Frozen

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Il canto del cigno

folla

Oh, Anna, se solo avessi il coraggio di dirlo ad alta voce, di pensarlo o considerarlo, di ammetterlo almeno con me stesso, allora si’, la tua essenza sarebbe reale e tutto cio’ che ho provato un tempo, tornerebbe ad essere presente, vero e tangibile. Ma lo tengo con me, nascosto nel petto, sopra lo sterno; non a sinistra, dove c’e’ il cuore, ma un po’ piu’ a destra, tra la spugnosita’ dei polmoni e la gabbia delle ossa, avvolto dalla speranza che altro non e’, lo sai, che una delusione che aspetta solo di essere scoperta.  Ogni cosa e’ forte in base al suo punto piu’ debole e tu sei la mia forza e, al contempo, quell’unica parte di me che e’ debole agli eventi. Ogni difficolta’ mi pare immensa e perenne, da quando non ci sei, come se andando via, avessi portato con te la mia pelle e io fossi rimasto in balia del vento, coperto solo del tuo nome, prolungato in milioni di echi. Sono stato un vile, Anna, a cacciarti e lo sono ancor di piu’ a non cercarti ma, in una linea sincronica, una via parallela del pensiero, io ti sento e sento ancora il tuo dolore, e non posso avvicinarlo, per non sentirlo ancora piu’ forte dentro di me. Ma non posso neanche separare un ricordo dal dolore, non ci riesco, e io ti ricordo, Anna, mentre canti o ridi o piangi, mentre giri per casa, riempiendola tutta con la grandezza del tuo cuore; ti ricordo dormire dopo l’amore e mentre mi accarezzi il viso… e il sorriso mi diventa una smorfia. Poi torno a sorridere fintamente, per non destare sospetti e la maschera con il tempo diventa il volto, il mio volto. Ma mi sento come un aquilone che ha perso il suo filo; Tu sei volata via e io mi sono accasciato a terra, inerme, inutile a qualsiasi altro scopo. Mi circondo di altre donne, ma ognuna di esse ha la forma della tua assenza e scopro che la via e’ una e una soltanto, soffrire per me, non piu’ per te, ma per la mia meschinita’ e la consapevolezza di dover rimanere solo con i miei ricordi.  La solitudine ha un suo odore, Anna, come le margherite quando muoiono, che non profumano di quel marciume nei cimiteri, ma di stantio, di polvere e muffa… e di tempo. E’ un tempo senza origine, quello in cui ti ho amata, e ora, seppur cosciente di essere stato io a bandirti dal mio cuore e dalla mia vita, mi rendo conto di essere solo la meta’ di qualcosa. Di me non rimane che il resto di qualcuno. Ti ho amata, odiata, lasciata e rivoluta con me, poi persa e ricercata ancora, per riaverti e abbandonarti di nuovo, finche’ di te non e’ rimasto piu’ niente. Non riesci piu’ a tornare, lo capisco, e io non so come indicarti la strada. E allora resteremo cosi’, come foglie sospese, che non volano e non atterrano. Ma, a volte, mi capita di sorridere per qualcosa e mi scopro a voltarmi, immaginando di vederti arrivare, e tornare ancora… per me.

 

 

Tiersen… cosi’!

Quelli come te, che hanno due sangui diversi nelle vene, non trovano mai riposo né contentezza; e mentre sono là, vorrebbero trovarsi qua, e appena tornati qua, subito hanno voglia di scappar via. Tu te ne andrai da un luogo all’altro, come se fuggissi di prigione, o corressi in cerca di qualcuno; ma in realtà inseguirai soltanto le sorti diverse che si mischiano nel tuo sangue, perché il tuo sangue è come un animale doppio, è come un cavallo grifone, come una sirena. E potrai anche trovare qualche compagnia di tuo gusto, fra tanta gente che s’incontra al mondo; però, molto spesso, te ne starai solo. Un sangue-misto di rado si trova contento in compagnia: c’è sempre qualcosa che gli fa ombra, ma in realtà è lui che si fa ombra da se stesso, come il ladro e il tesoro, che si fanno ombra uno con l’altro.