Terronismo – La filosofia Reggina

Tema
L’estate
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Svolgimento
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Lui arrivava in cucina con una busta di plastica bianca di quelle di una volta, quelle che inquinavano il pianeta non quelle cacate di adesso chi si rumpunu cu 2 chili i pasta. Ma vabbo’ lasciamo stare questo discorso. E poi cacate non si dice. Vabbo’ non si dice cacate lasciamo stare.
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Con la busta bianca bella resistente che doveva sopportare almeno 12/13 chili di cocomero rosso, bello freddo. Che si vedeva subito che era freddo che la busta era tutta bagnata.
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Arrivava e non diceva niente. Solo arrivava e si cominciava ad organizzare. Si apparecchiava mezza tavola, solo mezza. Lui era abituato cosi’. Era sempre solo lui e gia’ mezza tavola era anche troppa. Pero’ si apparecchiava sempre, e non con una mappina ma con la tovaglia. Lui era fatto cosi.
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Poi mi chiamava, veni figghiu.
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Io non so piu’ dov’ero e che facevo. Forse la doccia, forse mi ero affacciato a vedere lo Stretto, forse telefonavo. Forse mi riposavo. Forse insomma. Vabbo’ lasciamo stare questo discorso.
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Lui prima era sotto pero’. Sulla sediolina davanti al garage ad aspettare seduto a cavalcioni. Perche’ i veri uomini si siedono a cavalcioni non con la schiena appoggiata che quello e’ da femmine dai. E lui era un vero uomo. Con la gamba che continuava incessantemente a muoversi per scaricare il nervosismo. La gamba gli ballava sempre. Ma lasciamo stare questo discorso.
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Lui mi aspettava. Ma io non lo avevo mai capito prima. Lo capisico solo adesso che e’ arrivato il mio di momento di aspettare. Credevo che non avesse un cazzo da fare e se ne stava li’ a cavalcioni sulla sediolina in garage. Invece no. Lui aspettava. Aspettava me che tornavo in macchina.
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Non si doveva dimostrare preoccupato. Ma stava li’ ad aspettare. Ora capisco perdio Ora lo so. E non si muoveva fintanto che io non arrivavo. Tutti gli anni cosi’, sempre.
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Come una forma di superstizione. Lui doveva essere la’ perche’ tutto andasse sempre bene. Che lui era superstizioso dai. Che una volta una macchina di quelle dei defunti lo ha strisciato e lui non e’ neanche sceso e gli ha detto “niente niente itavindi non mi fici nenti”. Ed e’ tornato a casa con la macchina distrutta su un fianco. Ma lasciamo stare questo discorso dai.
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Poi si alzava per farmi entrare in garage. Un solo abbraccio, niente altro. Non una domanda, tipo come stai? o come e’ andato il viaggio o c’era traffico? o mangiasti? dai queste sono domande da femmine non da lui. Perche’ non era importante nulla se non che io fossi arrivato a casa. Anche stanco o affamato ma a casa.
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E ne andava lasciandomi cosi’ in balia di mia mamma. E lui spariva. Io in balia delle domande di mia mamma e lui volatilizzato. Via piu’ veloce del vento.
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Poi tornava con quella busta bianca e il cocomero fresco. Che mia mamma gli spaccava i coglioni “eh comu si viri chi ti bugghiunu i sordi chi friscu custa cchiu’ caru”. Maledetta formichina tutta la vita gli ha spaccato i coglioni a lui. Ma lasciamo stare questo discorso dai.
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Veni figghiu. E andavo. E mi tagliava un pezzo centrale del cocomero fresco. Quello bello senza semi. Rosso. Di un rosso che non so definire. No rosso corallo e neanche rosso rubino. Rosso muluni.
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E forse per gli unici 5 minuti ci sedevamo insieme. Gli unici 5 minuti per mesi magari.
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E allora capivo che era davvero cominciata l’estate. Non solo la mia estate ma l’estate di tutta la famiglia.
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E mi ha sempre preso per il culo che non era ansioso lui, che le femmine sono ansiose. Invece no. Ho capito, mi aspettava e se sono ancora sano e salvo lo devo solo a lui seduto la’ sotto ad aspettare.
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Ora e’ estate, lo so. L’estate e’ quando arrivo nel mio garage. Lui non c’e’ piu’. Ma lasciamo stare questo dscorso dai. Adesso vado dal mulunaru alla Pineta e mi compro mezzo cocomero freddo e mi porto la busta bianca da casa che ne ho di quelle inquinanti ancora. Le buste delle sue. Di lui.
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Poi domani vado a fare sistemare a seggiuledda perche’ e’ il mio turno di aspettare le mie figlie. E voglio che mi trovino li’, nello stesso posto e sulla stessa seggiuledda.
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Ecco questa e’ l’estate

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Marta di neve ( stralcio )

Per ricordarmi di averlo scritto.

"Frammenti" di Sabrina S.

alberi al vento

Mi sorprende sempre l’umore del vento e il rispetto che ha, di seguire il ritmo del mio. Come se le mie inclinazioni fossero scortate da una corrente solidale, e mi ritrovassi ogni volta accompagnata, sospinta, incitata dal cielo a liberare l’anima, che bussa sempre forte, irrequieta, alle mie sbarre. E’ stata una notte senza immobilità, quella appena trascorsa. Ogni cosa, dentro e fuori di me, era in movimento. Sveglia come una nave in un giorno di burrasca. Ho tentato di lasciarmi prendere dal sonno, ma persino gli occhi erano spalancati dietro le palpebre chiuse, e ho sentito il vento annunciare il suo arrivo, sfiorando le chiome degli alberi. Mi sono alzata e l’ho raggiunto in giardino. Le cime degli alberi si muovevano in un lento ondeggiare. Una danza perfetta. Delicato fluttuare, come alghe in fondo al mare. Sembrava aspettassero un cenno. Un Sabba di fronde e io al centro. A…

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Ti amo non si dice, Ti amo non si fa.

racconto

 

 

 

  • Beh, adesso che sei morta te lo posso dire, ti amo è una frase compromettente, non si dice a chiunque.
  • Non ero “chiunque’’
  • Sì ok, dai che hai capito. “Ti amo” e “Non ti amo” sono frasi che si dicono a qualcuno di speciale.
  • Ma pensa quanto ero fortunata, allora… me le hai dette tutte e due.
  • Ho letto da qualche parte che il sarcasmo muore insieme al corpo.
  • Hai letto una stronzata, non ti pare?
  • Infatti… Ma com’e’ lì? Come si sta? Hai incontrato qualcuno che conosci? E le ali? Quelle sono una stronzata, sii sincera.
  • Non so che dirti, non ho visto proprio nessuno, ancora, forse perchè sono appena morta. Le ali? No, quelle non ce le ho, ma magari ti spuntano dopo un po’ che sei qui. Chissà se pesano? Capirai, col mal di schiena che avevo sempre. A proposito, non ce l’ho piú, è come essere in acqua, a dire la verità, non sento il peso del mio corpo. Mi sembra di fluttuare, questa è l’unica stranezza, per il resto non mi pare neanche di essere morta. Forse non lo sono, infondo sono qui a parlare con te, no? Hai una sigaretta?
  • Ma perchè, si puo’ fumare?
  • Non lo so, ma non mi pare ci siano cartelli che lo vietino, e poi che altro potrebbe accadermi? Un cancro all’anima?
  • Hai sempre avuto questo umorismo nero. Non mi è mai piaciuto, non lo capisco, non è divertente.
  • E dai, sorridi un po’… questo posto è un mortorio.
  • Che hai fatto quando sei… partita?
  • Partita?
  • Ma sì, dai, sai come si dice… partire è un po’ come morire.
  • Sì ma morire è partire un po’ troppo, non credi?
  • Mi rispondi? Che hai fatto?
  • Non ho fatto nulla. Un attimo prima ero viva e quello successivo ero qui, con te. Non ho memoria di quanto sia accaduto nel mezzo.
  • Niente, davvero?
  • Te lo giuro, solo… un silenzio di tomba.
  • Quanto sei stronza, la devi smettere con queste battutacce.
  • Mio Dio però che lagna che sei. Son quasi contenta di essere morta e di non vedere quella tua faccia sempre appesa, di non sentirti sbuffare o lamentare per qualsiasi cosa. E poi perchè sono qui? Che mi hai chiamata a fare?
  • Non ti ho mica chiamata io, eravamo già qui a parlare da… non ricordo da quando, in effetti. Qual è il momento esatto in cui sei arrivata?
  • Non sono mai arrivata, credo di esser stata sempre qui, ad aspettarti. A proposito, dov’eri?
  • Al tuo funerale.
  • Ah, che bravo. Dai, racconta. c’era tanta gente?
  • Mancavi solo tu
  • Ahahaha… davvero, avrei voluto esserci. Questa cosa che non si possa assistere al proprio funerale, è una stronzata. Che diamine, in fondo ero l’ospite d’onore. Mi sarei portata un camion di girasoli. Tu me li hai portati, i fiori?
  • Te li hanno portati tutti, anche io, ma niente girasoli. Rose e gigli bianchi, la bara ne era ricoperta, poi c’erano cuscini di fiori colorati, misti, un po’ troppo arancioni per i tuoi gusti, ma si intonavano davvero bene al vestito di tua cugina, quella stronza con la puzza sotto il naso. Tuo padre e tua madre sembravano invecchiati di mille anni e tuo fratello aveva la faccia che ricordava la spiaggia della Normandia, dopo lo sbarco. Io e mia madre ci siamo seduti in fondo alla chiesa, per non disturbare e perchè l’odore di incenso mi fa sempre vomitare.
  • Ne bastava uno, di girasole, il tuo. Se mi avessi amata ancora, avresti girato per tutta la città in cerca di un girasole, anche vecchio, anche finto.
  • Non cominciare con questa storia dell’amore, ormai sei morta. Sai di essere stata speciale, per me, e poi non credevo che da morta ti saresti curata di sapere che fiori ti avrei portato.
  • Ma che cazzo vuol dire speciale? Meglio di alcune ma peggiore di altre? E sì, invece, come vedi me ne curo eccome!
  • Speciale vuol dire speciale, mica è una parola a libera interpretazione, e poi i morti non sanno tutto? Non avete poteri particolari? Che ne so, spostate le cose o vi trasformate in qualcos’altro?
  • Ci trasformiamo? Ma che cazzo siamo, i Power Rangers? E non siamo neanche Dio, non siamo onniscienti, non siamo niente di piú di quello che eravamo in vita e infatti sono ancora qui a chiederti se, per caso, fosse amore, se ti fossi sbagliato, se avessi confuso la stanchezza di un rapporto stantìo con la mancanza di amore… e avessi detto di non amarmi, alla fine. D’altra parte come si fa a non amarmi? sono adorabile, cazzo! E come hai potuto essere tanto cattivo? Lasciarmi in quel modo, è da vigliacchi. Illudermi, palesarmi il miraggio di una vita insieme e all’improvviso abbandonarmi con la scusa di non provare piú niente e, peggio ancora, continuare a scrivere e chiamare e uscire e farmi pensare che qualcosa ancora c’era e indurmi a pensare che eri solo confuso e che invece mi amavi ancora, ma non lo sapevi per certo. O credevi davvero che avrei potuto rimanerti amica e parlare con te dei tuoi rapporti con altre donne, vederti costruire la vita che avevamo pensato per noi, con un’altra che prendeva il mio posto? E ADESSO SONO MORTA, PERDIO! Non si fa, non si fa questo a nessuno e a me meno che agli altri, perchè io sono questa cosa di cristallo che ti sta ancora davanti.
  • E dai, sono stanco. Incredibile quanto stanchi un funerale. Forse è il dispiacere, ti cammina sotto pelle come un liquido denso, è come avere qualcuno sulle spalle tutto il giorno e non sapere come scrollartelo di dosso.
  • Vuoi dire che hai il coraggio di dormire proprio adesso, dopo il mio funerale? Ma non puoi comportarti come tutti quelli che perdono qualcuno di “speciale’? Non so, stare sveglio tutta la notte a pensare a me, a guardare le nostre foto, ad ascoltare le nostre canzoni e a piangerci su? Non puoi disperarti per la mia mancanza?
  • Ma se sei ancora qui…
  • Dicono che le anime di chi ha lasciato qualcosa in sospeso, rimangano a vagare nei posti in cui hanno vissuto finchè non risolvano le questioni insolute.
  • E tu che hai da risolvere?
  • Io voglio sapere se mi hai amata fino alla fine.
  • La fine di cosa?
  • La mia, idiota!
  • Ti amo non si dice, te l’ho spiegato, ma si fa, si dimostra l’affetto che si prova per qualcuno con i gesti, con le attenzioni, con la vicinanza e tutte quelle cose che voi donne volete.
  • No, non si fa, cioè si fa ma anche le parole sono importanti. Le donne hanno bisogno delle parole. Le attenzioni possono essere confuse con qualcosa di importante e, magari, non lo è. Noi donne siamo un casino. Perchè confondere delle menti già tanto incasinate?
  • Domani ti porterò dei girasoli. A proposito, tua madre ha fatto mettere sulla tomba quella tua foto che non ti piaceva, quella in cui si vede che hai i denti storti. C’è scritto qualcosa vicino al tuo nome… “Figlia adorata”, mi pare. Ha dimenticato di aggiungere “Rompi coglioni fino alla fine… e anche dopo”.
  • Le avevo detto di farci scrivere “Torno subito”.
  • Già, sarebbe stato nel tuo stile.
  • Hai lasciato i piatti sporchi nel lavandino e i fagiolini ancora da cuocere. Ci penso io, mentre riposi un po’? Sai… i funerali stancano.
  • I piatti li sistemerò domani. Lascia stare i fagiolini, se li fai tu, tanto vale buttarli subito.
  • Mi sento strana.
  • Che vuoi dire?
  • Non so, piu’ leggera. Mi pare di avere le mani trasparenti, posso guardarci attraverso.
  • Certo, sei un fantasma.
  • E’ quasi l’alba, credo di dovermene andare.
  • Ah, come i vampiri.
  • Sì, come loro. Allora è meglio che vada, prima che ti succhi via tutto il sangue dal collo. Terrai con te le cose che ti ho regalato, vero? Non le metterai in una scatola in cantina.
  • Non ce l’ho neanche, una cantina.
  • Su che hai capito. Anche quella piccola scultura che ti ho dato anni fa. Apri gli occhi, dai, quella sulle scale. Un uomo abbraccia una donna in segno di protezione, un tempo credevo che ci rappresentasse.
  • Sì, sì. Non ho voglia di aprire gli occhi, sto così bene qui, sul divano…e ho sonno. Non metterò mai via le tue cose, le nostre, sono importanti per me, “speciali”… e mi mancherai, tanto.

Nina… sei ancora qui? Nina… va bene, te lo giuro, fino alla fine.

Nina…