Sister dear

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Carillon

ballerina

Non sono andata via, mai. Rimango ferma, nella mia mente, all’istante in cui sono stata felice. Ancora al mio posto, dove il mare si avvicina con grazia alla spiaggia, anche nella tempesta, per non ferirne la pelle bianca e granulosa, spoglia di voci e orme. Sulle sponde screziate delle scogliere, rimane il faro malandato, ancora in piedi, come l’orgoglio di un vecchio soldato, che sa di ruggine e storia. Sono la ballerina del carillon e rimango a girare sulle punte, guardando in eterno lo stesso panorama. I tetti azzurri delle case si affacciano sul porto come le vecchie signore dai balconi, e guardano il saliscendi delle navi attraccate che appaiono e si nascondono, seguendo il ritmo delle maree. Quello che avevo, non ho più. Sono la ballerina del carillon e continuo a girare. Le fitte fronde degli alberi, ai lati di una strada, si cercano e poi si uniscono in una danza perfetta,  formando un tunnel che mi protegge e mi conduce alle dune, che si mostrano al mare come spose, vestite di fiori e bianche conchiglie opache. Suona il pianoforte una musica malinconica. Sono io, ampliata dalle immagini di un tempo che è trascorso veloce e non può tornare. Come le nuvole, che non passano due volte sulla stessa terra e si modificano ai nuovi incontri. Quello che ero, non sono più. Mille anni durati un attimo. Ma la mia anima è frattale e si ripete in desideri che viaggiano sulle frequenze dei ricordi. Un attimo che dura da mille anni. Sono la ballerina del carillon e continuo il mio giro. Rimane seduto sulle sponde del lago, il bambino con il sorriso d’acciaio. Nitido e bellissimo, nella mia mente è ancora lì. Regala molliche di pane a un unico cigno e mi sfiora la mano, bagnata dalla brina sull’erba. Sono la ballerina del carillon. Rimango sulle punte, perchè non si senta il rumore dei mie passi, e canto la mestizia, che ha la forma di una spirale… e non ne trovo più l’origine.

Di ricordi e luminescenze

lucciole

Quello si’, era un raccoglier di stelle.                                                                                                   Carponi lungo i prati, in ginocchio tra i rovi con le mani tese a cacciar le piu’ lontane.          Delicati lumini in movimento, come lanterne su un fiume d’Oriente.                                        Non c’e’ stella piu’ luminosa di quella chiusa in mura di vetro.                                                  Una tomba per le lucciole.

Il mese delle rose

E’ il tuo compleanno. “Maggio e’ il mese delle rose”, si dice sempre in questo giorno. Io non lo dico da tempo, resto in silenzio ma lo penso ogni volta che Maggio arriva, ogni anno, oggi. Dovrei passare a trovarti e presentarmi con un regalo, ma non sono mai stata brava a fare regali per i giorni che lo richiedono. Troppo pensati, spesso scontati. Da quando ti sei trasferita mi pare che il giorno sia lento a passare e ho perso le tue abitudini e ho dimenticato quello che ti piace. Mi affatico a ricordare il tuo odore, e il tuo viso e’ dietro un velo. Non c’e’ piu’ il tempo in cui raccoglievo storie e ti raccontavo farfalle e strade, nuvole e colori, profumi e nebbia. Ora passo con un fiore tra viali in cui i vivi guardano i morti e i morti fissano i vivi… e aspetto. Ti aspetto!15maggio

Di polvere e di anelli

Ho costruito una stanza, molto… molto tempo fa. Una sorta di magazzino dove poter nascondere tutte quelle cianfrusaglie che non volevo, quelle che non potevo e quelle che non riuscivo a buttare via. Ce l’ho in mezzo al petto. Non nel cuore, che si è spostato più a sinistra per far posto alle mie cose, un po’ più in alto, ma proprio nel mezzo. Non ci vado, se non per aggiungere qualcosa, e non ne tiro fuori niente, mai. Non c’è molta luce, perchè quelle cose sono lì per essere dimenticate. Non vorrei inciampare in una sensazione antica, mentre sono lì dentro per aggiungerne una nuova. C’è nascosto qualche desiderio, un pianoforte usato poco, scordato e dimenticato, una madia di paure, un segreto indicibile, un paio di fotografie e abiti ormai lisi, indossati in occasioni appartenute a un’altra vita. E tutto è così talmente impolverato che i colori sono scomparsi. A starci nella penombra, sembra un disegno a matita. Non ci vado, se non per aggiungere qualcosa, e non ne tiro fuori niente, mai. Ma oggi il cielo è diventato livido e, in breve tempo, è iniziato il temporale. Acqua e aria si sono separate. La pioggia è venuta giù dritta, pesante, perpendicolare alla terra, allagando il giardino fin nei suoi anfratti. Le grosse pietre che circondano l’aiuola giapponese, mi sono parse sospese. Il piazzale all’ingresso si è trasformato in una lastra bianca di microsfere di ghiaccio. In questo mese di Luglio, il paesaggio è quello di Novembre. Come in uno stereogramma, all’orizzonte l’immagine è cambiata. Dietro la rigidità dell’acqua, il vento è soffiato ovunque, ma senza vigore. Le fronde degli alberi si sono messe a fluttuare come alghe in fondo al mare, morbide, senza coscienza, senza regole, come i dervish che girano in trance, spinti da forze invisibili e ogni pianta, arbusto o foglia, si è mossa sinuosa in una danza perfetta. In questa dimensione surreale, tra un temporale estivo e una ballata araba, mi sono accorta di avere qualcosa da aggiungere al mio ciarpame. Te. Non perchè non voglia amarti, non perchè abbia smesso di farlo, non perchè non t’amerò per il resto dei miei giorni, e quelli dopo ancora. Perchè ti amo di un amore incondizionato e la mia intera esistenza ruota intorno a questo amore, e la mia vita non prende forma. Mai. Così sono scesa nella stanza, per abbandonarti lì, ma non a terra come un ricordo qualsiasi, sul pianoforte, che t’ho insegnato ad apprezzare. Ho avuto quasi paura a entrare. Ho esitato sulla porta. Ho fatto un passo indietro e poi uno in avanti. Ho afferrato la maniglia e poi l’ho lasciata. Due passi indietro, tre, e poi sono restata ferma a fissare la porta chiusa, per qualche minuto.

Stavo per andarmene, poi un odore stantìo di ricordi e muffa mi ha raggiunta, lasciandomi un senso di nausea che ho subito ingoiato, ma a fatica, come fosse di fango. Ho fatto un balzo in avanti, e ho aperto. E’ entrata un po’ di luce, con me, e ho soffiato la polvere che, aprendo la porta, si è sollevata finendomi nella gola. Ho tossito e qualcosa si è mosso. Forse il più giovane tra i ricordi, qualcosa che ancora non ho dimenticato del tutto. Mi sono affrettata a trovarti spazio tra i tasti bianchi e neri e sono tornata alla porta senza voltarmi. Mentre richiudevo, qualcosa mi ha fermata. Uno strattone mi ha riportata indietro di un passo. Il tuo anello, che è troppo grande per me, si è incastrato alla maniglia. E’ stato come essere afferrata dalle tue mani. E’ stato come udire la tua voce. Non ho pensato, non ho guardato, non ho parlato…

E sei ancora qui fuori, con me.