Il mese delle rose

E’ il tuo compleanno. “Maggio e’ il mese delle rose”, si dice sempre in questo giorno. Io non lo dico da tempo, resto in silenzio ma lo penso ogni volta che Maggio arriva, ogni anno, oggi. Dovrei passare a trovarti e presentarmi con un regalo, ma non sono mai stata brava a fare regali per i giorni che lo richiedono. Troppo pensati, spesso scontati. Da quando ti sei trasferita mi pare che il giorno sia lento a passare e ho perso le tue abitudini e ho dimenticato quello che ti piace. Mi affatico a ricordare il tuo odore, e il tuo viso e’ dietro un velo. Non c’e’ piu’ il tempo in cui raccoglievo storie e ti raccontavo farfalle e strade, nuvole e colori, profumi e nebbia. Ora passo con un fiore tra viali in cui i vivi guardano i morti e i morti fissano i vivi… e aspetto. Ti aspetto!15maggio

Di polvere e di anelli

Ho costruito una stanza, molto… molto tempo fa. Una sorta di magazzino dove poter nascondere tutte quelle cianfrusaglie che non volevo, quelle che non potevo e quelle che non riuscivo a buttare via. Ce l’ho in mezzo al petto. Non nel cuore, che si è spostato più a sinistra per far posto alle mie cose, un po’ più in alto, ma proprio nel mezzo. Non ci vado, se non per aggiungere qualcosa, e non ne tiro fuori niente, mai. Non c’è molta luce, perchè quelle cose sono lì per essere dimenticate. Non vorrei inciampare in una sensazione antica, mentre sono lì dentro per aggiungerne una nuova. C’è nascosto qualche desiderio, un pianoforte usato poco, scordato e dimenticato, una madia di paure, un segreto indicibile, un paio di fotografie e abiti ormai lisi, indossati in occasioni appartenute a un’altra vita. E tutto è così talmente impolverato che i colori sono scomparsi. A starci nella penombra, sembra un disegno a matita. Non ci vado, se non per aggiungere qualcosa, e non ne tiro fuori niente, mai. Ma oggi il cielo è diventato livido e, in breve tempo, è iniziato il temporale. Acqua e aria si sono separate. La pioggia è venuta giù dritta, pesante, perpendicolare alla terra, allagando il giardino fin nei suoi anfratti. Le grosse pietre che circondano l’aiuola giapponese, mi sono parse sospese. Il piazzale all’ingresso si è trasformato in una lastra bianca di microsfere di ghiaccio. In questo mese di Luglio, il paesaggio è quello di Novembre. Come in uno stereogramma, all’orizzonte l’immagine è cambiata. Dietro la rigidità dell’acqua, il vento è soffiato ovunque, ma senza vigore. Le fronde degli alberi si sono messe a fluttuare come alghe in fondo al mare, morbide, senza coscienza, senza regole, come i dervish che girano in trance, spinti da forze invisibili e ogni pianta, arbusto o foglia, si è mossa sinuosa in una danza perfetta. In questa dimensione surreale, tra un temporale estivo e una ballata araba, mi sono accorta di avere qualcosa da aggiungere al mio ciarpame. Te. Non perchè non voglia amarti, non perchè abbia smesso di farlo, non perchè non t’amerò per il resto dei miei giorni, e quelli dopo ancora. Perchè ti amo di un amore incondizionato e la mia intera esistenza ruota intorno a questo amore, e la mia vita non prende forma. Mai. Così sono scesa nella stanza, per abbandonarti lì, ma non a terra come un ricordo qualsiasi, sul pianoforte, che t’ho insegnato ad apprezzare. Ho avuto quasi paura a entrare. Ho esitato sulla porta. Ho fatto un passo indietro e poi uno in avanti. Ho afferrato la maniglia e poi l’ho lasciata. Due passi indietro, tre, e poi sono restata ferma a fissare la porta chiusa, per qualche minuto.

Stavo per andarmene, poi un odore stantìo di ricordi e muffa mi ha raggiunta, lasciandomi un senso di nausea che ho subito ingoiato, ma a fatica, come fosse di fango. Ho fatto un balzo in avanti, e ho aperto. E’ entrata un po’ di luce, con me, e ho soffiato la polvere che, aprendo la porta, si è sollevata finendomi nella gola. Ho tossito e qualcosa si è mosso. Forse il più giovane tra i ricordi, qualcosa che ancora non ho dimenticato del tutto. Mi sono affrettata a trovarti spazio tra i tasti bianchi e neri e sono tornata alla porta senza voltarmi. Mentre richiudevo, qualcosa mi ha fermata. Uno strattone mi ha riportata indietro di un passo. Il tuo anello, che è troppo grande per me, si è incastrato alla maniglia. E’ stato come essere afferrata dalle tue mani. E’ stato come udire la tua voce. Non ho pensato, non ho guardato, non ho parlato…

E sei ancora qui fuori, con me.

Big my secret

L’assenza dondola nell’aria, come un batacchio di ferro martella il mio viso, martella, ne sono stordito. Corro via, l’assenza m’insegue, non posso sfuggirle. Le gambe si piegano, cado. L’assenza non è tempo né strada. L’assenza è un ponte fra noi anche quando di fronte l’uno all’altra i nostri ginocchi si toccano.

 

Tra cielo e terra

http://www.youtube.com/watch?v=5jh0WoUBDEs

M’arrangio la vita come posso ma questo cielo grigio, un giorno, uccidera’ anche me. Arriva maldestro a schiacciarmi l’anima, con passi lenti e pesanti. E mi rende una terra incolta, dove non cresce che sterpaglia e ricordi che odorano di marcio. Non ti  trovo nella realta’, non ti trovo nei sogni. Ma in queste tasche invisibili della mia giacca, porto tutte le cose di noi che ci siamo raccontate. Mille anni di silenziose conversazioni. E poi sei andata. Ora sono una meta’. Una moneta che volteggia nell’aria e ricade sempre dalla stessa parte. La mia anima e’ l’ombra di nessuno. Il mio corpo una caraffa di acqua stagnante, con una crepa sul fondo. In questa assenza di colore, perdo la meta’ che hai lasciato. Perdo  me.

Come Jeanne

https://www.youtube.com/watch?v=cuCE5KMLYpg

” Sei un quadro di Modigliani ”

Cosi’ Adele si rivolgeva ad Angelina nei momenti teneri tra loro. Madre e figlia, a condividere libri d’arte. I corpi affondavano nel letto, nella penombra della stanza. ” Le tele brillano dell’anima di chi li ha dipinti e, di notte, i ritratti prendono vita “. Parlava a voce bassa, Adele, quasi avesse timore di disturbare. Poi il respiro rallentava su un dipinto di Modi’, Jeanne.  “Eccoti “,  esclamava.

” Fa’ che la tua vita resti impressa nel cuore, nella mente, nell’anima di chi incontrerai. Come un quadro che racchiuda una storia, che racchiuda un segreto “.

Era una donna ormai, Angelina, e solo ora comprendeva quelle parole. Ora che nella vita aveva sbagliato ogni cosa, ogni scelta, ogni amore, ogni pensiero e parola. Tornava a casa ogni sera con un mosaico d’anima. Frantumi di se stessa da svuotare sul letto e caderci sopra addormentata, riprenderli il mattino seguente e farne pezzi piu’ piccoli. Era a un passo dalla fine. Ce l’aveva dentro quella morte. Ne sentiva la presenza costante. Sotto le unghie, nella gola, tra i capelli. Un male oscuro, senza nome ne’ pieta’. Una totale consapevolezza che la sua vita non avrebbe potuto proseguire. Doveva fermare questo lento morire, questa vita apparente del corpo, mentre l’anima era gia’ oltre i confini del cielo.

Non aveva cercato abbastanza. Non l’aveva coltivata la sua vita. Si era trascinata nel mondo lasciando che gli altri la sballottassero come una palla, e ora che non c’era il tempo per ricominciare, Angelina ripensava a Jeanne. A un gesto, vile e coraggioso nello stesso tempo, impresso nel cuore, nella mente e nell’anima di tutti.

Nessuno aveva ritratto Angelina, ma la sua vita le era passata davanti e lei l’aveva guardata come da una tela che nessuno considera. Davanti lo specchio, una lacrima attraversava una ruga come un Canyon.

“Non guardarmi ora, madre, che le tue parole non le ho mai capite. Guardami dopo. Guardami dopo. Guardatemi dopo “.

Novembre dentro

Piovono le foglie. Oggi come allora. Come sempre. Della tua voce non ricordo che questi brevi suoni: ” Ma dove ve ne andate, povere foglie gialle, come tante farfalle spensierate… ”. Ma di chi e’ questa filastrocca? Qualche volta, lontano nel tempo, me lo sono domandato. Ora non piu’. Che m’importa di sapere il resto, se non sei tu a recitarmelo? Io la sento la tua voce, con queste uniche parole. Poi svanisce, coperta dai rumori di vita. Cosi’, vivo in silenzio e parlo a voce bassa. Ho paura di non sentirti arrivare. Ho paura di non sentirti cantare. ” Ma dove ve ne andate, povere foglie gialle…”.

Oggi piovono le foglie.

Su questo arazzo di senape e cannella, staro’ in silenzio.

Canta ancora per me… ” Come tante farfalle spensierate”.