E se…

assenza

E non la senti anche tu, Anna, questa costante presenza di un’assenza? Così invadente che interrompe il respiro e non hai spazio per muoverti e non riesci a vedere oltre la finestra, oltre la tenda, oltre te stesso. Si nega al tempo misurato e non sai più da quanto ti sieda accanto. Non ti capita mai di toccarti il viso per assicurarti che almeno la tua pelle sia ancora lì, espansa, tesa come una vela, che ricopre il corpo come fa il mare coi fondali? Corri anche tu, all’improvviso, allo specchio, in un momento a caso del giorno o della notte, per essere certa di avere ancora i tuoi occhi e di guardarti fissa nel riflesso, con le pupille dilatate fino al confine dell’iride, per dimostrare a te stessa di essere presente nella tua stessa vita? E, allora, cos’è che ti manca, Anna? Cos’è che manca a me? Non saremo forse noi, con la nostra finta presenza, ad essere assenti, in realtà? Come due punti fissi di un’ellisse, distanti ma presenti, eternamente soli, insieme. Ma, se non fossi tu a mancarmi, Anna? Se fossi io, invece? E se mi mancasse, in realtà, il sentirmi com’ero quando eri qui? Sarebbe poi così diversa la mia assenza dalla tua? Che importanza può avere, chi dei due mi manca davvero se, comunque, non posso essere interamente me, senza te? E’ al vento che manca un aquilone, per dichiararsi? oppure, è all’aquilone che manca il vento, per affermarsi? Non vedi come, separati, rimangano due metà inutili? E allora perchè, Anna, perchè amo me e non te? Siamo anime gemelle, Anna? O siamo solo anime non in grado di essere almeno compagne? E se non fossimo affatto anime? Se, in realtà, non fossimo mai stati l’uno la metà dell’altra? Se tu fossi, per esempio, un’arancia e io una mela? E se tu fossi una bistecca…  per esempio? Oh, Anna, vieni qui e ridiamo ancora un po’. Poi, però, fuggi di nuovo, perchè io possa sentire ancora un’assenza ingombrante e correre allo specchio a chiedermi nuovamente, ripetutamente, con lo sguardo beota: “Ma cos’è… che mi manca?”.

Le lettere

lettere

Ti odio, Anna. Odio la confusione che mi vibra dentro, solo guardando la tua fotografia. E allora scrivo lettere che non leggerai, per proteggermi dalla rabbia che sento. Ti odio per avermi strappato a me stesso, togliendomi la capacità di amare ancora. E allora ti scrivo lettere che non leggerai, per ritrovare quella nostra particolare intimità, quella capacità di rivelarci senza dover parlare. Ti scrivo lettere che non leggerai, fingendo di averti accanto, di parlarti e di ascoltare le tue parole, che ogni volta mi calmano, dissipando il risentimento e il rifiuto che ho  di te, come fa il vento sulla nebbia. Ma so che al mio ultimo punto sulla carta, l’amarezza per la tua assenza tornerà a infilarsi nella mia carne, come un ago improvviso in una scatola. E ti odierò di nuovo. Come se, dopo l’amore, uscissi sbattendo la porta, senza parlarmi, senza voltarti. Ti scrivo lettere che non leggerai, e mi sento il clandestino di una nave che affonda lentamente. Ho preso qualcuno, dopo noi, ma scrivo a te, lettere che non leggerai. Qualcuno che non amo ma che mi tiene al sicuro da me, da te. Quel che provo, non è che la pura coscienza di essere parte di qualcosa, ma scrivo a te infinite lettere che non leggerai. Voglio di nuovo certe emozioni, Anna, quelle che solo tu mi hai dato, ma non le voglio più da te, e allora ti scrivo lettere che non leggerai. Voglio un’altra te, ma non tu. Sono l’ultimo proiettile di un’arma, Anna, e non so a chi sono destinato.  E allora scrivo lettere che non leggerai, mentre ti immagino commuoverti al suono di un pianoforte, mentre coltivi le tue piante, e ti immagino guardare il vuoto, mentre pensi a me, che mi tengo lontano dai tuoi occhi e scrivo lettere che non leggerai. Non ti ho dimenticata, Anna, mai. C’è più essenza di te, nelle mie vene, di quanto sangue scorra in un uomo. Sei un fiore che non appassisce, Anna. E ho scritto lettere che non hai mai letto. E scriverò lettere che non leggerai.

 

Sempre

tempo                        Qual è il momento giusto, Anna, l’ora e il minuto esatto in cui il ricordo di noi, che vaga prigioniero nelle mura della tua mente, fugge per arrivare a me? C’è come un odore di tempo fermo, intorno a noi. Come se ieri non esistesse e domani non importasse. Un infinito presente. Amore e odio, ora, sogno e realtà, ora, vita e morte nello stesso momento, passato e futuro insieme, solo ora e mai più… e mai stato. Un’eterna crisalide, la danza perfetta del serpente e la mangusta, al contempo preda e predatore. Un pensiero fermo all’istante in cui l’istante diventa se stesso. Vorrei infierire sui resti del tuo cuore come un avvoltoio sulla carogna, per mantenere la confidenza della tua pelle con la mia e fermare il tuo pensiero su di me, come se mi guardassi per la prima volta, come se lo facessi per l’ultima. E vorrei cadere sulla tua vita come neve sulle strade, come polvere sui libri, silenzioso, consapevole di andare via con un soffio e di tornare, sempre. E’ nel senso dell’appartenenza che ti riconosco. Sei lo specchio dove vengo a guardarmi e i tratti del mio viso diventano i tuoi, come fossimo “uno”… e mi riconosco. Ti percorro come fossi un terreno senza strade e senza confini… e mi perdo in te, che sei il deserto e sei anche l’acqua. E mi ricordi un posto dove vorrei sempre andare. E mi ricordi qualcuno con cui vorrei sempre parlare. Ma i segreti ci proteggono, mi hai insegnato, e così non ti vengo a cercare… e così non ti vengo a parlare. E il peso delle mie parole non lo senti più. Affaticato dalla tua assenza e dalla tua presenza, vorrei che mi guardassi come un sarto che, trovata un’anima lacera, pensasse: “C’è ancora stoffa per fare un vestito”. Ma quelli come noi, fatti di guerra e malinconia, non si salvano neanche con la felicità. Cercami, Anna, o almeno pensami. Fa’ che io ti possa sentire, percepire nell’aria, in un suono, in una vibrazione. Sii perenne nel frastuono dei miei silenzi.             Piove da giorni. L’acqua scorre lungo le strade e finisce sotto i portici grigi della città. Un cane, incurante, rovista in un secchio e alcune ragazze sguaiate corrono ridendo a ripararsi dentro un bar. E poi ti vedo, nella mia mente, camminare piano nel verso opposto a tutti gli altri, curva sotto il peso dell’ inquietudine che ti fa sempre ombra. Sei il tempo, Anna, sei il fluire delle stagioni e la tua anima si muove con esse, plasmandosi in una costante altalena emotiva. E forse pensi a me, che penso a te, che pensi a me.

Come sabbia

donna albero

Sei sveglia, Anna, in questa notte di Scirocco, anche tu tormentata dal rumore del vento? Chiudo gli occhi e ti vedo camminare scalza senza accendere le luci, appoggiarti alla finestra e fumare, incurante della cenere che cade a terra. Le pupille si dilatano nell’oscurità e tutto ciò che riesci a vedere è un esercito di alberi piegato in una falsa resa, quasi sconfitto, ma ancora in piedi, e ti senti come loro… un soldato stanco. Domani, il vento avrà cessato di attaccare e quello che resterà non sarà che un paesaggio umido, sporco, ocra come i deserti di Eilat. Lo sconforto di questo tempo ti rimarrà incastrato sotto le unghie come terra arida e allora mi chiedo… Verrai a cercarmi, Anna, come facevi un tempo, chiedendomi sostegno per le tue fragili radici, o Gerico è di nuovo il tuo nome? E allora mi chiedo… verrò a cercarti, Anna, come facevo un tempo, per essere il tuo unico conforto? Quanto sono alte, ora, le tue mura? Non potrò scoprirlo. Sono vecchio, ormai non potrò più addentrarmi e perdermi nei tuoi labirinti e so di aver perso il diritto di farti domande, ma mi rimane la curiosità di sapere ciò che ti riguarda. Così mi pongo domande alle quali cerco di rispondere da solo, ma mi pare faticoso e inutile come incastrare degli oggetti quadrati in una scatola rotonda. Eppure, in un giorno messo lì a caso, ti ho incontrata, ermetica e algida come sei tornata ad essere dopo noi. C’è voluto del tempo e avevamo ognuno il proprio sentire e poi, di due, uno soltanto, fusi, intrecciati come due edere che si arrampicano sullo stesso muro… e non avevo più bisogno di chiedere, sapevo già ogni cosa. Ricordi? Dimenticare è un atto involontario  ma se ci costringiamo a non pensare e a non provare emozioni, possiamo perdere le tracce di ciò che ci fa stare male e io mi costringo, ogni giorno, ogni momento, ma non adesso. Impazzirò con te in questa notte agitata. Domani mostrerò ancora la mia indifferenza, ma sentimi chiamare il tuo nome in questa notte di correnti e sabbia in cui non sono che una statua sepolta da  sogni spezzati, e tu un faro spento che proietta un’ombra.

Anna

uomo-solo

Non so perchè non riesca a smettere di pensarti, Anna, eppure non ti amo, te l’ho detto e io ne sono certo… credo, o, almeno, so vivere anche senza te, senza la tua presenza fisica. Sono abituato alla solitudine, ci sono cresciuto, c’ho giocato e ho imparato a conviverci. La odio e la amo più di quanto abbia mai amato o odiato te. Ma mi guardo intorno e mi accorgo di vivere in tempi mediocri e banali, nei quali la gente si trascina vivendo senza speranza. E allora cosa ci rimane se non l’affetto? Provi ancora qualcosa per me, Anna? dell’affetto? Un sentimento sopito, un residuo d’amore? Qualcosa che gli somigli? Mi pare strano anche chiedermelo. Domandarmi se il tuo amore sia ancora lì, da qualche parte, solo addormentato, come il seme di un fiore che aspetta sotto una coltre d’inverno. Eppure io non ti amo, me lo ripeto ogni giorno, da quando non torni. Ma mi ricordo di te, sempre, e mi ricordo la tua allegria, e mi ricordo i tuoi demoni, che sono ancora i miei, così, quando arriva la pioggia, mi sento malinconico come eri solita esserlo tu, e mi chiedo se sotto lo stesso temporale, alla vista dello stesso lampo, assordata dallo stesso tuono, tu non stia pensando a me. Credo di essermi irrimediabilmente trasformato in un iperlogico, Anna, e questa razionalità acquisita mi protegge, ergendosi a guardiano dei sentimenti, come un filtro per le emozioni. E così non ti amo. Ti penso senza amarti, perchè l’assordante rumore del vuoto della mia vita, riempirebbe le mie stanze, la mia casa, e mi seguirebbe ovunque. Sono un millepiedi che, razionalmente, muove le sue mille zampe ma, se si fermasse a pensare, se si distraesse alla vista di una rosa, perderebbe la sincronia dei suoi movimenti, le sue zampine si intreccerebbero le une con le altre… e cadrebbe miseramente. Hai consumato le mie emozioni, Anna, tutte, e non ne hai lasciata nessuna per me, nè per te… e non ti amo. Ancora non ti amo più… credo. Mi costringo ad aggiornare pensieri negativi su di te, per creare nuovi solchi e nuove, profonde distanze, ma più vorrei distrarmi da te, più sei tu il mio pensiero fisso. Mi manchi. Non ti amo ma mi manchi e, alla fine, la sera, esausto dall’aver pensato a te tutto il giorno, non posso che arrendermi e abbandonarmi al ricordo di noi. E’ passato molto tempo e non tutto è rimasto nitido, così, ciò che non raggiungo con la memoria, semplicemente lo invento. Mi piacciono i ricordi che invento, e anche quelli che sogno. Al mattino non distinguo più gli uni da gli altri, e tutto rimane bellissimo, immobile nel tempo e nella memoria, così, esattamente come lo voglio, il mio ricordo. E’ così anche per te, ancora? O nella tua mente ci sono ormai mille altre cose che non sono io? Amami, Anna, amami ancora, ti prego. Non per te, ma per me. Non lasciare che mi senta ancora come uno di quei fantasmi che, non sapendo di essere morto, rimane nel mezzo di qualcosa, senza andare oltre, aggrappandosi a quel passato che lo ha fatto sentire vivo. Amami ancora, Anna, amami come se ti amassi anche io. Lasciami ancora i segni della tua presenza, perchè certe cicatrici vanno ben oltre la pelle e io ne sono pieno. Amami ancora, Anna, amami ancora, perchè ti ho lasciata e hai sofferto ma non sei mai morta … come me.

Il canto del cigno

folla

Oh, Anna, se solo avessi il coraggio di dirlo ad alta voce, di pensarlo o considerarlo, di ammetterlo almeno con me stesso, allora si’, la tua essenza sarebbe reale e tutto cio’ che ho provato un tempo, tornerebbe ad essere presente, vero e tangibile. Ma lo tengo con me, nascosto nel petto, sopra lo sterno; non a sinistra, dove c’e’ il cuore, ma un po’ piu’ a destra, tra la spugnosita’ dei polmoni e la gabbia delle ossa, avvolto dalla speranza che altro non e’, lo sai, che una delusione che aspetta solo di essere scoperta.  Ogni cosa e’ forte in base al suo punto piu’ debole e tu sei la mia forza e, al contempo, quell’unica parte di me che e’ debole agli eventi. Ogni difficolta’ mi pare immensa e perenne, da quando non ci sei, come se andando via avessi portato con te la mia pelle e io fossi rimasto in balia del vento, coperto solo del tuo nome, prolungato in milioni di echi. Sono stato un vile, Anna, a cacciarti e lo sono ancor di piu’ a non cercarti ma, in una linea sincronica, una via parallela del pensiero, io ti sento, sento ancora il tuo dolore e non posso avvicinarlo, per non sentirlo ancora piu’ forte dentro di me. Ma non posso neanche separare un ricordo dal dolore, non ci riesco, e io ti ricordo, Anna, mentre canti o ridi o piangi, mentre giri per casa, riempiendola tutta con la grandezza del tuo cuore; ti ricordo dormire dopo l’amore e mentre mi accarezzi il viso… e il sorriso mi diventa una smorfia. Poi torno a sorridere fintamente, per non destare sospetti e la maschera con il tempo diventa il volto, il mio volto. Ma mi sento come un aquilone che ha perso il suo filo; Tu sei volata via e io mi sono accasciato a terra, inerme, inutile a qualsiasi altro scopo. Mi circondo di altre donne, ma ognuna di esse ha l’aspetto della tua assenza e scopro che la via e’ una e una soltanto, soffrire per me, non piu’ per te, ma per la mia meschinita’ e la consapevolezza di dover rimanere solo con i miei ricordi.  La solitudine ha un suo odore, Anna, come le margherite quando muoiono, che non profumano di quel marciume nei cimiteri, ma di stantio, di polvere e muffa… e di tempo, ed é un tempo senza origine, quello in cui ti ho amata, e ora, seppur cosciente di essere stato io a bandirti dal mio cuore e dalla mia vita, mi rendo conto di essere solo la meta’ di qualcosa. Di me non rimane che il resto di qualcuno. Ti ho amata, odiata, lasciata e rivoluta con me, poi persa e ricercata ancora, per riaverti e abbandonarti di nuovo, finche’ di te non e’ rimasto piu’ niente. Non riesci piu’ a tornare, lo capisco, e io non so come indicarti la strada. E allora resteremo cosi’, come foglie sospese, che non volano e non atterrano. Ma, a volte, mi capita di sorridere per qualcosa e mi scopro a voltarmi, immaginando di vederti arrivare, e tornare ancora… per me.