Diorama

Piove di nuovo. Ogni volta, il cuore mi si apre in due metà esatte… e tutta la vita ci passa in mezzo. Mi compare una ruga triste sotto gli occhi, che ti somiglia e ci si può guardare dentro. Mi nascondo nelle stanze vuote, ma l’eco nella casa ha il ritmo di un pianto incerto, come se il cuore me lo avessero disegnato troppo in fretta e fosse incompleto, insicuro di provare qualcosa che somigli davvero a un’emozione. Allora, guardo a Oriente e mi pare di sentire le tue mani sulla schiena che disegnano linee di desiderio sottintese e poi negate; un intreccio di paure e speranze; un labirinto invisibile che trova il pretesto per inserirsi nello spazio che c’è lungo il collo, sotto i capelli. Poi mi volto, tu apri le braccia e la tua ombra è una croce dai contorni imprecisi. Tutto ciò che siamo e non siamo si diffonde e si moltiplica con infinite varianti. Siamo le due parti di una clessidra, mentre una si svuota, l’altra si riempie? O siamo la sabbia che scorre all’interno? Parti infinitesimali di noi, frammenti di vetro non ricomponibili se non insieme. La pioggia ora scende lenta tra le edere dei balconi, sui rami piegati degli alberi nei viali e l’asfalto ricompare sotto gli ingorghi delle auto. La sera arriva sui paesaggi che lentamente si dissolvono e il buio invade le luci nelle case, come il mare sulle arance. Il cuore riprende a pulsare e la tua ombra svanisce, perdendosi nell’oscurità. E, intanto, ti parlo ancora. Le mie parole si confondono con i suoni della distanza che c’è tra noi e, nei rumori della città, le riconosci come gli sguardi si riconoscono allo specchio: “Da alcune persone… non si fa mai ritorno”.

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Ti vorrei dire

due

Azioni, cuore e mente non sono mai allineati, in questo giorno di assenza, di mancati festeggiamenti, di anni che non avanzano da tempo… e c’è sempre un’ombra ai margini della mia mente. Ti vorrei dire che ho inciso il tuo nome tra le vertebre del collo, nel punto che sempre mi fa male, perché è lì che ti porto, nascosta sotto i capelli come una ferita che non guarisce. Così che, quando la vita mi distrae, il dolore mi riporti a te. Ti vorrei dire che il nostro segreto è ancora solo nostro e che parlo di te solamente con me, perché la compassione di un abbraccio qualunque potrebbe ferirmi di più. Ti vorrei dire che ho cercato di rendere la mia vita, la più bella possibile, come ti avevo promesso ma che sono restata una metà, senza te, e mi sento ancora come un profilo di donna su una tela. Ti vorrei dire che la ricorrenza della tua morte non mi dà che un dolore comune e non mi sconvolge ma, oggi, in questo giorno in cui la tua vita non procede, le spalle mi si incurvano sotto un peso invisibile… e mi pare che si fermi anche la mia. Ti vorrei dire che è con te, solo con te, che io ho avuto senso e che, per questo, non vorrei più scendere negli abissi dei miei ricordi, per non dover risalire ed essere costretta a lasciarti di nuovo. Tutto ciò che dovrei fare è restare sempre in superficie. Ti vorrei dire che le giornate di pioggia mi rendono ancora triste, che ora so prendermi cura delle piante, che ho viaggiato molto e visto luoghi meravigliosi, che ho conosciuto persone che mi hanno amata e ferita, che ho amato e ferito qualcuno anche io. Vorrei dirti che accolgo ancora una giornata di sole con lo stesso stupore che hanno i bambini sulle giostre, nelle fiere dei paesi. Ti vorrei dire “buon compleanno” ma, in realtà, ti vorrei solamente qui. E ti vorrei anche dire addio, ma lo hai già fatto tu… e non mi restano che dei “vorrei”.

Carillon

ballerina

Non sono andata via, mai. Rimango ferma, nella mia mente, all’istante in cui sono stata felice. Ancora al mio posto, dove il mare si avvicina con grazia alla spiaggia, anche nella tempesta, per non ferirne la pelle bianca e granulosa, spoglia di voci e orme. Sulle sponde screziate delle scogliere, rimane il faro malandato, ancora in piedi, come l’orgoglio di un vecchio soldato, che sa di ruggine e storia. Sono la ballerina del carillon e rimango a girare sulle punte, guardando in eterno lo stesso panorama. I tetti azzurri delle case si affacciano sul porto come le vecchie signore dai balconi, e guardano il saliscendi delle navi attraccate che appaiono e si nascondono, seguendo il ritmo delle maree. Quello che avevo, non ho più. Sono la ballerina del carillon e continuo a girare. Le fitte fronde degli alberi, ai lati di una strada, si cercano e poi si uniscono in una danza perfetta,  formando un tunnel che mi protegge e mi conduce alle dune, che si mostrano al mare come spose, vestite di fiori e bianche conchiglie opache. Suona il pianoforte una musica malinconica. Sono io, ampliata dalle immagini di un tempo che è trascorso veloce e non può tornare. Come le nuvole, che non passano due volte sulla stessa terra e si modificano ai nuovi incontri. Quello che ero, non sono più. Mille anni durati un attimo. Ma la mia anima è frattale e si ripete in desideri che viaggiano sulle frequenze dei ricordi. Un attimo che dura da mille anni. Sono la ballerina del carillon e continuo il mio giro. Rimane seduto sulle sponde del lago, il bambino con il sorriso d’acciaio. Nitido e bellissimo, nella mia mente è ancora lì. Regala molliche di pane a un unico cigno e mi sfiora la mano, bagnata dalla brina sull’erba. Sono la ballerina del carillon. Rimango sulle punte, perchè non si senta il rumore dei mie passi, e canto la mestizia, che ha la forma di una spirale… e non ne trovo più l’origine.

Di ricordi e luminescenze

lucciole

Quello si’, era un raccoglier di stelle.                                                                                                   Carponi lungo i prati, in ginocchio tra i rovi con le mani tese a cacciar le piu’ lontane.          Delicati lumini in movimento, come lanterne su un fiume d’Oriente.                                        Non c’e’ stella piu’ luminosa di quella chiusa in mura di vetro.                                                  Una tomba per le lucciole.

Il mese delle rose

E’ il tuo compleanno. “Maggio é il mese delle rose”, si dice sempre in questo giorno. Io non lo dico da tempo, resto in silenzio ma lo penso ogni volta che Maggio arriva, ogni anno, oggi. Dovrei passare a trovarti e presentarmi con un regalo, ma non sono mai stata brava a fare regali per i giorni che lo richiedono. Troppo pensati, spesso scontati. Da quando ti sei trasferita mi pare che il giorno sia lento a passare e ho perso le tue abitudini e ho dimenticato quello che ti piace. Mi affatico a ricordare il tuo odore, e il tuo viso é dietro un velo. Non c’é più il tempo in cui raccoglievo storie e ti raccontavo farfalle e strade, nuvole e colori, profumi e nebbia. Ora passo con un fiore tra viali in cui i vivi guardano i morti e i morti fissano i vivi… e aspetto. Ti aspetto!15maggio