Di rivelazioni, possibilita’ e altre cose che si mangiano!

lago

Poi una risata sguaiata attirò la sua attenzione. Qualcuno, un volto qualunque seduto a un posto qualunque in fondo al tavolo, rideva poco elegantemente lasciando intravedere la poltiglia di cibo e saliva nella bocca. Un cameriere fece scivolare una posata dai piatti impilati, con un gesto sgraziato ma veloce del piede ne fermò la corsa e un sorriso di autostima gli allungò gli angoli della bocca, poi si abbassò per raccoglierla ma due piatti caddero a terra e il sorriso si trasformò in un’imprecazione ad alta voce. Qualcuno rise, qualcuno no. Una mamma indignata spiegava al figlio che il cameriere aveva uno “ZIO SPORCO”. Lena sorrise e tornò a guardare l’uomo che rideva al suo tavolo, aveva appena messo in bocca un altro boccone e, incurante degli sguardi disgustati degli altri commensali, continuava a ridere a bocca aperta. Il vento fresco portava l’odore dei gelsomini dalla ringhiera della grande terrazza e dei bambini correvano sotto la tettoia da cui i glicini pendevano sui tavoli come le vecchie di paese, affacciate ai balconi a curiosare. Un raggio di sole caldo e poi l’ombra umida di una nuvola scura regalavano un senso ibrido di fresco primaverile e stantio di fine agosto. Si avvicinava un temporale estivo. Lena sbadigliò e, stirandosi sulla sedia con le braccia rivolte ai glicini, chiuse gli occhi e pensò alla serenità dei suoi quindici anni. Il futuro si stagliava all’ orizzonte, incerto e meraviglioso. Poi un colpo al fianco destro.

“ Non è molto femminile stirarsi così a tavola…”

Marco. Ancora un ragazzo ma decisamente troppo grande per lei. Non c’era molto raggio d’azione per una civetteria e Lena si limitò a rispondere inacidita:

“ Anche tu non sei molto delicato. Ho ancora il tuo gomito infilato tra le costole, te lo restituirò’ a fine giornata”.

Una leggera folata di vento gli spostò la lunga frangia, lasciando che il castano degli occhi fosse illuminato dal sole, poi ammiccò un sorriso facendole capire che l’aveva trovata simpatica e tornò a parlare con qualcuno seduto difronte a lui, un uomo senza volto. Lena fissò l’uomo dall’ altra parte del tavolo e poi tutte le persone che erano intorno, anche il tizio che rideva a bocca aperta, erano tutti senza volto, come se Dio ci avesse passato sopra un dito, sfumandone i contorni. Si strofinò gli occhi e guardò Marco. Era nitido e la stava fissando.

“Vuoi vedere una cosa, Lena?”

Le afferrò la mano e la costrinse ad alzarsi senza aspettare la risposta di lei, che lo seguì senza dire una sola parola. Lasciarono il tavolo e si diressero verso la ringhiera dei gelsomini. Lei si sporse e si meravigliò della campagna che si estendeva limpida fino ai monti, scuri e lontanissimi.

“Sta per piovere”

Disse Lena fissando delle ombre nel lago lì vicino.

“Ma che stai guardando?”

Rispose Marco, ridendo

“Guarda lì giù’, in quello spazio a destra dietro le vigne”. Lei abbassò lo sguardo e gli occhi cominciarono a muoversi velocemente cercando qualcosa a destra, qualsiasi cosa fosse diverso da vigne, piante, fiori… e poi li vide, un uomo e una donna facevano l’amore, buttati a terra, sicuri che nessuno potesse vederli.

Lena portò le mani sulla bocca aperta e sgranò gli occhi increduli.

“Ma che fanno? Sono matti!”.

Disse con un sorriso misto a eccitazione, come se avesse scoperto la cometa di Halley.

“Si cercano. Si sono appena conosciuti. Lui la tocca delicatamente perché ancora non sa fin dove può spingersi, lei gli chiede di guardala mentre fanno l’amore perché vuole sapere quanto la desideri, e sono ancora vestiti perché c’è ancora imbarazzo tra loro”.

“Come sai tutte queste cose?”

Gli chiese.

Marco le strinse di nuovo la mano e la portò in un altro punto della terrazza, per vedere la coppia da un’altra angolazione. Più vicino.

“Siamo noi”

Disse con la voce spezzata di un vecchio nostalgico.

Lena sbottò a ridere e gli lasciò la mano credendo in un approccio viscido di lui, ma Marco le prese il viso tra le mani e la costrinse a guardare di nuovo. Le pupille di lei si fecero enormi per mettere a fuoco. Come poteva essere? Erano davvero loro, almeno vent’anni dopo. Lena era incredula, eppure si riconosceva nella gestualità di quella donna, nel modo in cui le piaceva toccargli il viso e adorava il modo in cui lui le stringeva le mani nel piacere. Poteva quasi sentirlo.

“Vieni”

La voce di Marco arrivava come un’eco. Sembrava lontanissima. Tutto era rallentato, lui, lei, i due che facevano l’amore e anche il vento cessò di soffiare. D’improvviso il locale fu vuoto di rumori, di risate e un silenzio assordante si fece spazio. Non c’era più nessuno e il mondo divenne immobile.

Marco le riprese la mano e si diresse in una sala all’ interno.

Tutto era immoto come in una fotografia. Un tizio era rimasto fermo nel gesto di raccogliere una moneta caduta a terra, mentre pagava il conto. Una cameriera prendeva l’ordine a un tavolo con un sorriso fisso e una mollica rimase sospesa in aria, lanciata da un ragazzino alla bambina del tavolo accanto.

Marco si fermò al centro della sala e cominciò a guardarsi intorno come se stesse cercando qualcosa di preciso. Qualcuno.

“Ci siamo” esclamò.

“Cosa? Che vuol dire? Dove siamo?”

Lena cominciò a guardarsi intorno come se delle persone dovessero sbucare all’improvviso da dietro le tende o da sotto i tavoli con una telecamera nascosta, gridando allo scherzo.

“Guarda a quel tavolo”

La voce di Marco era di nuovo nostalgica.

Un uomo e una donna in abiti eleganti erano seduti e si tenevano per mano tenendo le dita intrecciate tra loro, con l’altra mano tenevano dei calici alzati. Brindavano a qualcosa. La fiamma della candela sul tavolo era ferma, ma indicava una serata romantica, forse un anniversario. Erano marito e moglie. Erano di nuovo loro, Marco e Lena, e sembravano amarsi molto. Rimase ferma a guardare quella coppia statica, con lo sguardo sorpreso di chi vede correre un cane con le rotelle al posto delle zampe.

Che cosa avrebbe potuto dire? Tutto era così assurdo e eccitante allo stesso tempo. Nessun pensiero le passò per la mente, nè alcuna parola venne fuori dalla sua bocca.

Marco accennò a un sorriso e la condusse a un altro tavolo. La coppia di prima, loro, era invecchiata di altri vent’anni almeno. Seduti allo stesso lato del tavolo, appoggiavano una la testa su quella dell’altro e guardavano con aria malinconica delle vecchie foto. Lena guardò più da vicino l’immagine ormai ingiallita e si riconobbe insieme a Marco, giovanissimi, con gli stessi abiti che indossavano ora. Erano seduti a terra e c’era dell’acqua sullo sfondo, forse era il mare. Lui le regalava un fiore e sua madre li guardava maliziosamente. Chi sa chi aveva scattato la foto? Pensò guardando Marco negli occhi, che divennero improvvisamente tristi. Guardava nel fondo della sala, in un angolo avvolto dalla penombra. Seduto a un tavolo che non era apparecchiato, c’era un uomo anziano. Con le mani poggiate sul bordo del tavolo fissava un punto nel vuoto. Lena fece un passo in avanti per avvicinarsi, ma Marco le strattonò la mano, quasi avesse paura di avvicinarsi a quella figura spenta. Sapeva… e anche Lena cominciò a intuire, ma gli strinse forte la mano e ora era lei che conduceva lui attraverso la stanza, intorno ai tavoli, alla gente immobile, fino all’ uomo anziano, fino a se stesso. Le sopracciglia bianche, folte, formavano un arco intorno agli occhi infossati e rugosi. Due grandi righe incorniciavano gli angoli della bocca che puntavano verso il basso. La postura era dritta, impettita come quella di una statua o un soldato sull’ attenti, non perché il tempo si era fermato come per gli altri, ma perché quell’ uomo, Marco, doveva aver vissuto una vita fatta di regole e rigidità, di imposizioni autoinflitte e abitudini e rinunce. E aveva il collo grosso, perché la solitudine di mille vite, che aveva ingoiato a forza, si era fermata lì.

“ Che hai fatto della tua vita? Sei… solo”

Disse Lena, commossa alla vista di quell’ uomo avvolto dalle ombre della sala e dal buio della sua vita, giunta quasi al termine, con gli occhi vuoti di speranza per un altro futuro. Non c’era più tempo per altro.

“E credi che sia l’unico?”

Rispose Marco quasi rabbioso.

“Guarda bene”

Continuò alzando la voce.

La prese alle spalle e cominciò a spingerla verso un altro tavolo, all’ altra estremità’ della sala, vicino una finestra che dava sul lago dove prima lei aveva visto riflettersi delle nuvole scure.

Una donna anziana sedeva da sola a un tavolo non apparecchiato. Con un gomito poggiato sul tavolo e il mento sul dorso della mano, guardava fuori dalla finestra. Doveva aver riso molto nella sua vita, forse era stata davvero felice o, forse, solo molto allegra ma le rughe della sua bocca erano quelle di una donna che era stata raggiante. Poi Lena le fissò gli occhi e si riconobbe nello sguardo malinconico, lo stesso che aveva ogni volta che il cielo preannunciava la pioggia. Forse era per questo che la donna guardava fuori, sapeva, come Lena quando era ancora sulla terrazza con Marco, prima che tutto cominciasse, che il tempo stava cambiando e che tutto si sarebbe trasformato, che il cielo sarebbe diventato d’acciaio e la pioggia fitta di un temporale estivo le avrebbe inondato anche l’anima.

Lena si voltò di scattato verso di lui e lo afferrò per le braccia.

“Dobbiamo ricordarci di questo posto, dobbiamo fare qualcosa per cambiare gli eventi. Siamo soli. Possiamo non esserlo. Possiamo…”

“Ma è per questo che siamo qui, ora e tra trenta, quaranta, cinquant’ anni, perché ce lo ricorderemo. Siamo e saremo ancora qui, noi due, forse insieme, forse no. Non possiamo sapere quello che sarà delle nostre vite. Tra noi e quelle persone al tavolo ci sono anni di infinite scelte giuste e sbagliate, milioni di treni presi e altri persi, possibilità, rinunce, liti, separazioni e amori. Ma infondo che importa, se alla fine della vita staremo comunque seduti qui a ricordarci di noi due?”

Il cuore di lei batteva forte. Non la capiva l’arrendevolezza di Marco ed era furiosa per l’impotenza che quella situazione le imponeva. Avrebbe voluto gridare a quell’ uomo anziano di voltarsi a guardare la donna alla finestra, di riconoscerla e di amarla ancora perché lei era lì ad aspettare ancora lui. Gli avrebbe fatto vedere la coppia sposata al tavolo e gli avrebbe imposto di capire che cosa aveva perso. E poi guardò Marco, ancora giovane, e con le lacrime agli occhi lo implorò di ricordarsi di lei, sempre, ogni giorno perché solo cosi’ il futuro sarebbe potuto cambiare e loro non sarebbero mai stati soli. Sarebbero stati la coppia di anziani seduti al tavolo a guardare le foto di loro in quel giorno assurdo in cui passato, presente e futuro si intersecavano mostrandosi in tutte le opportunità mancate. Oh Dio c’era da impazzire a pensare al tempo.

“ Amami sempre, sempre… sempre”.

Continuava a ripetere Lena, e poi di nuovo un colpo al fianco.

“Sempre cosa?”

Chiese Marco ridendo alla vista di lei che si risvegliava, ancora seduta al tavolo sotto i glicini.

“Dormito bene, ragazzina? Non mi era mai capitato di vedere qualcuno dormire al tavolo di un ristorante”

E rise forte.

Lena si tirò su di scatto. Marco le aveva dato un’altra gomitata e lei si era svegliata con la testa appoggiata alla spalla di lui.

Il locale si era quasi svuotato e l’uomo che prima rideva con la bocca piena, propose una passeggiata al lago.

Camminarono attraverso la campagna e le vigne sotto il locale. Lena si voltò a guardare la terrazza di gelsomini alle sue spalle. Era da lì che si vide fare l’amore con Marco nella vigna che ora percorreva, vent’anni dopo. Abbassò lo sguardo imbarazzato, come avesse paura che lui potesse leggerle nel pensiero e continuò a camminare. Il lago era finalmente davanti a loro e rifletteva i colori di un tramonto in arrivo. Si sedettero a terra mentre gli altri si sparpagliavano in giro, commentando il panorama con frasi banali. I pensieri di lei erano intralciati dal ricordo di quel sogno incredibile e divenne silenziosa. Marco si mise un filo d’erba in bocca come fosse una sigaretta. Anche lui era silenzioso ma d’un tratto poggiò la sua testa a quella di lei. Rimasero fermi qualche minuto, senza dire una parola, stanchi come se il sogno di lei lo avessero davvero vissuto entrambi. Poi si rimise dritto sulle spalle e lei sentì il rumore di altri fili d’erba che venivano strappati. Qualcuno scattò una foto. Sua madre li guardava maliziosamente… mentre lui regalava a Lena un fiore.

 

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Marta di neve (stralcio)

Per ricordarmi, in questa notte ocra, di averlo scritto.

"Frammenti" di Sabrina S.

C’è un momento, quando non è più giorno e la sera è in ritardo, in cui le ore e i minuti mi paiono immobili. Come se un ingranaggio di tutti gli orologi si fosse inceppato e persino il traffico rimanesse immobile. Come se le foglie degli alberi non fossero succubi del vento e il vento stesso fosse paralizzato da una forza dominante. Nessun animale attraversa il mio giardino e gli uccelli volano ovunque, ma non sulla mia casa. Il cielo è una distesa di diaspro e si estende immobile fin dove i miei occhi arrivano a vederlo. Se il cuore non battesse per conto suo, mi si fermerebbe nel petto inseguendo l’inerzia di questo istante. E’ in questo momento che le ombre sembrano avere un peso e il ricordo di noi diventa un pugno di sabbia che cerco di ingoiare. Non è per tutti questo tempo, non è per tutti…

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Bolzano – Roma. Solo ritorno!

trenoPaola sale alla stazione di Bolzano seguita dai figli, Costa e Martina. Carichi di bagagli come i muli da soma, si affrettano a cercare un posto. Accanto a me ce n’e’ uno libero e, al di la’ dello stretto corridoio del vagone, ce ne sono giusti giusti altri due, ma cerco di non incrociare lo sguardo perche’ ultimamente rasento l’asocialita’ di un eremita tibetano e non ho proprio voglia di avere gente intorno, tantomeno due ragazzini in eta’ prepuberale. (Ti prego, Signore, fa’ che non si siedano qui…) “Sono liberi questi posti?” (Grazie, Signore, posso sempre contare su di te.) L’aspetto e’ un ibrido tra il lusso e il trasandato, come uno smoking con una toppa a quadretti sul culo. Scarpe firmate, ma con la punta consumata e sporca di terra antica; pantalone nero, anch’esso di marca ma con la lampo scucita e visibilmente rattoppata piu’ volte e male; maglietta estiva, che a Febbraio a Bolzano e’ vista come simbolo di coraggio; giacca a vento avvitata, bianca, rigorosamente di marca ma con uno strato di fondotinta nella parte interna del colletto, messa in piega made in casa, e tutta la vera finta bigiotteria del pianeta distribuita tra il collo e le mani, con lo smalto scheggiato sulle dita tozze. “Prego, si accomodi pure” La mia voce e’ calda e sicura, maledetta me, sembra sempre invitante, non ci posso fare niente e nasconde la seccatura che provo, in realta’. “Come siete gentile, signori’ ” Sorrido legnosamente mentre penso che solamente a Napoli si usa ancora dare del “voi”. “Costa, tu mettiti vicino al corridoio che sei grasso come a tuo padre e rischi di incastrarti il culo con il bracciolo in mezzo ai sedili. Martina, tu azzeccati al finestrino e non vi bisticciate se non volete essere menati, quant’e’ vera ‘a Maronn’!” (Signore, prometto di essere buona ma non mi abbandonare) I due ragazzini si siedono e iniziano a giocare con le loro cose. Paola, accanto a me, sistema i bagagli sotto vari sedili, le giacche nelle cappelliere, una serie di buste tra le gambe e, finalmente, si siede tirando fuori tutta l’anima con uno di quei sospironi che annunciano l’inizio di una conversazione. (Signore, ti scongiuro, fai che non attacchi bottone…) “E voi dove andate, bella signorina? In vacanza o tornate? Siete tutta sola? Non avete bagagli? Dove siete salita? e dove scendete?” (Signore, cosi’ pero’ mi costringi a una conversione di emergenza…) La mia educazione vacilla ma resiste e mi costringe a rispondere, seppur con frasi sintetiche: “Sono stata a vedere la neve delle Dolomiti, ora sto tornando a casa. Viaggio da sola.” “Avete ragione, signori’, meglio sola che in cattiva compagnia.” “Gia’…” Non pongo domande a mia volta, per non indurla a continuare la conversazione e, accennando un vaghissimo sorriso, mi volto per guardare fuori dal finestrino. Siamo ancora a Trento. Ieri e’ nevicato anche qui, ma non molto e il paesaggio ha l’aspetto di una distesa di marzapane e zucchero al velo, fino all’orizzonte, e i confini dei terreni sembrano di cioccolato. Cerco di abbandonarmi a questa golosa immagine delle campagne del nord ma la voce di Martina arriva improvvisa e stridula, come se il treno avesse frenato bruscamente, scintillando sui binari: “Costa, ti do un calcio nelle palle cosi’ forte che te le mando a far compagnia alle tonsille…” (Signore, mi sanguinano le orecchie, perche’ mi hai abbandonata?) A quell’eta’, se avessi anche solo pensato di dire una cosa simile, mia madre mi avrebbe inchiodata al catino absidale di una Chiesa, costringendomi a recitare la preghiera del perdono fino alla fine dei tempi, nei secoli dei secoli… Ma, per essere piu’ pratica, probabilmente mi avrebbe attaccata al muro con una raffica dei suoi indimenticabili ceffoni. Paola, invece, rimane indifferente a tanta fanciullesca grazia e posta foto sui vari social network, dal telefono. Mi giro verso i due ragazzini, convinta che un mio sguardo algido possa intimorirli un po’ e mi rendo conto che Costa sta appiccicando mostri e draghi che tira fuori dal naso, sullo schienale del sedile difronte. (Signore, ora mi sanguinano anche le orbite oculari. Ma non mi vuoi un po’ di bene?) Mi giro di nuovo verso il finestrino, ma la mia faccia e’ visibilmente accartocciata dal disgusto, sembra un ginocchio, e si rilassa solo al calore del sole che batte sul vetro. Chiudo gli occhi e mi lascio andare al pensiero di questi ultimi giorni, alle lunghe passeggiate nei boschi, fintamente immobili e senza vita a causa della neve, al caldo delle baite, al rumore degli scarponi degli sciatori sul pavimento di legno delle malghe, quando entrano infreddoliti e al profumo inconfondibile di arancia e cannella del vin brule’. Ma cos’e’ questa puzza? Apro gli occhi di scatto. Devo essermi addormentata sotto il ricordo della vacanza, perche’ ho saltato la stazione di Rovereto e siamo a quella di Verona. Un odore rivoltante mi attanaglia le narici e mi riaccartoccia la faccia. Mi giro lentamente a guardare Paola e vedo la sua mano affondare in un sacchetto di patatine. “Ne volete un po’, signori’? Sono al gusto cipolla e panna acida.” (Ah, ecco… e io che invece credevo fossero aromatizzate alla merda) “No, grazie” Le rispondo con gli occhi sgranati mentre si lecca le dita e se le asciuga sui pantaloni. (Signore, o andiamo in terapia di coppia o il nostro rapporto finisce qui.) Il treno riparte e penso che mi dispiaccia non avere il tempo di vedere la stazione di Porta Nuova, non tanto per il centro commerciale all’interno, quanto perche’, dopo la seconda guerra mondiale, so che e’ stata ricostruita unendo stili di epoche diverse: dalle tettoie in stile liberty alle pavimentazioni in mosaico e ai rivestimenti in marmo veronese. Tutto in contrasto con l’urbanistica della citta’ che conserva ancora tratti medioevali o del periodo barocco. Senza nulla togliere alla parte romantica della citta’, in cui e’ ambientata quella gran palla di “Giulietta e Romeo”. Sono controtendenza, me ne rendo conto, ma ormai le storie d’amore mi danno la nausea e non ho voglia di sentirne parlare, ma siccome sono la preferita del Signore… “Signori’, la volete vedere la foto di mio marito?” (Mi concentro su una meditazione consapevole, ascolto il mio respiro e… chiedo aiuto a Buddah) “Come no…” (Non sto piu’ nella pelle) “Eccolo qua. Siamo sposati da tredici anni. Non lo guardate cosi’, che e’ un po’ paffutello, perche’ appena torno lo metto a dieta” (Paffutello? Ma se la faccia gliel’hanno disegnata col compasso…) “Siete una bella coppia e avete due bellissimi bambini” (Due fogne a cielo aperto) Adoro le frasi di circostanza, non danno seguito alle conversazioni e sono la salvezza degli asociali, di solito, ma la mia Paola e’ differente… “Quando e’ arrivato Costa, amore di mamma sua, siamo stati cosi’ felici. Pensate che io non potevo avere figli, cosi’ dicevano i dottori, e invece dopo un anno e’ arrivata anche Martina. Sono la mia vita, faccio tutto per loro. Giochiamo insieme, li aiuto con i compiti, siamo amici e non li sgrido quasi mai perche’ sono bambini buoni. Ehhh… quello della mamma e’ un lavoro difficile, il piu’ difficile di tutti, ma una donna senza figli non e’ completa, non e’ realizzata, e’ una donna senza successo.” (Ho capito… questa e’ una di quelle donne che pensa di avere un contatto diretto col cosmo solo perche’ ha l’utero) Approfitto del nanosecondo di pausa, in cui lei riprende fiato per continuare a parlare di niente e, velocissimamente, chiedo: “Paola, le dispiacerebbe farmi passare? Dovrei andare in bagno” “Ue’ ue’ … e come sapete il mio nome?” (E’ scritto a caratteri cubitali sulla catenina che ha al collo. La vedrebbe anche Bocelli. Se fosse d’oro, vendendola potremmo risolvere i problemi della fame nel mondo) “Ho notato la catenina che indossa.” Sorride soddisfatta, Paola, e noto che ha del rossetto sui denti. Le ci sono voluti cinque minuti per alzarsi e togliere tutte le buste per farmi passare. Una volta uscita da quel campo profughi e imboccato il corridoio, la voce di lei mi afferra alla spalle echeggiando per tutta la carrozza: “Signori’, le volete le salviettine umide o un fazzolettino? che i bagni sui treni sono dei veri cessi, ci vanno tutti e la fanno sopra la tazza.” (Buddah, Cristo, Maria e tutti i santi… ma non mi aiuta proprio nessuno, oggi?) Non mi volto neanche, fingo di non sentire e passo all’altra carrozza. Quella del bagno era una scusa per allontanarmi ma comunque era guasto e mi fermo al bar della prima classe per prendere un caffe’. La gente si accalca barcollando, reggendosi a qualunque cosa, e intanto il treno si ferma a Bologna. Vorrei sedermi e continuare il viaggio nella carrozza del bar, ma ci sono due tizi visibilmente influenzati. Tossiscono di continuo e si asciugano il naso prestandosi fazzolettini a vicenda. Mi sembra di essere Sophia Loren nel film Cassandra Crossing. Sono in mezzo a due mostri. Da una parte, la fiera del batterio, dall’altra, Paola detta “Utero felice”. Aspetto che il treno riparta, altri dieci minuti, magari venti e poi torno al mio posto. “Signori’, ma che siete caduta nella tazza?” Ride sguaiatamente mentre ricomincia il rituale delle buste. Intanto sorrido senza rispondere e cerco di rinfilarmi nel mio cantuccio. Il treno sfreccia sulle campagne toscane, siamo quasi a Firenze. Ancora un paio d’ore e saro’ a casa. Un viaggio in treno, lo si fa guardando i paesaggi fuori, pensando a cio’ che si e’ lasciato, a cio’ cui si ritorna e, per quanto mi riguarda, lo si fa scoprendo i motivi del proprio essere asociale. Paola infatti incalza con le sue chiacchiere sul niente. “Signori’, lo avete visto Sanremo?” (Sanremo? Questa donna potrebbe essere utilizzata come mezzo di tortura a Guantanamo) “No, Non guardo mai la televisione.” “Uhhh… mammamia. A casa nostra la tv la teniamo accesa anche quando non ci siamo, cosi’ quando torniamo a casa sembra che ci sia qualcuno che ci aspetta. Comunque Sanremo non ce lo perdiamo neanche se ci pagano una vacanza in Svizzera.” (Perche’ la Svizzera?) “Quest’anno poi c’era la preferita di tutta la famiglia, tranne le creature che giustamente sono troppo piccole, Ornella Vanoni.” (Ornella Vanoni? Ma non si era ritirata dopo la disfatta di Caporetto?) “Voi la conoscete?” (Come no. Mi pare fosse un essere mitologico, meta’ teschio, meta’ Vanoni) “So chi e’ ma non conosco le sue canzoni.” Rispondo con un mezzo ghigno immaginando l’essere mitologico. Intanto Roma si avvicina velocemente. Manca cosi’ poco e il mio amore e’ gia’ li’ che mi aspetta, guardando l’orizzonte per vedere per primo il treno che mi riporta a casa. Chiudo gli occhi e sorrido pregustando il momento del mio arrivo. Paola e i due piccoli mostri si sono addormentati. Lei ha la bocca aperta e russa un po’. Cristo, e’ fastidiosa anche quando dorme. Chissa’ se il marito e’ grasso per colpa sua? forse mangia per dimenticare. Stazione Termini! Eccomi a Roma, finalmente. Guardo fuori dal finestrino e cerco lui. Paola apre gli occhi e si alza di scatto, cercando di recuperare in fretta buste, bagagli, mostri e giacche. Corre via per dieci passi e poi torna indietro: “Signori’ arrivederci, e’ stato un piacere anche se voi non parlate molto. Cercatemi su facebook e su Instagram, mi chiamo Paola Esposito e mi riconoscete dalla foto con mio marito in trattoria a Napoli. Arrivederci e care cose a lei e famiglia.” (Ha ancora il rossetto sui denti) Scendo dal treno e guardo tra la folla. Lui e’ davanti a me, mi corre incontro e il mio cuore si apre. Mi abbraccia forte e la sua voce e’ calda come la mia: “Ben tornata… mamma.”