Ananas, basilico e tulipani

 

 

Scorre il trucco sugli occhi di carbone. Sembrano mandorle nere su una tavola di porcellana. Macchie d’inchiostro su un foglio bianco. Sul lavandino, un bazar da profumeria. Pennelli e colori, creme e profumi, pettini e mollette. L’aroma del caffe’ sale dalla tazzina, in equilibrio sul porta asciugamani, fondendosi col profumo della crema all’ambra veneziana e l’odore della sigaretta che, da sola, si consuma nel posacenere sul davanzale. L’accappatoio a terra, vicino a l’intimo non ancora indossato. L’asciugacapelli nel lavandino bagnato, la spina ancora inserita. I ricci raccolti con una penna. I piedi scalzi sul tappeto umido, aspettano che i minuti asciughino lo smalto bianco, e una musica per pianoforte echeggia nella stanza. E’ domenica e Alina segue le curve dei fianchi nudi allo specchio. Non e’ poi cosi’ male come dice sua madre. Una figura morbida. Tonda. Quasi malleabile. E come e’ armonioso e aggraziato ogni suo movimento. Sinuosa come una ballerina, attraversa il disordine che la circonda. Come fa l’aria, scivolando tra gocce di pioggia in un temporale estivo.

E’ una ciliegia, l’ultimo tramonto di aprile. I raggi filtrano con prepotenza dietro la finestra che punta ad est. Presuntuoso e’ il sole a tentar di rimanere, mostrando al cielo tutta la sua bellezza. L’orizzonte sembra un uomo su un burrone, e tende le braccia aggrappandosi ai limiti del mondo. Cadra’, e arrivera’ la notte. In quel tepore, in quel colore sahariano, Alina avverte un brivido. E’ la notte che sta arrivando anche per lei. Ha camminato sotto la sua pelle per anni, e infine e’ arrivata. Silenziosa come vapore che passa sotto una porta chiusa. Morira’ presto, questo hanno detto, e come comprende ora quel tramonto, quell’uomo con le braccia tese, cosi’ attaccato alla vita.

Lo stereo suona Chopin. Nocturne Opera nove, numero uno. Alina chiude gli occhi e con le dita cerca un pianoforte nell’aria. Suonando tasti invisibili torna col pensiero a mille anni prima. A un vecchio pianoforte e ai tasti consumati sotto le note di quella stessa melodia. Poi apre gli occhi e lo specchio riflette un’immagine grottesca. Con le mani ancora sospese in aria, come un direttore d’orchestra, Alina e’ nuda e ha il volto truccato solo a meta’. Scopre I denti come a uno spettacolo comico, poi ride da sola, sguaiatamente, come una donna non dovrebbe mai fare.

C’e’ qualcosa di malvagio nella malinconia. Non e’ fine a se stessa e non e’ sufficiente definirla tristezza. La tristezza e’ un sentimento rozzo, nasce e muore senza mutare. La malinconia e’ uno stato infame dell’anima. Un ingranaggio che innesca un meccanismo di distruzione. Porta con se’ disperazione e paura.Toglie il respiro e si nasconde nei dettagli come il diavolo. E’ in un quadro, in una poesia, in un’alba. E’ sotto la neve, e’ nel silenzio e in una foto in bianco e nero. E’ in un ricordo e in un segreto antico. Ed e’ in una musica di Chopin.

Al pensiero di questo, Alina spegne di scatto lo stereo. Il silenzio invade la stanza, come una ventata d’aria gelida che spalanca una finestra chiusa male.

Si veste in fretta e corre in cucina a cercare altra musica. Tiene i Cd piu’ belli nella credenza del pane. Non che non abbia altro posto. Ma la cucina e’, senza dubbio, il luogo della fantasia e della creazione.

La musica e’ piacere, il cibo e’ piacere. Come nell’amore, si devono accendere tutti i sensi, nella stanza del  “concepimento “.  Alina pensa a Carlo. E’ per lui la serata che sta preparando. Sta morendo. Deve informarlo, perche’ lui fa progetti per il loro futuro. Vuole sposarla, avere dei figli e invecchiare con lei. Lo deve sapere che lei rimarra’ giovane per sempre. Cosi’ ha pensato a una cena, a un dopo cena, e a una notte d’amore intenso e poi.. Gia’, e poi ? Quando e’ il momento migliore per dire che stai per andartene? Tra il primo e il secondo? O meglio dopo il dolce?

Intanto Alina scava un tunnel nell’anas. Estrae la polpa e la taglia a cubetti. La versa in un contenitore e la copre con succo di ananas, vodka e basilico. E’ il loro cocktail. Adorano berlo con le cannucce, direttamente dal frutto scavato. D’estate cenano in giardino, sotto il gazebo, e passano le ore ad amarsi annebbiati dall’alcol.

Danza tra i fornelli, Alina. La mousse di cioccolato e caffe’ non e’ la stessa senza Louis Armstrong.

E il vino nel decanter respira meglio con i Pink Floyd. Certo,l’astice per le linguine, era gia’ morto quando lo ha comprato. Ma se lo avesse messo vivo nell’acqua bollente, Alina avrebbe accompagnato

la sua morte con Janis Joplin. “Cry baby “ sarebbe stata perfetta. Se non altro per coprire il fischio tipico che queste bestie emettono mentre muoiono.

Alina apre il forno e spennella l’orata con olio e limone. Intanto pensa. Cerca le parole. Carlo non e’ uno che gira intorno alle cose. Arriva subito al dunque. A volte e’ quasi imbarazzante, taglia l’atmosfera in due, bruciando le fatiche dell’altro nel costruire una premessa decente. Non c’e’ mai troppo traffico di parole con lui. Alina, invece, parte sempre da lontano quando ha timore di dire qualcosa. Quando sa che ferira’ qualcuno che ama. Quando sa che nessuno trovera’ una soluzione. Non puo’ essere diretta.

Una cosa troppo seria potrebbe essere scioccante per chi ascolta, e Alina le facce serie non le puo’ guardare. Sbotta a ridere. Com’e’ ridicola la gravita’ di un evento, sul volto della gente.

Intanto Domenico Modugno assiste alla preparazione delle tartine di salmone, limone e paprika, cantando “La lontananza”. E Alina prende spunto, dalle parole della canzone. per scrivere nella mente una bozza di discorso: “ Amore ti devo parlare. Parto per un viaggio senza ritorno “.  Per carita’ che inizio di merda. “ Sai amore quel detto, partire e’ un po’ come morire? Ecco, io sto decisamente partendo troppo “. Mio Dio, lasciamo stare.

Nel frattempo l’astice, che era rimasto senza colonna sonora, prendeva finalmente forma nel pomodoro e prezzemolo con “ Rock Lobster “ dei  B52’s.

Ormai e’ quasi pronto. L’appuntamento e’ alle nove. Alina ha cucinato,ballato, cantato e pensato per ore. Tutto e’ perfetto, tranne il discorso. Le parole hanno formulato solo locuzioni sballate fino a quel momento. Nessun discorso pensato, e’ stato indolore. Non c’e’ modo di parlare della morte di lei, senza straziare il cuore di lui. E cosi’ Alina si arrende alla realta’ della cosa. Le parole non esistono. La morte e’ muta per chi va via, ma grida nel petto di chi resta.

Il campanello suona e Alina corre ad aprire. Le mani afferrano la maniglia, poi si ferma un istante. Poggia la testa sulla porta e si gira verso lo specchio. E’ bellisima. Scioglie i capelli, che cadono leggeri coprendo tutta la schiena, ingoia un nodo bloccato alla gola, e apre.

Dietro un arcobaleno di tulipani, si nasconde il sorriso di Carlo. La scena di sempre. Da tre anni, la stessa, eppure ogni volta e’ la prima. Lui rimane sul pianerottolo, le braccia accompagnano il mazzo di fiori fino a raggiungere lei e la sua voce calda fa ingresso: “ Fiori per un fiore “.

Alina prende il fascio di fiori e fa un piccolo inchino. Lui entra, chiude la porta accompagnandola con un piede e afferra Alina per la vita. Lei si lascia trasportare, accenna un piccolo casque’ e  Carlo la bacia. Non un bacio appassionato, ma uno sfiorarsi di labbra fragile, educato, quasi timido.

In quell’istante Alina capisce. Non potra’ mai dire. Il tempo tra loro si trasformerebbe in attesa. Nell’attesa prenderebbero forma i mostri dell’assenza e dell’abbandono, e in questi la paura della speranza e la delusione della vita. L’unica via d’uscita, e’ morire di nascosto. Lo lascera’. Trovera’ una scusa. Ce ne sono cosi’ tante. Una varra’ l’altra. Lei morira’ e lui iniziera’ una nuova vita.

Oppure no. Lei stasera gli parlera’. Dira’ ogni cosa e lui piangera’ in preda alla disperazione, ma poi le dara’ coraggio e non la lascera’ fino alla fine. Non amera’ piu’ e vivra’ solo, nel ricordo di lei.

Oppure no. Lui scoprira’ la cartella clinica di lei e non dira’ niente. Apprezzera’ il coraggio e l’amore di Alina e rispettera’ la sua scelta di non parlare.

Oppure… Oppure niente. Non c’e’ una versione romantica della morte. Alina parte e Carlo resta, e tutto e’ cosi’ ingiusto. La vita e’ ingiusta e la morte e’ troppo scontata per sorprendersi al suo arrivo.

L’odore del basilico sale sfacciato dal frutto, e la vodka fa il suo sporco lavoro.

Carlo posa l’ananas sul tavolo e , barcollando per il troppo alcol, afferra Alina.

Billie Holiday accompagna i loro passi. Perdendosi uno nel cuore dell’altra, si stringono. Bisbigliando intonano “ I’m a fool to want you “.

Sotto la luce della luna, un tulipano perde i suoi petali.

 

 

Hep-burn si muove

Era un quadro da magazzino. Una cosa dozzinale. Una figura da pub e parrucchieri. Roba per adolescenti o donnine senza personalita’. ” Una sciapata “, avrebbe detto sua madre. ” Una burinata ” avrebbe detto Daniele, guardando lei e il quadro in un’espressione di boriosa sorpresa. ” Mica vorrai appendere quella cosa in casa nostra ? “. Disse

” Lu si’ vistu lu quadro di Tiffany, che classe ? “. Avrebbe aggiunto poi, scimmiottando accenti ciociari.

Tina cammina verso casa. Non c’e’ piu’ niente che possa toglierle il pensiero di essere una donna senza gusto. Ha passato cosi’ tanti anni a sentirselo dire, che ora ne e’ convinta. Eppure ogni sera, tornando a piedi dall’ufficio, guarda la vetrina di Serafini. Non si capisce bene che cosa venda. C’e’ di tutto. Dai detersivi ai carillon, dai reggiseni del primo dopoguerra agli infradito per  il mare, dai bigodini di plastica ( che, abbinati ai reggiseni, esaudiscono il sogno di ogni donna di avere un aspetto vintage ) ai mestoli, agli assorbenti, agli sturalavandini. Gli sturalavandini ce li ha sempre in avanzo, pero’. Non glieli compra nessuno per non dar modo al vecchio Seraf ( cosi’ lo chiamano in paese ) di fare allusioni sconvenienti. Ha quasi settant’anni ormai. ” E’ un povero rincoglionito, che gli vuoi dire? Non sa neanche quello che dice”. Questo si dice in giro. Pero’ due giorni fa, alla signora Terenzi del quarto piano, che era andata da lui a comprare uno di quei cosi, perche’ e’ nuova in zona…e nessuno l’aveva ancora avvertita,  aveva detto chiaramente ” SE NON LA SODDISFA IL MANICO, CE L’HO IO UN BELLO STURONE QUI. JE LA DO IO SIGNO’…’NA STURATA A QUER VECCHIO LAVANDINO DECREPITO”. Tina, che passava di li’ proprio in quel momento, rimase basita, ma giusto il tempo per realizzare. Poi rise per tre giorni e organizzo’ una cena con gli amici. Anche loro risero per tre giorni.

Tra tutte le cianfrusaglie della bottega, compresi i giocattoli Made in China altamente selezionati da Seraf in persona, spunta un quadro. Quel quadro. Quello che  “…No, assolutamente non lo comprerei mai, caro “.

E’ uno sputtanatissimo ritratto di Audry Hepburn che fuma da un cannello ( LA PAROLA BOCCHINO E’ BANDITA DAL PAESE, A CAUSA DI SERAF). Lo guarda da mesi. Da quando e’ sola. Daniele se n’e’ andato. Sua madre non esce quasi piu’. Le ossa fanno troppo male. E’ l’artrosi. Se lo appendesse in casa, nessuno direbbe niente.

” Ma insomma, lo compri o no  ‘sto quadro col bocchino? “. ( BOCCHINOO..BOCCHINO…bocchino…hino ) Un’eco.

Cristo, il vecchio Seraf e’ uscito dal negozio. Tina non risponde. E’ panico. Immagina in un attimo una possibile conversazione con lui: ” Eh..si..mi piace molto, ma costa un po’ troppo ” – ” ..E lo so, anche a me me piaceno li bocchini, ma costeno troppo “.

Cristo non c’e’ mai quando serve !!!

Poi ripensa alla signora Terenzi del quarto piano che, acida e sconvolta, rispose: ” GLIELO VADA A STURARE A QUELLA POVERETTA DI SUA MOGLIE, CHE CHISSA’ DA QUANTO TEMPO NON VEDE UN MANICO DECENTE “.

( I tre giorni piu’ belli della sua vita )

” Ti vedo tutti i giorni davanti la mia vetrina. Lo guardi per un po’, e poi te ne vai. Oggi ti aspettavo. Hai fatto tardi. Sarai stanca “.

L’accento romanesco di Seraf e’ scomparso. Lo sguardo e’ scevro di malizia e il tono e’ dolce e confidenziale. Ma che e’ successo? Tina lo guarda fissa. Gi occhi verdi  sembrano enormi, spalancati su quelli di lui, chiusi dagli anni.

– Si fanno piccoli, gli occhi, quando ci si invecchia.- Solo questo riesce a pensare lei.

Poi, timidamente esclama ” Non mi sono accorta dell’ora. Sono uscita dall’ufficio tardissimo”.

Seraf fa una risata e risponde con tono sicuro ” Non conosco nessuno che lavori in un ufficio, e  non si accorga dell’orario di chiusura. Tutti vogliono tornare a casa dalle famiglie”.

” Io non ho nessuno. Non piu’ almeno. Ce l’avevo. Qualcosa e’ andato storto. Eravamo sulla stessa macchina, in viaggio da molto tempo. Tutto era bellissimo, e non avevamo meta. In seguito lui voleva la montagna, io il mare “.

La voce di Tina e’ serena. Non c’e’ ombra di rimpianto. Il tono e’ basso, ma deciso. E’ sicura della scelta che ha preso. Lasciare Daniele e’ stato l’atto piu’ coraggioso, piu’ ponderato, piu’ doloroso e rischioso di tutta la sua vita.

” Visto che sei sola, e lo sono anch’io, ti va di chiacchierare un po’? Andiamo da Marisella, qui vicino. A quest’ora e’ ancora aperto. E’ tempo di novello e ciambelle al mosto. E niente…”.

Quanta insicurezza in quel ” E niente…” finale. Come un treno che deraglia a un passo dalla stazione. Un vecchio spavaldo che muta in un ragazzino al primo appuntamento.

” E chi e’ ‘sta bella regazzetta mo’? ” Marisella ha sessantatre anni, trenta kg in piu’ addosso, e una voce che sembra Louis Armstrong. Sorride e gli va incontro dondolando su vecchi scarponi da uomo. Intruppa a tutti i tavoli, e si lascia dietro una bestemmia per ognuno di loro. Poi afferra il vecchio per un braccio, ammicca un sorriso a Tina e le volta le spalle. Poi, con tono soave, si rivolge a Seraf  ” CHE CAZZO STAI A COMBINA’? “. Un vulcano che erutta.

Seraf si dimena e in un secondo e’ fuori dalla morsa di Marisella.

” E’ mi’ nipote Marise’…nun me sta’ a rompe li cojoni. Stasera nun me va”.

L’accento romanesco e’ tornato, ma Tina afferra la dinamica. La maschera di Seraf e’ quella di un buffone. Scontroso e maleducato. Volgare e attaccabrighe. S’e’ messo addosso una bella corazza. Un carapace..a salvaguardia di una ben piu’ morbida carne.

Il tempo trascorre in un’altra dimensione. Tina e Seraf affogano le loro vittime di mosto nei bicchieri. Marisella continua a intruppare e bestemmiare. A fine serata avra’ le gambe viola, e Dio le orecchie gonfie. L’odore delle botti sta impregnando i vestiti e le confessioni dei due vengono giu’ come i grappoli al tempo della vendemmia.

Un uomo solo. Mille donne e un unico amore.

” Non la conoscevo. L’ho guardata e me ne sono innamorato. Quante donne ho avuto prima di lei…e quante dopo. Eppure, quello che ho provato per lei, non l’avevo provato mai. Mai prima…mai piu’, dopo.

Un amore antico. Nato in un’altra vita. Un carattere impossibile. Testarda come un mulo, ma un fiore delicato. Gelosa e possessiva, ma libera come un uccello. Coraggiosa come un guerriero, ma capricciosa come un bambino. M’ha fatto ridere, e con la stessa intensita’ m’ha fatto piangere. E io l’ho amata, e ancora la amo, per tutte queste ragioni. E’ andata via. Perche’ amavo me piu’ di lei. Perche’ ero rude e orgoglioso. Non una volta ho chiesto scusa per i miei errori. E lei…quante volte le ha aspettate. Quante lacrime ha versato per me. Quante volte l’ho ferita, e lei e’ rimasta. Finche’ un giorno non l’ho piu’ trovata. Quel quadro, era suo. Glielo comprai il giorno in cui se ne ando’. Era il suo compleanno. Non lo vide neanche. Non feci in tempo “.

Seraf e’ un mare di parole e Tina non ha piu’ voglia di affogare vittime. Bagna di vino i racconti del vecchio, e insieme fumano sigarette nazionali che Marisella vende sottobanco.

“Quando Martina se n’e’ andata, mi sono infuriato. Era una stronza. Una matta impossibile. Tanto meglio per me, dicevo. Proprio non poteva funzionare. Finalmente ero libero, pensavo…credevo. Poi l’assenza di lei divenne ogni giorno piu’ ingombrante. Non respiravo senza Martina. Le giornate si facevano inutili. Le notti divennero infinite. Gli orologi sembravano fermi. Non vivevo senza lei. La cercai per mesi. Se n’era andata … per sempre. Misi in vendita il quadro quasi subito. Per rabbia prima, per rassegnazione dopo. In tutti questi anni, nessuno lo ha mai comprato. E’ rimasto in vetrina. Nell’esatto posto in cui lo misi la prima volta. E sono troppo vigliacco, per gettarlo. Ora sono un vecchio, e Audry e’ sempre bellissima. Non ricordo quasi piu’ il volto di Martina, ma guardo il quadro e la vedo…e il mio cuore ancora batte per lei. Quell’immagine in vetrina, e’ il mio carcere. Martina ha incatenato la mia anima a un dipinto. Non saro’ libero, finche’ qualcuno non me lo portera’ via “.

Tina beve. Seraf fuma. Nessuno dei due si aspetta che l’altro dica qualcosa. Ma entrambe pensano alla propria liberta’, legata alla stessa immagine. Tina sarebbe finalmente libera da critiche e pressioni che tanto hanno minato la sua autostima, e la capacita’ e il diritto di scegliere e amare qualcosa di assolutamente dozzinale e sputtanato. Seraf sarebbe libero del ricordo di Martina. Come Dorian Gray nell’atto finale. Un’anima senza piu’ vincoli.

La notte finisce in silenzio, nel fumo di un’ultima sigaretta per due. Marisella non bestemmia piu’. Ferma, quasi addormentata sulla sua mano appoggiata al tavolo, sembra una delle sue botti. Come cani e padroni, che si somigliano dopo un lungo stare insieme.

E’ dinuovo sera. Tina cammina verso casa. Serafini ha l’insegna spenta e lui e’ in piedi, fuori del negozio. Aspetta lei, che gli sorride avvicinandosi. Sono custodi, l’uno dei segreti dell’altra.

” Buona sera Seraf.Hai chiuso prima “.

” Ho lasciato il quadro al portiere del tuo palazzo.Te lo consegnera’ appena arriverai a casa “. Risponde lui di getto.

” Me lo pagherai con una serata da Marisella “.

Tina sorride. Accetta. E’ entusiasta. Emozionata. L’affare del secolo. Vino, ciambelle al mosto e nazionali….in cambio della liberta’.

La signora Renzi del quarto piano, passa in quel momento e nota lo scambio di sorrisi tra i due.

Seraf la guarda e con una mano sul pacco esclama:

”  SIGNO’, ALLORA? J’A DAMO ‘NA STURATA A ‘STO LAVANDINO”?

( Sabrina S. )

Piccole cose

Poi Martina non aveva mezze misure.

Tutto era si o no, bianco o nero, giusto o sbagliato.

Lo amava Carlo? SI…e allora basta. Questo era sufficiente a continuare a stare insieme a lui. Pero’… pero’ adesso se lo chiedeva se Carlo l’amasse davvero. Tra un tradimento e l’altro Carlo l’amava. Di questo era certa. Ma mentre era con le altre, pensava a lei ? La vedeva, si o no, la faccia di Martina sul collo di quell’altra? E quando erano a letto insieme, se lo ricordava che quello a destra era il posto dove dormiva lei ? Dove mille volte l’aveva guardata addormentarsi tra una parola e un film noioso? Dove l’aveva sentita ridere, in piena notte, nel mezzo di chissa’ che sogno. ” Ridi di notte, perche’ ti avanzano delle risate dal giorno..? ” Le aveva chiesto la mattina dopo. Martina non dimenticava un istante passato con lui. E lui ? la dimenticava a seconda dell’occasione? Ecco un dubbio. Una sfumatura grigia tra quel bianco e nero di cui s’era fatta scudo tutta la vita.

Da quel giorno alla spiaggia Martina era cambiata. Glielo aveva detto di averlo visto al mare con la bionda. Glielo aveva detto due mesi dopo, e lui si era scusato come se non le avesse che pestato un piede. Poi una parola tira l’altra, e l’idea che ci fossero altre donne diventava piu’ densa, palpabile. ” Non ci sei mai, hai il tuo lavoro, i turni di notte all’ospedale. Mi sento solo. ( perdio, che confessione ) Ma ti amo, loro non significano niente per me “.  LORO? Ma quante sono? Ma chi sono? Martina se lo chiedeva in continuazione, e ogni volta le veniva in mente un’unica risposta ” UN FIORINO …”. Poi tornava alla serieta’ della faccenda. Non avrebbe voluto, ma l’immagine delle mani di Carlo, su un corpo che non era il suo, la trafiggevano come aghi negli occhi. Non poteva non pensarci, e lo odiava immensamente per quel dolore che le aveva regalato, e che non l’abbandonava mai. Si, lo odiava con tutta se stessa. Carlo aveva distrutto tutto. Niente sarebbe piu’ stato possibile tra loro. Martina lo sapeva. Conosceva fin troppo bene gli ingranaggi che si mettevano in moto con queste dinamiche. L’insicurezza era per lei un cane randagio, sempre pronto a divorarle l’anima. Non avrebbe piu’ creduto a una sola parola che fosse pronunciata da lui. Lo avrebbe perseguitato e tempestato di domande per sapere dove fosse e con chi,  ogni volta che non era con lei. E nelle notti in ospedale, avrebbe pregato che morisse un paziente ogni ora, pur di non ritrovarsi da sola con il pensiero del loro letto, riscaldato da altre donne. Il dolore degli altri ci distoglie dal nostro. Come guardare un brutto quadro mentre dipingiamo il nostro orrore su una tela gia’ sporca. La gelosia e’ un serpe sotto un masso, pronto ad afferrare la preda. Inaspettato, algido, si nutre di un cuore caldo che sanguina gia’.

Non c’e’ una scelta di soluzioni possibili. L’unica e’ lasciare Carlo alle sue donne, e sperare di dimenticare in fretta. Martina ci pensa ormai da mesi, e ogni volta che prende la decisione di dirglielo, lui la chiama. ” Che fai amore mio? ti penso, ti amo, ci sei solo tu..bla bla bla “. Un agglomerato di parole inutili che non colmano il vuoto che e’ stato creato. Come riempire di acqua un vaso che ha un foro sul fondo. Non le sente piu’ quelle parole. Sono i rumori delle macchine, fuori dalla finestra. Un televisore acceso, nella stanza accanto. Un mercante, in una fiera empia, che grida e nessuno lo capisce. Eppure Martina ha bisogno di quelle parole. Le brama ogni minuto del giorno. Sono necessarie per ritrovare, in Carlo, l’uomo che ha cosi’ amato.

” Non prendere decisioni delle quali potresti pentirti “. Eccola, Valeria, che reagisce alla stessa situazione con Francesco, facendo finta di non vedere. Martina, ogni volta, la guarda come fosse un marziano a una festa di messicani, e si chiede sempre come faccia a rimanere in quella situazione.

Poi si ricorda che Francesco non e’ il solo ad avere storie extra, anche Valeria si concede il lusso di un’avventura ogni tanto. Vanno avanti cosi’, per abitudine, per compagnia, per apatia, e perche’ hanno costruito un passato. Nonostante tutto. ” Dovrei trovare un altro uomo, eccola la soluzione. Chiodo scaccia chiodo.Funziona da sempre con tutti, funzionera’ anche con me “.

Un altro turno in ospedale e’ finito. La notte e’ trascorsa tra un pensiero e una flebo. Tra una soluzione definitiva e una fisiologica. Tra un tunnel senza uscita e una luce accesa in un corridoio buio. Tra una fitta al cuore e un’ora dopo la mezzanotte.

Martina sale in macchina. E’ l’alba. Poche auto percorrono con lei il lungotevere. Vanno veloci. Tutto, intorno, corre. La citta’ si sveglia. Ma Martina non ha fretta. Infila un cd di Einaudi e segue il ritmo della musica. Adagio il pensiero torna li’, a Carlo, al piccolo passato che hanno costruito a fatica. Alle belle sensazioni di una volta. Al ricordo delle ore insieme. E a tutte le piccole cose che si sono regalati. Una collana, un libro con un sogno scritto sulla prima pagina, un anello di plastica, tolto dal tappo di una bottiglia d’acqua, quando capitarono in un ristorante assurdo con un vecchio che cantava a squarciagola, e un portachiavi con le loro iniziali incise. M-C. Martina glielo aveva regalato per le chiavi di casa, quando lui le aveva detto che quel posto era solo loro. Un angolo di mondo fatto solo di loro due. Non ci sarebbe piu’ entrata. Non avrebbe piu’ preso l’ascensore, non sarebbe salita all’ultimo piano, non lo avrebbe baciato sulla porta e non si sarebbe piu’ addormentata sul suo letto.

Il Tevere e’ splendido all’alba. Martina accosta. Ferma la macchina in doppia fila e scende. Si sporge dal muretto e guarda giu’. Qualcuno passeggia lungo il fiume con un cane. Alza gli occhi e la saluta. Martina accenna un sorriso e si asciuga una lacrima. Accende una sigaretta e torna al pensiero delle piccole cose.  Carlo…non la lascera’ andar via.

( Sabrina S. )

Retrogusto amaro

Poi a Martina il mare neanche piace. Ha paura dell’acqua e non riesce a star ferma sull’asciugamano. Si gira in continuazione, come quando la sera e’ a letto e cerca una posizione anche per un’ora, e il telo si riempie di sabbia. – Sa’ di asfalto e terra secca, questa giornata. Stiamo a casa. Non ci divertiremo. Lo so. Io certe cose le sento. – Valeria la guarda e alza gli occhi al cielo: – Ma che vuoi che accada? La tua e’ solo pigrizia. Staremo bene, e poi ormai e’ tutto pronto e i bambini sono in macchina che aspettano.- Martina, in macchina, la musica l’ascolta sempre a tutto volume, ma Valeria parla, e parla, e parla e per essere certa di essere ascoltata abbassa un po’ il volume ogni due curve. Poi ha questa cosa che quando parla decelera. Se e’ concentrata a parlare, non puo’ esserlo anche al volante. Scherziamo? Se le scappa un pensiero su Francesco e la sua nuova compagna, le scappa anche il piede sull’acceleratore e sono tutti morti. Cosi’ si evita la musica e i discorsi su Francesco, e il lungomare si trasforma in una traversata atlantica. Il parcheggio e’ un incubo e Valeria, che ha una fede tutta sua, comincia a tirar giu’ tutti i Santi. Il primo e’ San Francesco, ma Martina fa’ finta di non capire e guarda fuori dal finestrino. – Ascolta, poiche’ non c’e’ un posto manco a pagare, scendi con i bambini e aspettami alla spiaggia -.  Martina neanche la conosce la zona, ma i bambini si scocciano pure loro a sentire i nomi dei Santi, e sono tutti contenti dell’idea di Valeria.  – Ragazzi’ state buoni che a me il mare gia’ fa schifo. Scendiamo con calma e tenetemi la mano che dobbiamo attraversare -.  Nella bocca, Martina, ha ancora quel sapore d’asfalto. Un amaro inconfondibile che sente ogni volta come annuncio di qualcosa di spiacevole.  – Sono gia’ le 11.00. Senti che caldo. Ha ragione Carlo a non voler mai venire a quest’ora al mare –  Pensa a lui, Martina, e le spunta un sorriso quasi di compassione a immaginarselo da solo in ufficio. Quanto la ama. Lui glielo dice sempre e lei non puo’ fare a meno di credergli. Quanto lo ama. Lei glielo dice poco, ma lui lo sa, per questo vuole sposarla. Saranno felici insieme e lei non sogna che quel giorno.  – Il gelato, il gelato, vogliamo il gelato –  I bambini attaccano le sirene e Martina sente una fitta all’occhio destro che preannuncia l’emicrania.  – NIENTE GELATO, ANDIAMO VIA – La voce di Valeria arriva come un temporale estivo. – Ma mica sarai scema? –  Martina e’ incredula  – Ho detto andiamo via. Questo posto non mi piace. C’e’ caos e poi ho dimenticato una cosa a casa –  – Che cosa? –  Valeria tergiversa, dice cose strane e non trova un oggetto per cui valgalapena di intraprendere una traversataatlantica a ritroso.  – Mi stai seccando ora, che hai? –   – Senti Martina, forse non dovrei dirtelo, dovrei farmi i cazzi miei e sperare che tu non te ne accorga…o meglio ancora che tu lo faccia, ma non ci sara’ modo per nascondertelo cosi’ te lo dico e basta –  Martina e’ quasi spaventata, non sa che pensare. Che e’ accaduto dal parcheggio a qui?  – Dai spara, che e’ successo? –  – Guarda alla tua destra. Guarda bene le persone che sono piu’ vicine a noi –  Martina si gira. Non vede niente di strano. Gente in costume che prende il sole. Una famiglia di ciccioni, due bambini che fanno una buca, una bionda insieme a Carlo e un vecchio con un cappello panama. Silenzio. Non c’e’ piu’ un rumore sulla spiaggia. La famiglia di ciccioni si agita. Litigano per qualcosa. Le bocche si aprono e non ne esce un suono. E’ un film muto a colori. Il tempo si ferma. Poi il temporale estivo arriva davvero, dopo una frazione di secondi, nel cuore di Martina. Una bionda insieme a Carlo. Un dolore acuto al centro del petto. Un’implosione nella testa e l’emicrania e’ partita. E’ un dolore fisico, un pensiero che affoga, un ricordo e due parole. Galleggiano bugie e un pezzo d’anima va via per non fare piu’ ritorno. Lo sente uscire dal corpo, quel pezzo, e non sa come trattenerlo. E insieme all’anima se ne escono i sogni di gloria e un velo da sposa, bomboniere, cotillon ed e’ subito sera. Il mondo si sgretola e fa’ una duna sulle scarpe. Martina guarda la duna e si pensa li’ sotto. – Uccidimi adesso –  E’ un filo di voce senza tonalita’. Una macchina ingolfata, un ciliegio senza frutti. In quest’apparente immobilita’ del mondo…Uccidimi adesso.  – Mamma, Martina piange. Mi compri un gelato ? –  Giovannino strattona il pareo di Valeria e quello viene giu’ subito. Ha belle gambe, Valeria, e la gente si gira a guardarla.  – Tesoro, ho dimenticato una cosa a casa. Ora andiamo via e poi mamma te lo compra al parco –  Ha la voce seria mentre parla. Sembra grave. Giovannino fa’ una lagna breve, poi annuisce e torna dagli altri. – Restiamo. Ormai siamo qui. Mi ucciderai piu’ tardi, a casa –  Martina guarda Valeria e accenna un sorriso, alza le spalle ed esclama ” Chissenefrega “, come fa’ ogni volta per non dare a vedere che un treno l’ha investita e ridotta in brandelli. Negli atteggiamenti senza senso Martina costruisce le sue trincee. Valeria lo sa e non la contraddice. Si sta difendendo, prende una posizione e rifugge l’immagine di casa e del letto nel quale vorrebbe buttarsi a piangere. In tutto il tempo che rimangono al mare, Martina non si gira mai a guardare Carlo. Come se quella parte di spiaggia non esistesse. Poi il telefonino vibra. E’ un messaggio. ” Amore, oggi esco prima dall’ufficio. Passi da me stasera? ti amo “. Sono quasi le 4. Passera’ da lui stasera? Non e’ il momento di decidere. Rimandera’ a piu’ tardi. Ora sa chi e’. Ora sa che e’ giusto non fidarsi di nessuno. I bambini giocano a riva. Valeria guarda Martina. Lei si volta un attimo a guardare e li vede andar via.  – Mi piace l’odore della crema solare sulla pelle –  Esclama.  Con eleganza prende la settimana enigmistica e ridacchia sulle vignette. Valeria continua a guardarla. Poi infila gli occhiali da sole e alza la testa al cielo. Si sistema bene sul lettino e rilascia le braccia. All’unisono, roba che a mettersi d’accordo non verrebbe cosi’ bene, esclamano ” Sa’ di asfalto e terra secca…”

( Sabrina S. )

Batteria a vapore

Maledette sigarette elettroniche. Funzionano davvero.

Adesso fumo a letto. Non lo facevo da quando … Non l’ho mai fatto. Non m’e’ mai piaciuto che le lenzuola puzzassero di fumo. Si lo so che, tanto, i vestiti ne erano impregnati. Bastava semplicemente metterli sul terrazzo tutta la notte. All’aria aperta l’odore svaniva. La mattina dopo erano come nuovi. Mica ci potevo mettere tutto il letto sul terrazzo. Eh…

Si, pero’, maledette sigarette elettroniche. Per sentire qualcosa devi tirare forte. Ogni volta mi si sloga la mandibola, e comunque non sento un cazzo. Aspiro e tiro fuori vapore. Cristo, sembro una vecchia locomotiva.

Maledette sigarette elettroniche. Quanto funzionano. Le donne ne sono entusiaste,soprattutto per la varieta’ di gusti. Cioccolato, fragola, vaniglia, menta… Forse non sono una donna. Io ne voglio una gusto Merit. A meno che qualcuno non sia in grado di trovarmi un gelato gusto nicotina. Li’ potrei compensare con una sigaretta al cioccolato.

Maledette sigarette elettroniche. Stanno rivoluzionando il mondo.

E’ una catastrofe di dimensioni ciclopiche. La gente smette di fumare, le industrie del tabacco falliscono, le industrie farmaceutiche tornano a vendere robaccia omeopatica, milioni di persone senza lavoro. Che mondo di merda. Il fumo uccide te e chi ti sta vicino. La sigaretta elettronica salva te e manda in rovina l’economia mondiale.

Magari esagero. Sono una catastrofista, pero’, maledette sigarette elettroniche. Funzionano che e’ una meraviglia.

Io ho il modello sigaretta.Nel senso che sembra una sigaretta vera, ma pesa come una spazzola per via della batteria.

Mi piaceva, quando fumavo, scrivere con la sigaretta in bocca. Faceva molto Bukowski. Maledetta sigaretta elettronica, le labbra non ce la fanno a tenerla. Forse dovrei prendere l’altro modello. Sembra una penna, e piu’ leggera. Pero’, perdio, la sigaretta al cioccolato,il gelato alla nicotina e la penna da fumare. Di questo passo,anche i gas di scarico delle macchine avranno aromi culinari. ” Ho appena acquistato la nuova FIAT al brodo di pollo. la preferivo alla Mercedes gusto pizza, anche se la Ford al tofu era full optional “.

La verita’ e’ che siamo gente senza carattere. Non sappiamo dire BASTA. E siamo oltremodo coglioni. Seguiamo la moda. Oggi, se non hai la sigaretta elettronica, sei antiquato. Guai a te se te ne vai in giro con una sigaretta vera. Sei demode’. Fa’ tendenza entrare in un locale e tirare fuori il nuovo strumento di piacere polmonare. Io la moda non l’ho mai seguita. La sigaretta elettronica me la tengo nascosta, come fosse una pistola. La fumo se sono in compagnia di amici o a casa. Ma mi viene l’ansia da prestazione nei locali. La fumo? non la fumo? si capisce che e’ elettronica? Non si capisce? sono ridicola se ce l’ho e non la fumo o se la fumo con un sorriso compiaciuto?  Oddio…sto fumando una batteria. Ma che cazzo ho da essere compiaciuta?

Non fumo da tredici giorni. Maledetta sigaretta elettronica. Funziona. Pero’  ho due stecche di Merit in fondo all’armadio. Mica voglio essere io la causa del crollo dell’economia mondiale.

( Sabrina  S. )

Casalinghitudine

” Volevo fare la pianista “.

La pentola a pressione ogni tanto fischia e tira fuori il vapore dalla valvola. Giorgina la guarda fissa dallo sgabello in cucina.

I gomiti sul bancone e le mani sotto il mento. Gli occhi viaggiano dai fornelli all’orologio. Le 12.30 . E’ quasi ora di andare a prendere Marco a scuola.

I letti sono fatti. La sala e’ in ordine. Passando nel corridoio, si sente l’odore di varecchina provenire dal bagno. Sul pavimento ci si potrebbe mangiare.

L’odore delle seppie con i piselli comincia a invadere l’ambiente. E’ quasi pronto. Spegnera’ i fornelli entro dieci minuti. Fara’ giusto in tempo a mettere un po’ di cipria sul  viso, e due gocce di profumo sul collo. Il cappotto, e poi via, a piedi verso la scuola.Tutto calcolato.Ogni minuto e’ programmato. Tutto in funzione di una perfetta immagine. Moglie amorevole, madre premurosa, regina della casa. Giorgina si pensa come un epitaffio su una tomba. ” moglie devota e madre impeccabile…bla bla bla “. Cosi’ sa’ che la ricorderebbe, la famiglia inconsolabile.

Mioddio che palle !!!Ma come ha fatto a diventare cosi’ banale? cosi’ noiosa? cosi’ drasticamente adulta?

Nell’immaginario collettivo, Giorgina e’ una donna un po’ stravagante, quasi sempre allegra, ma assolutamente impeccabile in tutto cio’ che fa. Molto responsabile e matura. Una donna elegante che il marito puo’, con molto orgoglio, portare a una cena di lavoro e mostrare come un quadro d’autore.

Spesso diventa argomento di conversazione tra le amiche, le mamme dei compagni di Marco, le colleghe di Stefano… ” Giorgina, suonaci qualcosa al piano. Giorgina devi darmi la ricetta dell’arista con le prugne. Giorgina ha una casa immacolata. Giorgina e’ bravissima a fare tutto… “. Tutti parlano di Giorgina. Tutti parlano a Giorgina. Nessuno parla con lei. Nessuno le chiede chi e’, chi era, cosa vuole o cosa avrebbe voluto essere. Nel tempo le e’ venuto il complesso del guardiano del faro. Tutti vedono il faro…Nessuno vede il guardiano.

Eppure, prima di sposarsi, Giorgina era tutt’altro.

Di elegante non aveva niente.Vestiva spesso da uomo o con gonnelloni da zingara e zoccoli olandesi. Adorava i cappelli a falda larga e fumava i sigari.

Girava per bettole e attaccava bottone con tutti. Nelle notti d’estate, era quasi certo trovarla sulle scale della chiesa in piazza. Birra in una mano, sigaro nell’altra e qualche uomo ad ascoltarla. Non e’ mai stata sola, Giorgina. Un uomo ce l’ha sempre avuto. Un compagno, un corteggiatore, un amante. Li ha amati tutti, e non ne ha amato mai nessuno, veramente. E’ sempre stata molto bella. Stefano non poteva non notarla. Laureato, decisamente benestante, belloccio. Non c’era un solo elemento, nella famiglia di lui, che non avesse una doppia laurea. La famiglia di Giorgina, per contro, era si benestante, ma con un livello culturale decisamente inferiore.  L’incontro tra consuoceri poteva essere paragonato solo a un pranzo della regina Elisabetta alla trattoria LA PAROLACCIA, a Roma.

Negli anni Stefano l’ha cambiata, trasformata, plasmata e resa una vera donna. Ma Giorgina non e’ donna. Giorgina e’ femmina. E’ istinto felino, e’ un predatore affamato che s’aggira furtivo..aspettando la preda giusta. L’occasione giusta, per attaccare…e poi fuggire.

Giorgina non e’ cambiata. Nell’animo e ancora una ragazza che veste come un uomo..beve birra e resta fino all’alba sulle scale della chiesa, a ridere e ciarlare. Lo sa che e’ cosi’. ” Giorgina e’ ancora qui.. “. Se lo ripete, ogni volta che stende i panni sul filo in giardino, fumando il sigaro di nascosto.

( Sabrina. S. )

Non ho capito la domanda

” Ma lei davvero crede, professore, che se fossi ubriaca verrei a dare l’esame” ?

Intanto l’occhio mi sfugge. Sento che si sposta. Non tiene a fuoco l’immagine. Ecco che tenta di scavalcare il naso. Si ferma un secondo sul procero…e opla’, con un doppio carpiato finisce dall’altro lato della faccia. Mi sento gli occhi incollati uno all’altro. Sono una sogliola. Sono una cazzo di sogliola e la mia natura mi porta sui fondali. Sto per adagiarmi sul fondale della cattedra.

” Non si lasci ingannare dalla mia postura. Sono solamente stanca. Sono tre mesi che mi preparo a questo esame “.

Ho una sete maledetta e una carogna in bocca. Che ho fatto ieri?  Ho mangiato calzini ?

Dunque vediamo. Reminiscenze delle ultime 24 ore. Dunque…si. No…Vediamo.

Che vediamo? Chi vede? Non vedo niente. Sono una sogliola. Mi sta scoppiando un occhio. E’ l’emicrania.

” Si, professore, grazie.Accetto volentieri un po’ d’acqua “.

Devo dire qualcosa. Qualunque cosa che abbia un senso…

” Non si lasci ingannare dalla mia postura. Sono solamente… stanca “. Ma che cazzo dico? Di nuovo..

” Ah. Lei sa gia’ che sono tre mesi che mi preparo a questo esame. E come lo sa? “.

( SIGNORE, FAMMI SPARIRE ADESSO.)

Mi ricordo qualcosa. Immagini fugaci di risate alcoliche. Antonia mi viene incontro. Ride e trasporta boccali di birra da un litro, dal bancone al nostro tavolo.

Intanto l’assistente apre il libretto degli esami. Il professore ancora non e’ arrivato. Sono la prima. Non s’e’ mai sentito di un professore universitario che facesse tardi in un giorno d’esame. Ma e’ vecchio. Storia moderna e’ uno degli esami piu’ facili… perche’ il prof e’ anche decisamente rincoglionito. Un nostalgico, un fan del ‘ SE STAVA MEJO QUANNO SE STAVA PEGGIO “. Due domande in croce sul colonialismo e le riforme economiche, se gli gira… qualcosina su CarloV o le costituzioni della rivoluzione francese, e poi il pezzo forte. L’elenco dei partigiani italiani piu’ famosi: De Ros, detto Il tigre;Adriano Venezian, detto Il biondo; Gino Simionato, detto Il falco; Giorgio Pizzoli, detto Jim; Arrigo Boldrini, detto…Arrigo Boldrini ( perche’,con un nome cosi’..non hai bisogno di un soprannome ); E poi Toffanin, Diego Baratella, Moranino e.. lui, GIOVANNI LAZZETTI. Il partigiano piu’ famoso. Lo chiamavano Il Ballonaio perche’ suo padre vendeva palloncini. Riusci’ a derubare i tedeschi di ottocento fucili, e con questi ad armare tutti i partigiani della Valtrebbia.

Mavaffanculo. MI ricordo ‘sta roba …e non so come sono tornata a casa ieri notte. O era stamattina?

Ma, d’altra parte, sono  tre mesi che mi preparo a questo esame.

”Non e’ mai stanco lei, professore ? ”.

Lui mi guarda negli occhi e mi invita a darmi un contegno. Non gli ho mica mollato un calcio nel culo, penso.

Le cose si mettono male. Puzzo di whiskey e botte vecchia. A starmi vicino sembra di stare in una bettola. Mi do’ fastidio da sola.Sto scomoda nei miei panni. ( SIGNORE, PERCHE’ NON MI FULMINI? )

Se fossi in lui, l’assistente, mi manderei via per il tanfo. Cerco di star dritta sulla schiena. Frugo nelle tasche e trovo una mentina. Una Saila. Un concentrato di aspartame. La scarto velocemente e la metto in bocca come fosse un salvavita ( un salvavita per gli altri…piu’ che altro ). L’effetto e’ devastante. La menta acuisce l’alito alcolico.

( SIGNORE, TI PREGO, SPARAMI DALL’ALTO DEI CIELI.)

Ecco che si apre la porta.

Il professore e’ arrivato.

CRISTO….NON E’ LUI.

Chi e’ ‘sto tizio? Sembra il tipo che dice le previsioni del tempo sulla Rai. Quello con la barbetta nera… Sembra il fratello minore di Beppe Vessicchio.

Si siede, mi guarda. Poi si rivolge all’assistente con la faccia ciancicata ” COS’ E’ QUESTA PUZZA DI VINO ” ?

” E’  Bourboun ” rispondo di getto.

( SIGNORE…VUOI METTERE FINE AI MIEI GIORNI O NO??? )

” Signorina, mi parli delle isoipse. Cosa sono e che significato ha la loro lontananza o vicinanza “.

Silenzio totale. Sguardo perso nel vuoto assoluto. Un embolo parte a cercare risposte nel cassetto della memoria.

Prendi tempo, cazzo, prendi tempo.

“Professore, mi scusi, non ho capito la domanda ”. Azzardo con voce e testa bassa, per dirigere i vapori dell’alito verso le mie scarpe.

La domanda riecheggia nelle orecchie come un suono sconosciuto. ISOIPSEEEE. Da sogliola, immagino Nettuno su uno scoglio. Il tridente puntato verso il cielo grigio…e lo sguardo austero segue una voce tuonante… ISOIPSEEEEE.

Il mio occhio ebete obbliga a una domanda: ” Signorina, ma lei e’ preparata per l’esame di cartografia, o siamo qui ad asciugare gli scogli ” ? ( …e qui l’immagine di Nettuno ci azzeccava assai )

” CARTOGRAFIA????? ” mi alzo in piedi di scatto ” Allora lei e’ davvero quello della televisione. Quello che dice le previsioni del tempo alla Rai. Certo che non sono preparata. Io non so neanche ripiegare la mappa stradale, figuriamoci dare l’esame di cartografia, che e’ una materia di MMMERDA.. ”

( SIGNORE, VISTO CHE NON MI DAI UNA MANO, PRENDO LA RINCORSA E MI BUTTO DAL SESTO PIANO )

” Scusi professore, senza offesa, ma credo che abbiate sbagliato aula. Qui si tiene l’esame di Storia Moderna ”

” Signorina, senza offesa, ma se alzasse di meno il gomito, saprebbe che l’esame di Storia Moderna e’ al piano di sotto ”.

( SIGNORE……LEGGIMI NEL PENSIERO !!! )

( Sabrina. S. )

Stronzo d’un cane

” Non c’e’ piu’ stato, amore mio, un momento di pace, di intimita’,di serenita’ per noi due, da quando quel cagnaccio e’ entrato nella nostra vita. Te l’avevo detto che ci avrebbe portato solo guai. Te lo ricordi ? Te lo dissi dal primo giorno. Ahh, il primo giorno. Mica lo avrai dimenticato? No perche’, io invece lo ricordo benissimo. Ce l’ho ancora davanti gli occhi, quella tua faccia da imbecille. Ti si abbassano sempre gli angoli della bocca, quando stai per fare qualcosa che sai non mi piacera’ affatto, e la voce ti si alza di un paio di toni. Le spalle ti si incurvano un po’, facendo sembrare il tuo corpo esile ancora piu’ misero. No. Non sto esagerando affatto. E’ cosi’ che sei entrato in casa quel giorno. Misero, curvo e con un cucciolo in braccio. Non e’ grazioso? questo hai detto con la tua voce idiota. Si, hai una voce idiota, lo diceva sempre anche tua madre. Beata lei che e’ morta, almeno si e’ risparmiata la sofferenza di guardarti ora.   Quando hai lasciato a terra il cane, gli hai detto – Ecco la tua casetta, ti piace? – Non hai minimamente pensato di chiedere la mia opinione, e lo sapevi, piccolo verme di palude, che detesto i cani.  Lasciano tutto quel pelo in giro per la casa, sui divani, sul letto, sui tappeti. Per non parlare della bava e delle uscite notturne per cercare un albero da fargli  inondare.  Che sfiga maledetta nascere albero. Nel migliore dei casi puzzi di piscio di cane per almeno cento anni.      Mentre quel bastardo a quattro zampe sniffava per tutta la casa, ti sei girato e hai chiesto – Come lo chiamiamo? eh Cristina..come lo chiamiamo? –   STRONZO, lo chiameremo STRONZO, visto che ha gia’ lasciato il suo primo ricordo sul tappeto. Te le ho urlate queste parole, ricordi? e tu, facendo spallucce, hai preso il cane, lo hai baciato, ti sei fatto leccare ben bene la faccia e, con la tua voce idiota  e la faccia piu’ imbecille che potessi metterti, hai detto – Fedele, lo chiamero’ Fedele, perche’ mi sara’ fedele per tutta la vita e non ci separeremo mai –  Che cosa romantica. Sembravi anche un po’ frocio mentre dicevi queste cose a Stronzo. Perche’ lo sai che ho continuato a  chiamarlo cosi’, no? Sai una cosa? secondo me gli piaceva di piu’ essere chiamato da me. STRONZO, e’ piu’ da maschio. E sono certa che ci si riconoscesse. Mi ricordo una gita in campagna, da tua cugina Alberta. Forse era Pasquetta. C’erano tutti i nostri amici. Tutti felici. Alberta e Mario preparavano insieme il barbeque. Daniele e Francesca giocavano a pallone con i figli. Carlo chiedeva a Martina di sposarlo, nell’unico giorno dell’anno in cui non litigavano. Persino Valeria e Francesco si baciavano tra un bicchiere di rosso e uno bianco. E in fine eccola, la coppia piu’ felice dell’anno. Tu e Stronzo. Due stronzi. Avete condiviso la giornata, il pranzo, le corse nel parco e persino la pennichella sul prato. E che meraviglia, la sera, quando andando alla macchina insieme a lui, ti sei girato e mi hai chiamata con un fischio. – CRISTINA, ANDIAMO –  Alberta mi ha guardata e ha detto ad alta voce – CHE STRONZO – Tu non l’hai sentita, ma il tuo cane si, ed e’ tornato indietro a farle le feste. Vedi? e’ la prova. Lo sapeva meglio di tutti…di essere uno stronzo. – CRISTINA, ANDIAMO – Che umiliazione. Ero io il cane di casa ? Rispondimi..Ero io?

E’ cosi’ che chiami la tua donna? Potevi dirmi di andare a cuccia, ogni tanto, no? o potevi tirarmi un osso, ogni volta che discutevamo, tanto per farmi stare buona. Ma no, tesoro, non sono arrabbiata ora. Sto solo ricordando degli episodi, per farti capire meglio il disagio che ho provato, da quando quella bestia ha messo piede in casa. NO, non e’ vero che e’ sempre stato un cane buono. Ti ricordi il signor Baldassarre, del quinto piano? Si, il vecchio col bastone, esatto. Be’ ? Non ti ricordi che il tuo cane tanto buono lo ha aggredito? Non puoi averlo dimenticato. Eravate solo voi tre nell’ascensore. No, non provare ancora con questa cretinata che il vecchio ha alzato il bastone e Stronzo si e’ impaurito. Cagnaccio maledetto, lo ha sempre odiato quel povero vecchio. Un uomo zoppo e innoquo come un bambino. Si, si..certo. Sono tutti cattivi con il tuo cane. E allora, che mi dici di quel giorno che ti e’ scappato, mentre tornavate dalla solita passeggiata del pomeriggio,  e lo hai ritrovato grazie alle urla delle persone, davanti la macelleria di Aldo, che ringhiava e abbaiava a una cliente che era uscita con la busta piena di fettine? Ah si, certo,avevi dimenticato di dargli da mangiare ed era solo un povero cucciolo affamato. Un cucciolo di 20 kg che ha quasi staccato una mano a una donna per prenderle la carne. E NON MI FARE,TI PREGO, LA TUA SOLITA BATTUTA DEL CAZZO…CHE ERA CARNE GIA’ CON-DITA !! Ti ricordo che hai sborsato una bella cifra alla signora perche’ non ti denunciasse. E le gemelle della signora Proietti? si, quelle al primo piano. Erano terrorizzate. Ogni volta che tornavano da scuola lui si metteva ad abbaiare e a ringhiare. Alla povera Lauretta, una volta, ha strappato il grembiulino. NO, smettila, non e’ vero che era stata lei ad infastidirlo. Quella ragazzina era cosi’ impaurita che neanche lo guardava il tuo cane. E’ stata indetta una riunione di condominio per parlare del tuo cane. Ci hanno chiesto di prendere provvedimenti. E mentre io chiedevo scusa a tutti, tu ti sei arrabbiato ed hai cominciato ad inveire contro i condomini. Li hai chiamati insensibili, bastardi, maledetti  e molto altro. Quella sera mi hai picchiata e mentre mi prendevi a calci mi chiedevi di urlare che il tuo e’ un cane buono. – GRIDALO, CAGNA. E’ UN CANE BUONO, E’ UN CANE BUONO…GRIDALO.    Ma certo che ti perdono, Fabrizio, non preoccuparti. Lo so che e’ stato un momento di rabbia, che sei un uomo buono, e che lo e’ anche il tuo cane. Ed e’ per questo che ho invitato tutti i condomini a cena stasera. Per scusarmi e per dimostrare quanto tu e Stronzo abbiate un cuore buono. Ma non solo il cuore. Dimostrero’ che carne tenera avete…con stufati, barbeque, spezzatini e arrosti. Stronzo sarebbe felice di sapere che la sua coda, cotta alla vaccinara, sara’ offerta al signor Baldassare e consorte. Avevi ragione, amore, quando dicevi che non vi sareste separati mai. Cane e padrone, sempre insieme. Buoni entrambi…fino all’ultimo morso. ”

( Sabrina S. )