La più bella storia d’amore

 

la più bella storia d'amore

L’ultima nota del tuo addio
mi disse che non sapevo nulla
e che arrivavo
al tempo necessario
di imparare i perchè della materia.
Così, fra pietra e pietra
seppi che sommare è unire
e che sottrarre ci lascia
soli e vuoti.
Che i colori riflettono
l’ingenua volontà dell’occhio.
Che i solfeggi e i sol
raddoppiano la fame dell’orecchio
Che è la strada e la polvere
la ragione dei passi.

Che la via più breve
fra due punti
è il giro che li unisce
in un abbraccio sorpreso.

Che due più due
può essere un pezzo di Vivaldi.
Che i geni gentili
stanno nelle bottiglie di buon vino.

Una volta imparato tutto questo
tornai a disfare l’eco del tuo addio
e al suo posto palpitante scrissi
la più bella storia d’amore
ma, come dice l’adagio,
non si finisce mai
d’imparare e aver dubbi.

Così, ancora una volta
facilmente come nasce una rosa
o si morde la coda una stella cadente,
seppi che la mia opera era scritta
perchè la più bella storia d’amore
è possibile solo
nella serena e inquietante
calligrafia dei tuoi occhi

La mia Amica

La mia Amica ha un cuore di pioggia e colori.

Ride quando piange e scherza seriamente.

La mia Amica ha un cuore di paglia eterna

che brucia di puri sentimenti

senza mai consumarsi.

La mia Amica e’ una giara

e in lei mi rifugio quando il mondo mi pare ostile.

Se non avessi la mia Amica, costruirei un luogo sicuro

per proteggere il mio cuore e accarezzare la mia anima,

come solo lei sa fare.

Se non avessi la mia Amica, costruirei un immenso sorriso

per ritrovare il conforto del suo.

Se non avessi la mia Amica,

lacrime e risate non sarebbero che inutili suoni.

Se non avessi la mia Amica,

dovrei cercarmi ogni giorno

perche’ solo lei sa trovarmi.

La mia Amica e’ il buongiorno e la buonanotte.

Un segreto custodito

Una lacrima asciugata

La tavolozza di un pittore, sotto un cielo di piombo.

La mia Amica c’era ieri e anche oggi.

La mia Amica la vorro’ domani.

Bambine insieme…

Stefania e me.

Buongiorno, cosi’!

«Il dolore è passato. La vita lo ha trasformato in qualcos’altro; dopo averlo provato, dopo aver singhiozzato, lo si nasconde agli occhi del mondo come una mummia da custodire nel padiglione funerario dei ricordi. Passa anche il dolore provocato dall’amore, non credere. Rimane il lutto, una specie di cerimonia ufficiale della memoria. Il dolore era altro: era urlo animalesco, anche quando stava in silenzio. È così che urlano le bestie selvatiche quando non comprendono qualcosa nel mondo – la luce delle stelle o gli odori estranei – e cominciano ad avere paura e ululare. Il lutto è già un dare senso, una ragione e una pratica. Ma il dolore un giorno si trasforma, la vanità e il risentimento insiti nella mancanza si prosciugano al fuoco purgatoriale della sofferenza, e rimane il ricordo, che può essere maneggiato, addomesticato, riposto da qualche parte. È quel che accade ad ogni idea e passione umane».