Oceans

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Queste mie parole

Per ricordarmi di averlo scritto.

"Frammenti" di Sabrina S.

ballerina

Ci sono parole cuneiformi, che incidono ricordi la’ dove fanno piu’ male. In mezzo al petto, non nel cuore, ma tra le costole, dove le fitte danno dolore senza uccidere. Arrivano da dentro e le sento spezzarmi le ossa e incunearsi nel costato. Cercano di venir fuori, spinte da un magma pregno di rabbia e, al contempo, di amore, di frustrazioni, di vita passata, di desideri irrealizzabili e di altri irrealizzati. Spingono in salita, come certi pesci che risalita la corrente vanno a morire dove sono nati. Ho tutte queste parole, bloccate in gola o incastrate tra i denti che le masticano e ringoiano all’infinito, e fanno male come una carie, perdio. Giu’, state giu’. Silenziose e nascoste, buie come certe ombre al di la’ della luna.  Ho bisogno di un posto, senza luce ne’ eco. Voglio un luogo per nascondermi, per proteggermi. Sarei la ballerina di un vecchio carillon di…

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Solo Giulia

kitchen door

C’e’ stanchezza nell’alba che sorge sui campi a est, coperti dalla nebbia fitta. Tutto e’ fermo e Giulia fissa un albero dalla finestra, mentre beve il primo caffe’, aspettando che una foglia si muova, sperando che arrivi il vento a soffiare via l’immobilita’ del giorno e della sua anima. Pensa al nulla che avvolge il suo cuore, e chi era non lo ricorda piu’. Le parole sono il lucchetto che apre lo scrigno delle emozioni, e cosi’ non parla, rimane in silenzio per giorni, settimane, limitandosi alle parole che la sua maledetta educazione le impone: Buongiorno, buonasera e buonanotte. Bisogna ricordarle sempre, le emozioni, per sapere che sono fatte di fiori e melma putrida, che fanno bene e fanno male, che sono bianche e nere, sole e tempesta. Prima una, poi l’altra, in un eterno susseguirsi di felicita’ e dolore. No, Giulia non se la incasina piu’ la vita con queste altalene emotive che, l’una per l’altra, rendono fragili e indifesi… e resta sola, a guardarsi invecchiare allo specchio. Bisogna ricordarle, le emozioni, per sapere di cosa avere paura. Un altro caffe’ scende ancora caldo nella tazzina e intanto un cane annusa qualcosa ai piedi dell’albero. E’ Stronzo, il cane randagio del quartiere. Glielo ha dato lei il nome, perche’ rovescia le buste dell’immondizia sulla strada e la costringe a raccoglierla ogni giorno, e quindi e’ stronzo! Giulia batte un colpo sulla finestra chiusa e il cane rizza le zampe di scatto e si immobilizza fissandola guardingo. Ha una zampa ferita, non la poggia a terra quando cammina ed e’ visibilmente malconcio.  Lei lo fissa a sua volta e si riconosce nell’atteggiamento di diffidenza. Sono entrambi soli e hanno paura, perche’ il mondo e’ un posto pessimo in cui vivere, grottesco e spaventoso, e si puo’ ferire un cane e una persona con mezzi diversi, ma lasciando le stesse indelebili ferite, e gli stessi timori. Apre il frigo senza pensarci troppo e, nel ricordo di qualcosa che si chiamava compassione, afferra della carne macinata e corre giu’. Stronzo e’ ancora li’ e Giulia si apre un varco strisciando a terra, nel buco che c’e’ nella rete di confine tra il suo giardino e il parco dove il cane mostra i denti all’arrivo di lei.  Forse non e’ stata una grande idea avvicinarsi tanto, infondo anche lei ringhia se qualcuno si avvicina,  ma Giulia non e’ “qualcuno”, Giulia e’ Giulia e con le mani comincia a formare polpettine di carne e a tirarle il piu’ vicino possibile al cane, muovendosi lentamente, tenendosi a pochi metri da lui.  Stronzo non fa un passo per avvicinarsi, e mosso neanche dalla curiosita’ di sapere cosa gli stia lanciando, continua a fissarla e a ringhiare. Sta a lei muoversi per prima, e lo fa ma lui abbaia e lei si blocca di nuovo.  Non ci sono vinti e vincitori nella circospezione, solo sfumature di paura e la loro fende la nebbia, che non accenna a diradarsi. Se solo non fossero stati feriti cosi’ profondamente, entrambi nella dignita’ del proprio essere un cane e una donna, ecco, forse avrebbero potuto diventare qualcosa di diverso da due idioti fermi in un parco a fissarsi per minuti eterni, senza sapere chi dei due sarebbe fuggito per primo e, alla fine, Giulia demorde e fa un passo indietro. Lascia cadere il pacchetto con il resto della carne e torna a strisciare nel buco nella rete da cui e’ arrivata. Ora e’ di nuovo alla finestra e lui e’ li’ che mangia le sfere di carne sparpagliate sul terreno. Si immagina accarezzarlo e condividere i giorni vuoti correndo nei parchi, nella consapevolezza che si puo’ guarire, che si puo’ ancora provare qualcosa, che il cuore non si e’ ibernato nel petto… Ma resteranno cosi’, entrambi certi che solo le ferite visibili, guariscono, e quelle che visibili non sono, rimangono a sanguinare, senza dare dolore, ben nascoste dalla diffidenza e dalla paura, perche’ nessuno lo risvegli. Un vento freddo finalmente si  alza, diradando la nebbia, mostrando una vela di nuvole indaco. Piovera’ presto. Un pianoforte inizia a suonare e Giulia si croggiola tra i ricordi e la loro stessa assenza.  L’abbaiare di un cane lontano precede un lampo, poi un tuono e il cielo si fa livido e ocra, La pioggia ha inizio e Giulia corre al parco incurante del temporale, sognando che lui sia ancora li’, e che insieme trovino riparo, ma lui e’ gia’ andato via e in un  pianto disperato lei grida e lo cerca per le vie li’ intorno:

“Stronzooo…  Stronzooo… ”

Nello scrosciare della pioggia, una figura a quattro zampe sta ferma in fondo al viale, sta aspettando lei. Giulia sorride tra le lacrime e una voce piu’ vicina sovrasta il rumore dell’acqua:

” DILLO A TU’ FRATELLOOO…”

Siamo soli nell’universo… per forza!

 

 

Come Jeanne

Per ricordami di averlo scritto.

"Frammenti" di Sabrina S.

https://www.youtube.com/watch?v=cuCE5KMLYpg

” Sei un quadro di Modigliani ”

Cosi’ Adele si rivolgeva ad Angelina nei momenti teneri tra loro. Madre e figlia, a condividere libri d’arte. I corpi affondavano nel letto, nella penombra della stanza. ” Le tele brillano dell’anima di chi li ha dipinti e, di notte, i ritratti prendono vita “. Parlava a voce bassa, Adele, quasi avesse timore di disturbare. Poi il respiro rallentava su un dipinto di Modi’, Jeanne.  “Eccoti “,  esclamava.

” Fa’ che la tua vita resti impressa nel cuore, nella mente, nell’anima di chi incontrerai. Come un quadro che racchiuda una storia, che racchiuda un segreto “.

Era una donna ormai, Angelina, e solo ora comprendeva quelle parole. Ora che nella vita aveva sbagliato ogni cosa, ogni scelta, ogni amore, ogni pensiero e parola. Tornava a casa ogni sera con un mosaico d’anima. Frantumi di se stessa da svuotare sul letto e caderci…

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Marta di neve (stralcio)

Per ricordarmi, in questa notte ocra, di averlo scritto.

"Frammenti" di Sabrina S.

C’è un momento, quando non è più giorno e la sera è in ritardo, in cui le ore e i minuti mi paiono immobili. Come se un ingranaggio di tutti gli orologi si fosse inceppato e persino il traffico rimanesse immobile. Come se le foglie degli alberi non fossero succubi del vento e il vento stesso fosse paralizzato da una forza dominante. Nessun animale attraversa il mio giardino e gli uccelli volano ovunque, ma non sulla mia casa. Il cielo è una distesa di diaspro e si estende immobile fin dove i miei occhi arrivano a vederlo. Se il cuore non battesse per conto suo, mi si fermerebbe nel petto inseguendo l’inerzia di questo istante. E’ in questo momento che le ombre sembrano avere un peso e il ricordo di noi diventa un pugno di sabbia che cerco di ingoiare. Non è per tutti questo tempo, non è per tutti…

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Bolzano – Roma. Solo ritorno!

trenoPaola sale alla stazione di Bolzano seguita dai figli, Costa e Martina. Carichi di bagagli come i muli da soma, si affrettano a cercare un posto. Accanto a me ce n’e’ uno libero e, al di la’ dello stretto corridoio del vagone, ce ne sono giusti giusti altri due, ma cerco di non incrociare lo sguardo perche’ ultimamente rasento l’asocialita’ di un eremita tibetano e non ho proprio voglia di avere gente intorno, tantomeno due ragazzini in eta’ prepuberale. (Ti prego, Signore, fa’ che non si siedano qui…) “Sono liberi questi posti?” (Grazie, Signore, posso sempre contare su di te.) L’aspetto e’ un ibrido tra il lusso e il trasandato, come uno smoking con una toppa a quadretti sul culo. Scarpe firmate, ma con la punta consumata e sporca di terra antica; pantalone nero, anch’esso di marca ma con la lampo scucita e visibilmente rattoppata piu’ volte e male; maglietta estiva, che a Febbraio a Bolzano e’ vista come simbolo di coraggio; giacca a vento avvitata, bianca, rigorosamente di marca ma con uno strato di fondotinta nella parte interna del colletto, messa in piega made in casa, e tutta la vera finta bigiotteria del pianeta distribuita tra il collo e le mani, con lo smalto scheggiato sulle dita tozze. “Prego, si accomodi pure” La mia voce e’ calda e sicura, maledetta me, sembra sempre invitante, non ci posso fare niente e nasconde la seccatura che provo, in realta’. “Come siete gentile, signori’ ” Sorrido legnosamente mentre penso che solamente a Napoli si usa ancora dare del “voi”. “Costa, tu mettiti vicino al corridoio che sei grasso come a tuo padre e rischi di incastrarti il culo con il bracciolo in mezzo ai sedili. Martina, tu azzeccati al finestrino e non vi bisticciate se non volete essere menati, quant’e’ vera ‘a Maronn’!” (Signore, prometto di essere buona ma non mi abbandonare) I due ragazzini si siedono e iniziano a giocare con le loro cose. Paola, accanto a me, sistema i bagagli sotto vari sedili, le giacche nelle cappelliere, una serie di buste tra le gambe e, finalmente, si siede tirando fuori tutta l’anima con uno di quei sospironi che annunciano l’inizio di una conversazione. (Signore, ti scongiuro, fai che non attacchi bottone…) “E voi dove andate, bella signorina? In vacanza o tornate? Siete tutta sola? Non avete bagagli? Dove siete salita? e dove scendete?” (Signore, cosi’ pero’ mi costringi a una conversione di emergenza…) La mia educazione vacilla ma resiste e mi costringe a rispondere, seppur con frasi sintetiche: “Sono stata a vedere la neve delle Dolomiti, ora sto tornando a casa. Viaggio da sola.” “Avete ragione, signori’, meglio sola che in cattiva compagnia.” “Gia’…” Non pongo domande a mia volta, per non indurla a continuare la conversazione e, accennando un vaghissimo sorriso, mi volto per guardare fuori dal finestrino. Siamo ancora a Trento. Ieri e’ nevicato anche qui, ma non molto e il paesaggio ha l’aspetto di una distesa di marzapane e zucchero al velo, fino all’orizzonte, e i confini dei terreni sembrano di cioccolato. Cerco di abbandonarmi a questa golosa immagine delle campagne del nord ma la voce di Martina arriva improvvisa e stridula, come se il treno avesse frenato bruscamente, scintillando sui binari: “Costa, ti do un calcio nelle palle cosi’ forte che te le mando a far compagnia alle tonsille…” (Signore, mi sanguinano le orecchie, perche’ mi hai abbandonata?) A quell’eta’, se avessi anche solo pensato di dire una cosa simile, mia madre mi avrebbe inchiodata al catino absidale di una Chiesa, costringendomi a recitare la preghiera del perdono fino alla fine dei tempi, nei secoli dei secoli… Ma, per essere piu’ pratica, probabilmente mi avrebbe attaccata al muro con una raffica dei suoi indimenticabili ceffoni. Paola, invece, rimane indifferente a tanta fanciullesca grazia e posta foto sui vari social network, dal telefono. Mi giro verso i due ragazzini, convinta che un mio sguardo algido possa intimorirli un po’ e mi rendo conto che Costa sta appiccicando mostri e draghi che tira fuori dal naso, sullo schienale del sedile difronte. (Signore, ora mi sanguinano anche le orbite oculari. Ma non mi vuoi un po’ di bene?) Mi giro di nuovo verso il finestrino, ma la mia faccia e’ visibilmente accartocciata dal disgusto, sembra un ginocchio, e si rilassa solo al calore del sole che batte sul vetro. Chiudo gli occhi e mi lascio andare al pensiero di questi ultimi giorni, alle lunghe passeggiate nei boschi, fintamente immobili e senza vita a causa della neve, al caldo delle baite, al rumore degli scarponi degli sciatori sul pavimento di legno delle malghe, quando entrano infreddoliti e al profumo inconfondibile di arancia e cannella del vin brule’. Ma cos’e’ questa puzza? Apro gli occhi di scatto. Devo essermi addormentata sotto il ricordo della vacanza, perche’ ho saltato la stazione di Rovereto e siamo a quella di Verona. Un odore rivoltante mi attanaglia le narici e mi riaccartoccia la faccia. Mi giro lentamente a guardare Paola e vedo la sua mano affondare in un sacchetto di patatine. “Ne volete un po’, signori’? Sono al gusto cipolla e panna acida.” (Ah, ecco… e io che invece credevo fossero aromatizzate alla merda) “No, grazie” Le rispondo con gli occhi sgranati mentre si lecca le dita e se le asciuga sui pantaloni. (Signore, o andiamo in terapia di coppia o il nostro rapporto finisce qui.) Il treno riparte e penso che mi dispiaccia non avere il tempo di vedere la stazione di Porta Nuova, non tanto per il centro commerciale all’interno, quanto perche’, dopo la seconda guerra mondiale, so che e’ stata ricostruita unendo stili di epoche diverse: dalle tettoie in stile liberty alle pavimentazioni in mosaico e ai rivestimenti in marmo veronese. Tutto in contrasto con l’urbanistica della citta’ che conserva ancora tratti medioevali o del periodo barocco. Senza nulla togliere alla parte romantica della citta’, in cui e’ ambientata quella gran palla di “Giulietta e Romeo”. Sono controtendenza, me ne rendo conto, ma ormai le storie d’amore mi danno la nausea e non ho voglia di sentirne parlare, ma siccome sono la preferita del Signore… “Signori’, la volete vedere la foto di mio marito?” (Mi concentro su una meditazione consapevole, ascolto il mio respiro e… chiedo aiuto a Buddah) “Come no…” (Non sto piu’ nella pelle) “Eccolo qua. Siamo sposati da tredici anni. Non lo guardate cosi’, che e’ un po’ paffutello, perche’ appena torno lo metto a dieta” (Paffutello? Ma se la faccia gliel’hanno disegnata col compasso…) “Siete una bella coppia e avete due bellissimi bambini” (Due fogne a cielo aperto) Adoro le frasi di circostanza, non danno seguito alle conversazioni e sono la salvezza degli asociali, di solito, ma la mia Paola e’ differente… “Quando e’ arrivato Costa, amore di mamma sua, siamo stati cosi’ felici. Pensate che io non potevo avere figli, cosi’ dicevano i dottori, e invece dopo un anno e’ arrivata anche Martina. Sono la mia vita, faccio tutto per loro. Giochiamo insieme, li aiuto con i compiti, siamo amici e non li sgrido quasi mai perche’ sono bambini buoni. Ehhh… quello della mamma e’ un lavoro difficile, il piu’ difficile di tutti, ma una donna senza figli non e’ completa, non e’ realizzata, e’ una donna senza successo.” (Ho capito… questa e’ una di quelle donne che pensa di avere un contatto diretto col cosmo solo perche’ ha l’utero) Approfitto del nanosecondo di pausa, in cui lei riprende fiato per continuare a parlare di niente e, velocissimamente, chiedo: “Paola, le dispiacerebbe farmi passare? Dovrei andare in bagno” “Ue’ ue’ … e come sapete il mio nome?” (E’ scritto a caratteri cubitali sulla catenina che ha al collo. La vedrebbe anche Bocelli. Se fosse d’oro, vendendola potremmo risolvere i problemi della fame nel mondo) “Ho notato la catenina che indossa.” Sorride soddisfatta, Paola, e noto che ha del rossetto sui denti. Le ci sono voluti cinque minuti per alzarsi e togliere tutte le buste per farmi passare. Una volta uscita da quel campo profughi e imboccato il corridoio, la voce di lei mi afferra alla spalle echeggiando per tutta la carrozza: “Signori’, le volete le salviettine umide o un fazzolettino? che i bagni sui treni sono dei veri cessi, ci vanno tutti e la fanno sopra la tazza.” (Buddah, Cristo, Maria e tutti i santi… ma non mi aiuta proprio nessuno, oggi?) Non mi volto neanche, fingo di non sentire e passo all’altra carrozza. Quella del bagno era una scusa per allontanarmi ma comunque era guasto e mi fermo al bar della prima classe per prendere un caffe’. La gente si accalca barcollando, reggendosi a qualunque cosa, e intanto il treno si ferma a Bologna. Vorrei sedermi e continuare il viaggio nella carrozza del bar, ma ci sono due tizi visibilmente influenzati. Tossiscono di continuo e si asciugano il naso prestandosi fazzolettini a vicenda. Mi sembra di essere Sophia Loren nel film Cassandra Crossing. Sono in mezzo a due mostri. Da una parte, la fiera del batterio, dall’altra, Paola detta “Utero felice”. Aspetto che il treno riparta, altri dieci minuti, magari venti e poi torno al mio posto. “Signori’, ma che siete caduta nella tazza?” Ride sguaiatamente mentre ricomincia il rituale delle buste. Intanto sorrido senza rispondere e cerco di rinfilarmi nel mio cantuccio. Il treno sfreccia sulle campagne toscane, siamo quasi a Firenze. Ancora un paio d’ore e saro’ a casa. Un viaggio in treno, lo si fa guardando i paesaggi fuori, pensando a cio’ che si e’ lasciato, a cio’ cui si ritorna e, per quanto mi riguarda, lo si fa scoprendo i motivi del proprio essere asociale. Paola infatti incalza con le sue chiacchiere sul niente. “Signori’, lo avete visto Sanremo?” (Sanremo? Questa donna potrebbe essere utilizzata come mezzo di tortura a Guantanamo) “No, Non guardo mai la televisione.” “Uhhh… mammamia. A casa nostra la tv la teniamo accesa anche quando non ci siamo, cosi’ quando torniamo a casa sembra che ci sia qualcuno che ci aspetta. Comunque Sanremo non ce lo perdiamo neanche se ci pagano una vacanza in Svizzera.” (Perche’ la Svizzera?) “Quest’anno poi c’era la preferita di tutta la famiglia, tranne le creature che giustamente sono troppo piccole, Ornella Vanoni.” (Ornella Vanoni? Ma non si era ritirata dopo la disfatta di Caporetto?) “Voi la conoscete?” (Come no. Mi pare fosse un essere mitologico, meta’ teschio, meta’ Vanoni) “So chi e’ ma non conosco le sue canzoni.” Rispondo con un mezzo ghigno immaginando l’essere mitologico. Intanto Roma si avvicina velocemente. Manca cosi’ poco e il mio amore e’ gia’ li’ che mi aspetta, guardando l’orizzonte per vedere per primo il treno che mi riporta a casa. Chiudo gli occhi e sorrido pregustando il momento del mio arrivo. Paola e i due piccoli mostri si sono addormentati. Lei ha la bocca aperta e russa un po’. Cristo, e’ fastidiosa anche quando dorme. Chissa’ se il marito e’ grasso per colpa sua? forse mangia per dimenticare. Stazione Termini! Eccomi a Roma, finalmente. Guardo fuori dal finestrino e cerco lui. Paola apre gli occhi e si alza di scatto, cercando di recuperare in fretta buste, bagagli, mostri e giacche. Corre via per dieci passi e poi torna indietro: “Signori’ arrivederci, e’ stato un piacere anche se voi non parlate molto. Cercatemi su facebook e su Instagram, mi chiamo Paola Esposito e mi riconoscete dalla foto con mio marito in trattoria a Napoli. Arrivederci e care cose a lei e famiglia.” (Ha ancora il rossetto sui denti) Scendo dal treno e guardo tra la folla. Lui e’ davanti a me, mi corre incontro e il mio cuore si apre. Mi abbraccia forte e la sua voce e’ calda come la mia: “Ben tornata… mamma.”