Marta di neve ( stralcio )

È l’ultimo giorno di gennaio. Mi fa sempre un certo effetto passare da un mese a un altro. Come se in quell’ultimo giorno, all’improvviso, mi ricordassi che il tempo scivola come l’acqua sotto i ponti, la prima foglia che cade, la prima che germoglia, un cane che passa o una nuvola che cambia forma. Tutto è tempo. Tutto viene e va, in minuti, giorni, anni che nessuno conosce. Anche questa neve che abita il mio giardino, tra poco si scioglierà. Questa stagione, con le sue nevicate, i cieli bianchi così bassi da poterli quasi toccare, sono ciò che più si avvicina al mio silenzio. A volte rimango alla finestra per ore, anche di notte. Mi alzo per guardare le strade imbiancate, prima che arrivino gli spazzaneve e in quel silenzio ho il sospetto che il mio corpo sia cieco e sordo a se stesso, che non abbia percezione di sé. Come se mi fosse stato tolto qualcosa da dentro, proprio nel centro e non ricordassi più di avere un corpo, e il tempo non lo calcolo.

Sembra stupido, me ne rendo conto, ma fino all’ultimo ho creduto che il tuo tempo fosse infinito. Pur essendo più giovane, mi domandavo di continuo chi ti avrebbe amata, dopo la mia morte. Dopo. Quando tutti noi saremmo morti, e i mari si sarebbero prosciugati, quando sulla terra non sarebbe stato che deserto e l’ultimo degli insetti sarebbe rimasto senza fiori su cui volare, e senza ali fosse morto, senza neanche la consolazione di essere servito come pasto per qualcuno. Quando tutto sarebbe stato un immenso niente e tu invece fossi rimasta. Eterna. Chi ti avrebbe amata? Chi, così intensamente come io faccio? E poi, invece, sei andata via. Prima di tutti. Prima di me, che son rimasta qui a tentare di nascondere a me stessa che una vita mia non l’avevo. Che avevo la tua. Che avevi rubato la mia. Che ci siamo vestite nello stesso modo per anni. Che abbiamo portato le stesse trecce e le stesse scarpe. Che abbiamo fatto e non fatto le stesse cose, e che per questo non ero che una metà. Credo di essermi orribilmente, irrimediabilmente frantumata negli anni, senza accorgermene, fino a divenire un mosaico di funzioni compromesse. Riesco solo a respirare e a trascinarmi ogni giorno fino al sonno. La mia ombra mi gira intorno, vorrebbe scappare e vivere sotto altre spoglie. Aspetta il tramonto per allungarsi verso l’orizzonte e stendersi e assottigliarsi in qualcosa che anche solo vagamente somigli a un allontanamento. Poi il sole scompare e io la divoro di nuovo, ogni notte, come l’aquila col fegato di Prometeo. Non c’è più tempo per me?  Mi viene in mente L’Ecclesiaste: “Tutto ha il suo momento, e ogni evento ha il suo tempo sotto il cielo. Un tempo per nascere e uno per morire, uno per odiare e uno per amare, per cercare e per perdere, per la guerra e per la pace e per …” C’è un tempo per ogni cosa, ma non per la mia ombra, che muore con me, in questa casa di macerie in cui la costringo a vivere.

 

 

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Marta di neve ( Stralcio )

donna finestra

 

Per questa notte è prevista una bufera di neve. Le sirene d’allarme hanno suonato più volte come se fossimo sotto un attacco aereo. I supermercati erano affollati di gente in preda a un attacco di acquisto compulsivo. Due signore si sono quasi picchiate per una scatola di avena biologica. E poi dicono che il biologico è salutare.  I carrelli colmi, come se questa neve dovesse durare fino a primavera e nessuno potesse più uscire di casa senza affrontare una nuova era glaciale. Il tizio alla cassa mi ha guardata con aria quasi impietosita.  Caramelle gommose, una baguette, due tavolette di cioccolata fondente, una confezione di gelato alla vaniglia e tre scatole di caffè in confezione famiglia, per un totale di nove scatole. Basterà almeno per un mese e mezzo. Mi sembra di essere borderline, senza caffè. Come se berlo mi permettesse di avere un contatto diretto col cosmo. Ne sono così drogata, che in assenza di caffè potrei bere l’acqua di una pozzanghera, e connettermi con l’universo grazie a un effetto placebo. Le caramelle gommose le ho prese per abitudine. Ne ho da vendere nella dispensa. Alcune scatole ho dovuto smistarle in più parti della casa, persino sotto il letto, in previsione di un attacco di malinconia durante la notte.  Mi chiedo che cosa diresti, se sapessi che per molto tempo ho continuato a mangiarle col pane, come provammo a fare quel giorno in montagna.

Ci siamo guardate mentre masticavamo, poi le abbiamo sputate e siamo scoppiate a ridere. Un giorno qualunque di qualche anno dopo, hai smesso di parlare. Non esistevano più le tue parole, né i gesti, né giochi e risate. Nessuna corsa in bici, niente più carezze né bambole da vestire. Ho aspettato, e aspettato ancora. I giorni sono diventati anni, trascorsi in un tempo infinito in cui mangiare pane e caramelle era diventata una consolazione. Una ricerca affannosa nella memoria del suono della tua voce, delle risate di quel giorno. Sei un mare di ricordi silenziosi, e io una nave alla deriva che non può affondare, né approdare in alcun porto. Alla deriva.

Ormai il sole è calato da un pezzo. Aspetto la neve, come le puttane i clienti. Guardo continuamente il cielo e cerco l’annuncio della bufera nel vento tra i rami, nell’assenza di animali, nelle finestre sbarrate dei vicini, nel cielo basso che nell’oscurità sembra un’ombra minacciosa. Cerco di spingere il tempo in avanti distraendomi con altre cose, ma sono così piena di eccitazione da non riuscire a gestire niente. Mi metto a cucinare qualcosa, lo faccio sempre quando sono su di giri. Voglio una cosa diversa e accendo il computer per cercare nuove ricette. Poi mi ricordo di aver comprato delle tavolette di cioccolata e mi accingo a preparare una torta. Nel cambiare postazione vedo il libro che sto leggendo, aperto a metà per non perdere il segno, abbandonato sulla poltrona. Mi dirigo verso di esso e mi siedo, continuo a leggere ma non capisco le parole, e continuo a distrarmi soffermandomi sulla scelta dei quadri che ho appeso in sala, e sulle piante con gli steli bassi perché ho dimenticato di dar loro l’acqua. Mi alzo, torno in cucina per prendere una brocca d’acqua e mi ricordo della torta, dimenticando di nuovo le piante.

Per quando arriverà la bufera, sarò esausta e m’addormenterò senza averla vista.

Sono sempre stata impaziente, ma sto avvicinandomi alla quinta essenza del disastro da confusione mentale. Per un uomo sarebbe un suicidio vivermi accanto e dover accettare tutte le mie manie, le abitudini quasi perverse e tutti i miei capricci e le fissazioni. Sono una donna snervante. Quelle come me si lasciano con frasi sul genere “Tu non sei normale”. Ma chi lo è? Abbiamo tutti piccole peculiarità che ci rendono speciali, unici. [ … ]