Il Dali’ atomico

Lo scatto fu realizzato a New York nel 1948 dal fotografo Philippe Halsman.  L’idea era di rappresentare la sospensione. Per la foto furono necessarie ben 5 ore e circa 28 tentativi con altrettanti salti, e una stanza piena di assistenti che lanciavano gatti e secchiate d’acqua in aria. 

Risvegli

Muoveva le braccia in maniera scoordinata, tentando di tenere la testa fuori dall’acqua. Non c’era vento e il lago era immobile, eppure Nina sentiva di affogare.  Era certa di non essere in un punto dove l’acqua fosse troppo alta. Con la punta dei piedi poteva sfiorare il fondale vischioso. Un masso era li’, fermo, da qualche parte. Lo aveva toccato un attimo prima, azzardando una spinta verso la superficie. Poi lo aveva perso. Eppure non c’era corrente che potesse spingerla altrove. Tutto era fermo fuori dall’acqua, e tutto era vivo sotto di lei. Come se la superficie fosse il confine di due mondi distinti. Guerra e pace, ordine e caos, bianco e nero. Con gli occhi sgranati, Nina poteva afferrare i particolari di quella immobilita’ che la circondava. Le foglie dei pioppi rimanevano ancorate ai loro rami, il cielo terso era una linea dritta nel quale spiccava una sola nuvola, tonda e soffice come ovatta. Le fronde di un salice bianco sembravano protendersi verso una lastra d’acqua impassibile. Tutto era piatto, come se dietro gli alberi ci fosse il nulla, come se il cielo arrivasse solo fin dove i suoi occhi arrivavano a vederlo. Non un insetto, un uccello, un rumore. Nina guardava un paesaggio statico e privo della sua realta’ tridimensionale. Era come affogare nel disegno di un bambino.  Mentre le alghe le afferravano le caviglie come mani robuste, lei tornava alla ricerca di quel masso allungando le gambe verso il fondale. Il collo del piede si inarcava e le dita si contraevano per i crampi.

Nessuna percezione del tempo. Nessun senso dell’orientamento. Cercava quella pietra con l’orecchio teso, come fosse una voce familiare pronta a darle indicazioni. Non udendo alcun suono Nina cominciava ad arrendersi a quel destino e al silenzio della profondita’. L’acqua le copriva il viso. Gli occhi si aprirono e guardarono il mondo dietro lo specchio. Ogni cosa era ancora ferma al suo posto. Nuvola, salice, pioppi. Il cielo era rimasto una retta azzurra su un rettangolo di carta e, in quell’assenza di variazione, Nina come Ofelia, fluttuava nella pace della sua sorte.  Senza alcuna paura, come attratta da quella vita subacquea, Nina lasciava che le vesti, ormai intrise e appesantite, la trascinassero giu’, nell’oscurita’ del lago.

Apri’ gli occhi di scatto, rimanendo per qualche istante a cercare il soffitto nella penombra della stanza. Le immagini del sogno erano cosi’ nitide che tratteneva il rispiro, come se l’acqua ancora la coprisse. Poi il battito cardiaco comincio’ a rallentare e il respiro si fece regolare. Nei suoi sogni Nina era spesso in pericolo. L’inquietudine del vivere quotidiano affondava le radici nel suo inconscio, e questo le trasmetteva immagini della sua vita da altre angolazioni. Cio’ che Nina si rifiutava di vedere da sveglia, era costretta ad affrontarlo di notte.

L’orologio lampeggiava le tre quando Nina comincio’ a ripercorrere le immagini di quel film notturno. Ormai era inutile nasconderlo, la sua vita era in pericolo. Tutta la sua esistenza galleggiava sulla superficie di quel lago, al confine tra una realta’ statica e una forza vitale nascosta nella profondita’ di se stessa. Sopravviveva, persa tra i capelli di un Giano bifronte. A troppe cose aveva rinunciato pur di vivere la serenita’ del disegno di un bambino. Aveva rinunciato a se stessa, a quei vortici impetuosi e improvvisi che solo la natura di un lago puo’ creare.

Cercando di creare una vita perfetta a tutti i costi, aveva finito per rovinarla. Anche Carlo se n’era accorto, per questo non l’amava piu’. Non era piu’ lei. Aveva abbandonato la sua personalita’ per dare a lui la serenita’ e la pacatezza di un rapporto stabile, e lui aveva perso ogni attrattiva. Percependo la sua debolezza, Carlo aveva preso potere. Non avendo piu’ alcun rispetto per i sentimenti di lei, entrava e usciva dalla sua vita continuamente, destabilizzandola ogni volta. Rinunciando a se stessa per Carlo, Nina aveva sbagliato. Aveva perso entrambi. Qualcosa pero’ accadeva ora nelle viscere. La voglia reale di riprendersi tutto cio’ che aveva lasciato. Prendeva piede la nostalgia per quei vortici interni che le avevano sempre concesso di affrontare sfacciatamente la vita.

Nina sentiva il bisogno di tornare ad essere cio’ che non era piu’. Carlo voleva andarsene? Non sarebbe stata certo lei a fermarlo. Non piu’. Addio Carlo, bentornata Nina.

L’alba entrava in punta di piedi, dietro le tende. Nina chiuse gli occhi e si immagino’ nuotare nel lago di quel sogno. Un vigore antico tornava a far breccia nel suo cuore, nella sua anima, sotto la pelle.  Non sarebbe stato difficile…  tornare ad essere.

( Forse )