiene. Entro in punta di piedi nelle altre anime, per divorarle e averne, così, una anche io.

Ho un angolo buio nella mente, dove uragani di parole e tempeste di insicurezza prendono vita, improvvise, devastanti… offuscando tutto il resto.

Sono un coso bisognoso, ma non so di cosa. Tu, intanto dammi quello che hai!

Sono un coso con un marsupio da riempire d’attenzioni e risate. Sono un coso con un marsupio pieno di acqua salata. Ecco cosa puoi darmi… uno straccio per asciugare.

Sono un coso brutto, a volte, ma ho una struttura delicata. Sono un cristallo… un coso di Boemia e sono pieno di crepe. Ecco cosa puoi darmi… un pezzo di Scotch.

Sono un coso adulto, ma la mia vita non è iniziata…  è solo finita molte volte.

Sono un coso di ghiaccio, ma quanto fuoco nascondo sotto il mare.

Sono un  coso di fuoco, ma quanto ghiaccio…

Sono un coso lunatico e amo tanto e odio a sufficienza.

Sono un coso creativo, e creo un sacco di stronzate.

Sono un coso strano, un tipo losco… se potessi mi eviterei.

Sono un coso. Non ho speranza di essere altro.

Sono un coso… sono solo un coso… un coso!

e niente…

Un posto nell’universo, io non ce l’ho. Una ragion d’essere da qualche parte, sola, io e quest’anima irrequieta che mi abita, non ce l’ho. E lo dico che ho una voglia assurda che mi si contorce dentro, e non so di cosa. Forse e’ l’inverno. Si’, ho bisogno di temporali, di venti gelidi e grandine. Qualcosa che si muova veloce, e che accompagni le ore fino alla notte. Qualcosa che mi stanchi, che mi faccia sentire spossata solo per averla guardata dalla finestra. E poi qualcosa che mi calmi. E poi la neve. Ho bisogno di una simbiosi tra le mie stagioni e quelle fuori.  Ho scelto male il mio corpo, potevo essere uno di quei cani che trainano le slitte sui terreni glaciali, e invece sono una donna… e mi pare d’esser morta, quando e’ estate.

Cuore di carciofo

Io me lo ricordo bene, quel giorno a casa tua, con i carciofi della tua Sardegna sparsi sul tavolo in salone.
Pareva che dovessero decorare la  stanza.
” Toto’, so’ carciofi, mica tulipani “.
” Aio’, non dicciamo stupiddaggini. Questi non sono micca carciofi normalli. Prendi l’olio che ti faccio veddere “.
Poi ti sei messo a ridere, scoprendo l’unico dente rimasto. Un irriducibile. Un dente che ha sfidato la forza di gravita’, e ha vinto.
Non ci avevo piu’ pensato. Ora che sei andato via, ti rivedo seduto a quel tavolo. Agguanti un carciofo e lo fissi come fosse una bella donna. E poi lo spogli.
” Le prime foglie sono durre, ma non le togliere tutte. Dopo il primo stratto, morbide divventano. E poi le metti nell’ollio e solo la parte bianca ti devi mangiarre. Crudda “.
Gli occhi si chiudono felici, e il dente fa la sua comparsa.
Per ore non ci siamo detti una parola. Ma che c’era da dire poi? Mi dicevi sempre che per te ero speciale, e non me ne importava niente.
Un’anima inutile sulla terra. Questo pensavo. Ma d’altra parte, Toto’, che hai fatto tu nella vita? Non sapevi fare niente. Due parole in fila non le sapevi mettere. Parlare con te era stimolante come guardare una porta chiusa. Ignoravi il mondo. Non sapevi lavorare. Qualunque cosa facevi, la facevi male. A Natale, ero bello giocare a carte, solo per il gusto di barare con te. Non te ne sei mai accorto Toto’…ma quanti soldi ti sei fatto sfilare. E che brutta sensazione che mi davi l’estate, quando venivi con i calzoncini corti, la canottiera della salute, e i calzini lunghi sui mocassini. E le foto? Ecco, parliamo delle foto che ogni anno, Natale, Pasqua o ferragosto, ci scattavi.
” Fermi tutti. La macchinnetta prendo “. Quel fermi tutti ci ha demoralizzati per anni. Il tempo che impiegavi a scattare una foto, equivaleva al tempo per un dipinto a olio. Senza contare che, in piu’ di vent’anni, nessuno di noi ha mai visto un tuo scatto. Che te ne facevi Toto’? Ecco, questa e’ una domanda che ti farei, se fossi ancora qui. E anche, ti chiederei, te lo ricordi quel giorno a casa tua, a mangiare carciofi in silenzio? Come sembravi felice Toto’. Che cercavi dietro le foglie dure? Il cuore del carciofo, o il tuo, rimasto in Sardegna ?
Tu non sai neanche di che cosa sei morto. Pensavi di avere una malattia, e invece ne avevi un’altra. Se dicevi bianco, era sicuramente nero. Se facevi una cosa, era sicuramente la cosa da non fare. Non lo sapevi mica che ci stavi a fare su questa terra. Ma tranquillo, Toto’, tanto non lo sapevamo neanche noi.  Eri tu il vero carciofo Toto’. Pero’, adesso mi pento di non avertelo mai detto, che un po’ di bene te n’ho voluto e che i carciofi non saranno mai piu’ buoni, come quel giorno.