Bolzano – Roma. Solo ritorno!

trenoPaola sale alla stazione di Bolzano seguita dai figli, Costa e Martina. Carichi di bagagli come i muli da soma, si affrettano a cercare un posto. Accanto a me ce n’e’ uno libero e, al di la’ dello stretto corridoio del vagone, ce ne sono giusti giusti altri due, ma cerco di non incrociare lo sguardo perche’ ultimamente rasento l’asocialita’ di un eremita tibetano e non ho proprio voglia di avere gente intorno, tantomeno due ragazzini in eta’ prepuberale. (Ti prego, Signore, fa’ che non si siedano qui…) “Sono liberi questi posti?” (Grazie, Signore, posso sempre contare su di te.) L’aspetto e’ un ibrido tra il lusso e il trasandato, come uno smoking con una toppa a quadretti sul culo. Scarpe firmate, ma con la punta consumata e sporca di terra antica; pantalone nero, anch’esso di marca ma con la lampo scucita e visibilmente rattoppata piu’ volte e male; maglietta estiva, che a Febbraio a Bolzano e’ vista come simbolo di coraggio; giacca a vento avvitata, bianca, rigorosamente di marca ma con uno strato di fondotinta nella parte interna del colletto, messa in piega made in casa, e tutta la vera finta bigiotteria del pianeta distribuita tra il collo e le mani, con lo smalto scheggiato sulle dita tozze. “Prego, si accomodi pure” La mia voce e’ calda e sicura, maledetta me, sembra sempre invitante, non ci posso fare niente e nasconde la seccatura che provo, in realta’. “Come siete gentile, signori’ ” Sorrido legnosamente mentre penso che solamente a Napoli si usa ancora dare del “voi”. “Costa, tu mettiti vicino al corridoio che sei grasso come a tuo padre e rischi di incastrarti il culo con il bracciolo in mezzo ai sedili. Martina, tu azzeccati al finestrino e non vi bisticciate se non volete essere menati, quant’e’ vera ‘a Maronn’!” (Signore, prometto di essere buona ma non mi abbandonare) I due ragazzini si siedono e iniziano a giocare con le loro cose. Paola, accanto a me, sistema i bagagli sotto vari sedili, le giacche nelle cappelliere, una serie di buste tra le gambe e, finalmente, si siede tirando fuori tutta l’anima con uno di quei sospironi che annunciano l’inizio di una conversazione. (Signore, ti scongiuro, fai che non attacchi bottone…) “E voi dove andate, bella signorina? In vacanza o tornate? Siete tutta sola? Non avete bagagli? Dove siete salita? e dove scendete?” (Signore, cosi’ pero’ mi costringi a una conversione di emergenza…) La mia educazione vacilla ma resiste e mi costringe a rispondere, seppur con frasi sintetiche: “Sono stata a vedere la neve delle Dolomiti, ora sto tornando a casa. Viaggio da sola.” “Avete ragione, signori’, meglio sola che in cattiva compagnia.” “Gia’…” Non pongo domande a mia volta, per non indurla a continuare la conversazione e, accennando un vaghissimo sorriso, mi volto per guardare fuori dal finestrino. Siamo ancora a Trento. Ieri e’ nevicato anche qui, ma non molto e il paesaggio ha l’aspetto di una distesa di marzapane e zucchero al velo, fino all’orizzonte, e i confini dei terreni sembrano di cioccolato. Cerco di abbandonarmi a questa golosa immagine delle campagne del nord ma la voce di Martina arriva improvvisa e stridula, come se il treno avesse frenato bruscamente, scintillando sui binari: “Costa, ti do un calcio nelle palle cosi’ forte che te le mando a far compagnia alle tonsille…” (Signore, mi sanguinano le orecchie, perche’ mi hai abbandonata?) A quell’eta’, se avessi anche solo pensato di dire una cosa simile, mia madre mi avrebbe inchiodata al catino absidale di una Chiesa, costringendomi a recitare la preghiera del perdono fino alla fine dei tempi, nei secoli dei secoli… Ma, per essere piu’ pratica, probabilmente mi avrebbe attaccata al muro con una raffica dei suoi indimenticabili ceffoni. Paola, invece, rimane indifferente a tanta fanciullesca grazia e posta foto sui vari social network, dal telefono. Mi giro verso i due ragazzini, convinta che un mio sguardo algido possa intimorirli un po’ e mi rendo conto che Costa sta appiccicando mostri e draghi che tira fuori dal naso, sullo schienale del sedile difronte. (Signore, ora mi sanguinano anche le orbite oculari. Ma non mi vuoi un po’ di bene?) Mi giro di nuovo verso il finestrino, ma la mia faccia e’ visibilmente accartocciata dal disgusto, sembra un ginocchio, e si rilassa solo al calore del sole che batte sul vetro. Chiudo gli occhi e mi lascio andare al pensiero di questi ultimi giorni, alle lunghe passeggiate nei boschi, fintamente immobili e senza vita a causa della neve, al caldo delle baite, al rumore degli scarponi degli sciatori sul pavimento di legno delle malghe, quando entrano infreddoliti e al profumo inconfondibile di arancia e cannella del vin brule’. Ma cos’e’ questa puzza? Apro gli occhi di scatto. Devo essermi addormentata sotto il ricordo della vacanza, perche’ ho saltato la stazione di Rovereto e siamo a quella di Verona. Un odore rivoltante mi attanaglia le narici e mi riaccartoccia la faccia. Mi giro lentamente a guardare Paola e vedo la sua mano affondare in un sacchetto di patatine. “Ne volete un po’, signori’? Sono al gusto cipolla e panna acida.” (Ah, ecco… e io che invece credevo fossero aromatizzate alla merda) “No, grazie” Le rispondo con gli occhi sgranati mentre si lecca le dita e se le asciuga sui pantaloni. (Signore, o andiamo in terapia di coppia o il nostro rapporto finisce qui.) Il treno riparte e penso che mi dispiaccia non avere il tempo di vedere la stazione di Porta Nuova, non tanto per il centro commerciale all’interno, quanto perche’, dopo la seconda guerra mondiale, so che e’ stata ricostruita unendo stili di epoche diverse: dalle tettoie in stile liberty alle pavimentazioni in mosaico e ai rivestimenti in marmo veronese. Tutto in contrasto con l’urbanistica della citta’ che conserva ancora tratti medioevali o del periodo barocco. Senza nulla togliere alla parte romantica della citta’, in cui e’ ambientata quella gran palla di “Giulietta e Romeo”. Sono controtendenza, me ne rendo conto, ma ormai le storie d’amore mi danno la nausea e non ho voglia di sentirne parlare, ma siccome sono la preferita del Signore… “Signori’, la volete vedere la foto di mio marito?” (Mi concentro su una meditazione consapevole, ascolto il mio respiro e… chiedo aiuto a Buddah) “Come no…” (Non sto piu’ nella pelle) “Eccolo qua. Siamo sposati da tredici anni. Non lo guardate cosi’, che e’ un po’ paffutello, perche’ appena torno lo metto a dieta” (Paffutello? Ma se la faccia gliel’hanno disegnata col compasso…) “Siete una bella coppia e avete due bellissimi bambini” (Due fogne a cielo aperto) Adoro le frasi di circostanza, non danno seguito alle conversazioni e sono la salvezza degli asociali, di solito, ma la mia Paola e’ differente… “Quando e’ arrivato Costa, amore di mamma sua, siamo stati cosi’ felici. Pensate che io non potevo avere figli, cosi’ dicevano i dottori, e invece dopo un anno e’ arrivata anche Martina. Sono la mia vita, faccio tutto per loro. Giochiamo insieme, li aiuto con i compiti, siamo amici e non li sgrido quasi mai perche’ sono bambini buoni. Ehhh… quello della mamma e’ un lavoro difficile, il piu’ difficile di tutti, ma una donna senza figli non e’ completa, non e’ realizzata, e’ una donna senza successo.” (Ho capito… questa e’ una di quelle donne che pensa di avere un contatto diretto col cosmo solo perche’ ha l’utero) Approfitto del nanosecondo di pausa, in cui lei riprende fiato per continuare a parlare di niente e, velocissimamente, chiedo: “Paola, le dispiacerebbe farmi passare? Dovrei andare in bagno” “Ue’ ue’ … e come sapete il mio nome?” (E’ scritto a caratteri cubitali sulla catenina che ha al collo. La vedrebbe anche Bocelli. Se fosse d’oro, vendendola potremmo risolvere i problemi della fame nel mondo) “Ho notato la catenina che indossa.” Sorride soddisfatta, Paola, e noto che ha del rossetto sui denti. Le ci sono voluti cinque minuti per alzarsi e togliere tutte le buste per farmi passare. Una volta uscita da quel campo profughi e imboccato il corridoio, la voce di lei mi afferra alla spalle echeggiando per tutta la carrozza: “Signori’, le volete le salviettine umide o un fazzolettino? che i bagni sui treni sono dei veri cessi, ci vanno tutti e la fanno sopra la tazza.” (Buddah, Cristo, Maria e tutti i santi… ma non mi aiuta proprio nessuno, oggi?) Non mi volto neanche, fingo di non sentire e passo all’altra carrozza. Quella del bagno era una scusa per allontanarmi ma comunque era guasto e mi fermo al bar della prima classe per prendere un caffe’. La gente si accalca barcollando, reggendosi a qualunque cosa, e intanto il treno si ferma a Bologna. Vorrei sedermi e continuare il viaggio nella carrozza del bar, ma ci sono due tizi visibilmente influenzati. Tossiscono di continuo e si asciugano il naso prestandosi fazzolettini a vicenda. Mi sembra di essere Sophia Loren nel film Cassandra Crossing. Sono in mezzo a due mostri. Da una parte, la fiera del batterio, dall’altra, Paola detta “Utero felice”. Aspetto che il treno riparta, altri dieci minuti, magari venti e poi torno al mio posto. “Signori’, ma che siete caduta nella tazza?” Ride sguaiatamente mentre ricomincia il rituale delle buste. Intanto sorrido senza rispondere e cerco di rinfilarmi nel mio cantuccio. Il treno sfreccia sulle campagne toscane, siamo quasi a Firenze. Ancora un paio d’ore e saro’ a casa. Un viaggio in treno, lo si fa guardando i paesaggi fuori, pensando a cio’ che si e’ lasciato, a cio’ cui si ritorna e, per quanto mi riguarda, lo si fa scoprendo i motivi del proprio essere asociale. Paola infatti incalza con le sue chiacchiere sul niente. “Signori’, lo avete visto Sanremo?” (Sanremo? Questa donna potrebbe essere utilizzata come mezzo di tortura a Guantanamo) “No, Non guardo mai la televisione.” “Uhhh… mammamia. A casa nostra la tv la teniamo accesa anche quando non ci siamo, cosi’ quando torniamo a casa sembra che ci sia qualcuno che ci aspetta. Comunque Sanremo non ce lo perdiamo neanche se ci pagano una vacanza in Svizzera.” (Perche’ la Svizzera?) “Quest’anno poi c’era la preferita di tutta la famiglia, tranne le creature che giustamente sono troppo piccole, Ornella Vanoni.” (Ornella Vanoni? Ma non si era ritirata dopo la disfatta di Caporetto?) “Voi la conoscete?” (Come no. Mi pare fosse un essere mitologico, meta’ teschio, meta’ Vanoni) “So chi e’ ma non conosco le sue canzoni.” Rispondo con un mezzo ghigno immaginando l’essere mitologico. Intanto Roma si avvicina velocemente. Manca cosi’ poco e il mio amore e’ gia’ li’ che mi aspetta, guardando l’orizzonte per vedere per primo il treno che mi riporta a casa. Chiudo gli occhi e sorrido pregustando il momento del mio arrivo. Paola e i due piccoli mostri si sono addormentati. Lei ha la bocca aperta e russa un po’. Cristo, e’ fastidiosa anche quando dorme. Chissa’ se il marito e’ grasso per colpa sua? forse mangia per dimenticare. Stazione Termini! Eccomi a Roma, finalmente. Guardo fuori dal finestrino e cerco lui. Paola apre gli occhi e si alza di scatto, cercando di recuperare in fretta buste, bagagli, mostri e giacche. Corre via per dieci passi e poi torna indietro: “Signori’ arrivederci, e’ stato un piacere anche se voi non parlate molto. Cercatemi su facebook e su Instagram, mi chiamo Paola Esposito e mi riconoscete dalla foto con mio marito in trattoria a Napoli. Arrivederci e care cose a lei e famiglia.” (Ha ancora il rossetto sui denti) Scendo dal treno e guardo tra la folla. Lui e’ davanti a me, mi corre incontro e il mio cuore si apre. Mi abbraccia forte e la sua voce e’ calda come la mia: “Ben tornata… mamma.”

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Marta di neve ( stralcio )

Per ricordarmi di averlo scritto.

"Frammenti" di Sabrina S.

alberi al vento

Mi sorprende sempre l’umore del vento e il rispetto che ha, di seguire il ritmo del mio. Come se le mie inclinazioni fossero scortate da una corrente solidale, e mi ritrovassi ogni volta accompagnata, sospinta, incitata dal cielo a liberare l’anima, che bussa sempre forte, irrequieta, alle mie sbarre. E’ stata una notte senza immobilità, quella appena trascorsa. Ogni cosa, dentro e fuori di me, era in movimento. Sveglia come una nave in un giorno di burrasca. Ho tentato di lasciarmi prendere dal sonno, ma persino gli occhi erano spalancati dietro le palpebre chiuse, e ho sentito il vento annunciare il suo arrivo, sfiorando le chiome degli alberi. Mi sono alzata e l’ho raggiunto in giardino. Le cime degli alberi si muovevano in un lento ondeggiare. Una danza perfetta. Delicato fluttuare, come alghe in fondo al mare. Sembrava aspettassero un cenno. Un Sabba di fronde e io al centro. A…

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Ti amo non si dice, Ti amo non si fa.

racconto

 

 

 

  • Beh, adesso che sei morta te lo posso dire, ti amo è una frase compromettente, non si dice a chiunque.
  • Non ero “chiunque’’
  • Sì ok, dai che hai capito. “Ti amo” e “Non ti amo” sono frasi che si dicono a qualcuno di speciale.
  • Ma pensa quanto ero fortunata, allora… me le hai dette tutte e due.
  • Ho letto da qualche parte che il sarcasmo muore insieme al corpo.
  • Hai letto una stronzata, non ti pare?
  • Infatti… Ma com’e’ lì? Come si sta? Hai incontrato qualcuno che conosci? E le ali? Quelle sono una stronzata, sii sincera.
  • Non so che dirti, non ho visto proprio nessuno, ancora, forse perchè sono appena morta. Le ali? No, quelle non ce le ho, ma magari ti spuntano dopo un po’ che sei qui. Chissà se pesano? Capirai, col mal di schiena che avevo sempre. A proposito, non ce l’ho piú, è come essere in acqua, a dire la verità, non sento il peso del mio corpo. Mi sembra di fluttuare, questa è l’unica stranezza, per il resto non mi pare neanche di essere morta. Forse non lo sono, infondo sono qui a parlare con te, no? Hai una sigaretta?
  • Ma perchè, si puo’ fumare?
  • Non lo so, ma non mi pare ci siano cartelli che lo vietino, e poi che altro potrebbe accadermi? Un cancro all’anima?
  • Hai sempre avuto questo umorismo nero. Non mi è mai piaciuto, non lo capisco, non è divertente.
  • E dai, sorridi un po’… questo posto è un mortorio.
  • Che hai fatto quando sei… partita?
  • Partita?
  • Ma sì, dai, sai come si dice… partire è un po’ come morire.
  • Sì ma morire è partire un po’ troppo, non credi?
  • Mi rispondi? Che hai fatto?
  • Non ho fatto nulla. Un attimo prima ero viva e quello successivo ero qui, con te. Non ho memoria di quanto sia accaduto nel mezzo.
  • Niente, davvero?
  • Te lo giuro, solo… un silenzio di tomba.
  • Quanto sei stronza, la devi smettere con queste battutacce.
  • Mio Dio però che lagna che sei. Son quasi contenta di essere morta e di non vedere quella tua faccia sempre appesa, di non sentirti sbuffare o lamentare per qualsiasi cosa. E poi perchè sono qui? Che mi hai chiamata a fare?
  • Non ti ho mica chiamata io, eravamo già qui a parlare da… non ricordo da quando, in effetti. Qual è il momento esatto in cui sei arrivata?
  • Non sono mai arrivata, credo di esser stata sempre qui, ad aspettarti. A proposito, dov’eri?
  • Al tuo funerale.
  • Ah, che bravo. Dai, racconta. c’era tanta gente?
  • Mancavi solo tu
  • Ahahaha… davvero, avrei voluto esserci. Questa cosa che non si possa assistere al proprio funerale, è una stronzata. Che diamine, in fondo ero l’ospite d’onore. Mi sarei portata un camion di girasoli. Tu me li hai portati, i fiori?
  • Te li hanno portati tutti, anche io, ma niente girasoli. Rose e gigli bianchi, la bara ne era ricoperta, poi c’erano cuscini di fiori colorati, misti, un po’ troppo arancioni per i tuoi gusti, ma si intonavano davvero bene al vestito di tua cugina, quella stronza con la puzza sotto il naso. Tuo padre e tua madre sembravano invecchiati di mille anni e tuo fratello aveva la faccia che ricordava la spiaggia della Normandia, dopo lo sbarco. Io e mia madre ci siamo seduti in fondo alla chiesa, per non disturbare e perchè l’odore di incenso mi fa sempre vomitare.
  • Ne bastava uno, di girasole, il tuo. Se mi avessi amata ancora, avresti girato per tutta la città in cerca di un girasole, anche vecchio, anche finto.
  • Non cominciare con questa storia dell’amore, ormai sei morta. Sai di essere stata speciale, per me, e poi non credevo che da morta ti saresti curata di sapere che fiori ti avrei portato.
  • Ma che cazzo vuol dire speciale? Meglio di alcune ma peggiore di altre? E sì, invece, come vedi me ne curo eccome!
  • Speciale vuol dire speciale, mica è una parola a libera interpretazione, e poi i morti non sanno tutto? Non avete poteri particolari? Che ne so, spostate le cose o vi trasformate in qualcos’altro?
  • Ci trasformiamo? Ma che cazzo siamo, i Power Rangers? E non siamo neanche Dio, non siamo onniscienti, non siamo niente di piú di quello che eravamo in vita e infatti sono ancora qui a chiederti se, per caso, fosse amore, se ti fossi sbagliato, se avessi confuso la stanchezza di un rapporto stantìo con la mancanza di amore… e avessi detto di non amarmi, alla fine. D’altra parte come si fa a non amarmi? sono adorabile, cazzo! E come hai potuto essere tanto cattivo? Lasciarmi in quel modo, è da vigliacchi. Illudermi, palesarmi il miraggio di una vita insieme e all’improvviso abbandonarmi con la scusa di non provare piú niente e, peggio ancora, continuare a scrivere e chiamare e uscire e farmi pensare che qualcosa ancora c’era e indurmi a pensare che eri solo confuso e che invece mi amavi ancora, ma non lo sapevi per certo. O credevi davvero che avrei potuto rimanerti amica e parlare con te dei tuoi rapporti con altre donne, vederti costruire la vita che avevamo pensato per noi, con un’altra che prendeva il mio posto? E ADESSO SONO MORTA, PERDIO! Non si fa, non si fa questo a nessuno e a me meno che agli altri, perchè io sono questa cosa di cristallo che ti sta ancora davanti.
  • E dai, sono stanco. Incredibile quanto stanchi un funerale. Forse è il dispiacere, ti cammina sotto pelle come un liquido denso, è come avere qualcuno sulle spalle tutto il giorno e non sapere come scrollartelo di dosso.
  • Vuoi dire che hai il coraggio di dormire proprio adesso, dopo il mio funerale? Ma non puoi comportarti come tutti quelli che perdono qualcuno di “speciale’? Non so, stare sveglio tutta la notte a pensare a me, a guardare le nostre foto, ad ascoltare le nostre canzoni e a piangerci su? Non puoi disperarti per la mia mancanza?
  • Ma se sei ancora qui…
  • Dicono che le anime di chi ha lasciato qualcosa in sospeso, rimangano a vagare nei posti in cui hanno vissuto finchè non risolvano le questioni insolute.
  • E tu che hai da risolvere?
  • Io voglio sapere se mi hai amata fino alla fine.
  • La fine di cosa?
  • La mia, idiota!
  • Ti amo non si dice, te l’ho spiegato, ma si fa, si dimostra l’affetto che si prova per qualcuno con i gesti, con le attenzioni, con la vicinanza e tutte quelle cose che voi donne volete.
  • No, non si fa, cioè si fa ma anche le parole sono importanti. Le donne hanno bisogno delle parole. Le attenzioni possono essere confuse con qualcosa di importante e, magari, non lo è. Noi donne siamo un casino. Perchè confondere delle menti già tanto incasinate?
  • Domani ti porterò dei girasoli. A proposito, tua madre ha fatto mettere sulla tomba quella tua foto che non ti piaceva, quella in cui si vede che hai i denti storti. C’è scritto qualcosa vicino al tuo nome… “Figlia adorata”, mi pare. Ha dimenticato di aggiungere “Rompi coglioni fino alla fine… e anche dopo”.
  • Le avevo detto di farci scrivere “Torno subito”.
  • Già, sarebbe stato nel tuo stile.
  • Hai lasciato i piatti sporchi nel lavandino e i fagiolini ancora da cuocere. Ci penso io, mentre riposi un po’? Sai… i funerali stancano.
  • I piatti li sistemerò domani. Lascia stare i fagiolini, se li fai tu, tanto vale buttarli subito.
  • Mi sento strana.
  • Che vuoi dire?
  • Non so, piu’ leggera. Mi pare di avere le mani trasparenti, posso guardarci attraverso.
  • Certo, sei un fantasma.
  • E’ quasi l’alba, credo di dovermene andare.
  • Ah, come i vampiri.
  • Sì, come loro. Allora è meglio che vada, prima che ti succhi via tutto il sangue dal collo. Terrai con te le cose che ti ho regalato, vero? Non le metterai in una scatola in cantina.
  • Non ce l’ho neanche, una cantina.
  • Su che hai capito. Anche quella piccola scultura che ti ho dato anni fa. Apri gli occhi, dai, quella sulle scale. Un uomo abbraccia una donna in segno di protezione, un tempo credevo che ci rappresentasse.
  • Sì, sì. Non ho voglia di aprire gli occhi, sto così bene qui, sul divano…e ho sonno. Non metterò mai via le tue cose, le nostre, sono importanti per me, “speciali”… e mi mancherai, tanto.

Nina… sei ancora qui? Nina… va bene, te lo giuro, fino alla fine.

Nina…