Diorama

Piove di nuovo. Ogni volta, il cuore mi si apre in due metà esatte… e tutta la vita ci passa in mezzo. Mi compare una ruga triste sotto gli occhi, che ti somiglia e ci si può guardare dentro. Mi nascondo nelle stanze vuote, ma l’eco nella casa ha il ritmo di un pianto incerto, come se il cuore me lo avessero disegnato troppo in fretta e fosse incompleto, insicuro di provare qualcosa che somigli davvero a un’emozione. Allora, guardo a Oriente e mi pare di sentire le tue mani sulla schiena che disegnano linee di desiderio sottintese e poi negate; un intreccio di paure e speranze; un labirinto invisibile che trova il pretesto per inserirsi nello spazio che c’è lungo il collo, sotto i capelli. Poi mi volto, tu apri le braccia e la tua ombra è una croce dai contorni imprecisi. Tutto ciò che siamo e non siamo si diffonde e si moltiplica con infinite varianti. Siamo le due parti di una clessidra, mentre una si svuota, l’altra si riempie? O siamo la sabbia che scorre all’interno? Parti infinitesimali di noi, frammenti di vetro non ricomponibili se non insieme. La pioggia ora scende lenta tra le edere dei balconi, sui rami piegati degli alberi nei viali e l’asfalto ricompare sotto gli ingorghi delle auto. La sera arriva sui paesaggi che lentamente si dissolvono e il buio invade le luci nelle case, come il mare sulle arance. Il cuore riprende a pulsare e la tua ombra svanisce, perdendosi nell’oscurità. E, intanto, ti parlo ancora. Le mie parole si confondono con i suoni della distanza che c’è tra noi e, nei rumori della città, le riconosci come gli sguardi si riconoscono allo specchio: “Da alcune persone… non si fa mai ritorno”.