Nei titoli di coda

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L’ultima sigaretta, prima della prossima, e intanto piove e il cielo é bianco. Ho perso le ombre delle cose e tutto mi pare un disegno a matita, anche banale e un po’ infantile. Mi manchi, sempre, e questa solitudine che indosso é l’unica costante della vita che sono rimasta a guardare, senza te. Come un film noioso che non volevi più vedere… e mi hai lasciata ad aspettare di scoprirne la fine. Infondo non é  male ma, a volte, mi distrae la tua assenza e allora mi rintano in un angolo, nascosta al mondo, agli sguardi e alle parole, e mi pare che il tuo ricordo esca persino dalle crepe nei muri… e mi trovi, ripiegata su me stessa. Mi spaventa ogni volta, come un rumore di passi alle spalle. Ma, ti prego, torna seduta accanto a me, per i titoli di coda.

Carillon

ballerina

Non sono andata via, mai. Rimango ferma, nella mia mente, all’istante in cui sono stata felice. Ancora al mio posto, dove il mare si avvicina con grazia alla spiaggia, anche nella tempesta, per non ferirne la pelle bianca e granulosa, spoglia di voci e orme. Sulle sponde screziate delle scogliere, rimane il faro malandato, ancora in piedi, come l’orgoglio di un vecchio soldato, che sa di ruggine e storia. Sono la ballerina del carillon e rimango a girare sulle punte, guardando in eterno lo stesso panorama. I tetti azzurri delle case si affacciano sul porto come le vecchie signore dai balconi, e guardano il saliscendi delle navi attraccate che appaiono e si nascondono, seguendo il ritmo delle maree. Quello che avevo, non ho più. Sono la ballerina del carillon e continuo a girare. Le fitte fronde degli alberi, ai lati di una strada, si cercano e poi si uniscono in una danza perfetta,  formando un tunnel che mi protegge e mi conduce alle dune, che si mostrano al mare come spose, vestite di fiori e bianche conchiglie opache. Suona il pianoforte una musica malinconica. Sono io, ampliata dalle immagini di un tempo che è trascorso veloce e non può tornare. Come le nuvole, che non passano due volte sulla stessa terra e si modificano ai nuovi incontri. Quello che ero, non sono più. Mille anni durati un attimo. Ma la mia anima è frattale e si ripete in desideri che viaggiano sulle frequenze dei ricordi. Un attimo che dura da mille anni. Sono la ballerina del carillon e continuo il mio giro. Rimane seduto sulle sponde del lago, il bambino con il sorriso d’acciaio. Nitido e bellissimo, nella mia mente è ancora lì. Regala molliche di pane a un unico cigno e mi sfiora la mano, bagnata dalla brina sull’erba. Sono la ballerina del carillon. Rimango sulle punte, perchè non si senta il rumore dei mie passi, e canto la mestizia, che ha la forma di una spirale… e non ne trovo più l’origine.

Ufficio informazioni

Così… per ricordarmi di aver scritto anche questo!

"Frammenti" di Sabrina S.

pesce

“Siete sicuro che non sia passata di qui? A guardarla bene, Mara, ha il viso pieno di cose grandi. Le labbra carnose, gli occhi enormi e le sopracciglia folte, e tanti… tanti denti e, quando sorride, tutta la faccia si muove in un agglomerato di funzioni che sembrano scollegate. Le narici si aprono un po’, gli occhi si strizzano fino a diventare due fessure piene di lunghe ciglia, e il collo fa ondeggiare tutta la testa avanti, indietro e di lato. Poi una mano sale aperta alla bocca, per coprire le gengive che si scoprono alla risata, come i mostri sotto il letto. Se l’avvicinate per parlare e vedete che si strofina forte il naso, vuol dire che e’ imbarazzata e nervosa, ma e’ sicuramente lei perche’ non conosco nessuno capace di stropicciarsi il naso in quel modo, e allora allontanatevi con discrezione e chiamatemi subito.  Che altro? Ah, si’……

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Come sabbia

donna albero

Sei sveglia, Anna, in questa notte di Scirocco, anche tu tormentata dal rumore del vento? Chiudo gli occhi e ti vedo camminare scalza senza accendere le luci, appoggiarti alla finestra e fumare, incurante della cenere che cade a terra. Le pupille si dilatano nell’oscurità e tutto ciò che riesci a vedere è un esercito di alberi piegato in una falsa resa, quasi sconfitto, ma ancora in piedi, e ti senti come loro… un soldato stanco. Domani, il vento avrà cessato di attaccare e quello che resterà non sarà che un paesaggio umido, sporco, ocra come i deserti di Eilat. Lo sconforto di questo tempo ti rimarrà incastrato sotto le unghie come terra arida e allora mi chiedo… Verrai a cercarmi, Anna, come facevi un tempo, chiedendomi sostegno per le tue fragili radici, o Gerico è di nuovo il tuo nome? E allora mi chiedo… verrò a cercarti, Anna, come facevo un tempo, per essere il tuo unico conforto? Quanto sono alte, ora, le tue mura? Non potrò scoprirlo. Sono vecchio, ormai non potrò più addentrarmi e perdermi nei tuoi labirinti e so di aver perso il diritto di farti domande, ma mi rimane la curiosità di sapere ciò che ti riguarda. Così mi pongo domande alle quali cerco di rispondere da solo, ma mi pare faticoso e inutile come incastrare degli oggetti quadrati in una scatola rotonda. Eppure, in un giorno messo lì a caso, ti ho incontrata, ermetica e algida come sei tornata ad essere dopo noi. C’è voluto del tempo e avevamo ognuno il proprio sentire e poi, di due, uno soltanto, fusi, intrecciati come due edere che si arrampicano sullo stesso muro… e non avevo più bisogno di chiedere, sapevo già ogni cosa. Ricordi? Dimenticare è un atto involontario  ma se ci costringiamo a non pensare e a non provare emozioni, possiamo perdere le tracce di ciò che ci fa stare male e io mi costringo, ogni giorno, ogni momento, ma non adesso. Impazzirò con te in questa notte agitata. Domani mostrerò ancora la mia indifferenza, ma sentimi chiamare il tuo nome in questa notte di correnti e sabbia in cui non sono che una statua sepolta da  sogni spezzati, e tu un faro spento che proietta un’ombra.