” Fuggi, Nina ”

Che cos’è poi l’amore, se non il piu’ lesivo dei sentimenti ? Un’emozione bugiarda, una conoscenza ingannevole di noi. L’uninco impulso incontrollabile, capace di distruggere il piu’ forte tra gli uomini. L’amore ha una personalita’ propria, scissa in mille altre. Un’anima propria, potente, in grado di spodestare la nostra. Ci colpisce tutti, come la vista del  primo tramonto. Ci ferisce tutti, come una morte improvvisa. Il peggiore dei mali. Una febbre che invade il corpo e ne divora il cuore lentamente, lasciandoci alla deriva, in un mare senza terra.

A questo pensava, Nina, respirando una notte stellata e una sigaretta alla finestra. Carlo la lasciava, la riprendeva, l’amava, poi la odiava. Forse non poteva stare senza lei, ma continuava a provarci. L’amore di Carlo era un’altalena e in questo perpetuo ondeggiare, Nina aveva finito col perdersi.

Avevano fatto l’amore, e riempito la stanza di risate, mangiato una pizza in due e guardato film idioti. Si erano appartenuti come se le loro vite fossero concentrate in quell’unica notte. Il mondo, fuori, era un fiume silenzioso, incapace di disturbare.

” Ti amo, ti sposerò ”  le aveva detto, e lei finalmente aveva avuto la percezione che tutto potesse accadere davvero. Si sentiva felice. Forte, come se ora niente avesse piu’ potuto farle del male. Carlo, infine, la proteggeva e Nina sentiva la sua anima al sicuro, come un uccello ferito tra le mani di un bambino.

Poi qualcosa accadde. Un mancato appuntamento. Nina disse, o non disse qualcosa. Fece, o non fece qualcos’altro.

Una cosa stupida, agli occhi di lei. Una cosa grave, a quelli di lui. Cercò di recuperare e si presento’ a casa di lui per parlare. I due giorni che seguirono furono un rincorrersi di silenzi e insulti da parte di Carlo.

La luce della sigaretta brillava nella notte e, con stupore, Nina si scopriva serena. Carlo aveva gia’ detto a tutti di averla lasciata. Non aveva perso tempo. Era quello che voleva. La mancanza di Nina era stata una scusa per lasciarla? Probabilmente. Si chiedeva che fine avesse fatto l’uomo con cui aveva trascorso la notte, e chi fosse quello che ora la stava trattando ne’ più ne’ meno di una puttana. Ma lei non era furiosa per gli insulti ricevuti, non aveva paura, non piangeva e non sentiva quel dolore profondo nel cuore, nessuna spada nel petto. Niente. Questo poteva essere spaventoso. Non sentire piu’ niente. Carlo non era più neanche un uomo. In quel momento, Nina pensava a lui come a un’entità. Qualcosa che era passata nella sua vita e che ora era gia’ un ricordo lontano. Rimaneva basita all’idea di aver conosciuto l’amore e di esserne rimasta talmente spaventata da non volerlo più.  Senza accorgersene, aveva trovato il modo di proteggere il suo cuore. Chiuso in uno scrigno di sale, nessuno lo avrebbe piu’ trovato, assaggiato, divorato. Nessun dolore. Nessun amore.

Il nulla l’avrebbe salvata e mandata via, per sempre.

L’amore è un demone malvagio. Ci incanta, ci mente, s’impossessa di noi. Si annida nei meandri della mente, trova il suo trono nel petto, passeggia industurbato sulla pelle e ci consuma. Ma si puo’ sconfiggerlo non facendolo entrare. Si puo’, si deve proteggere il cuore, nascondendolo in uno scrigno di sale.

Un’altra sigaretta cominciava a brillare nel buio.

( Foto: Davide e Betsabea – Chagall )

 

Sahara

Per Francesca la moralita’ di un uomo risiede nei piedi.   “ Nina, ascolta una che e’ piu’ grande di te, la prima volta che vai a letto con un uomo guardagli i piedi, se sono brutti, strani, storti o troppo curati, SCAPPA .  “ Era quel “ troppo curati “ che cozzava con il resto, ma quando Nina glielo faceva notare e chiedeva spiegazioni, Francesca tergiversava tirando fuori un milione di parole senza senso, per spiegare un pensiero nato gia’ contorto.   “ Carlo ha dei brutti piedi, glieli ho visti al mare “.   Nina sbotta a ridere. Non aveva mai pensato di guardare i piedi di qualcuno per scoprirne l’etica, ne’ avrebbe mai pensato che Francesca si sarebbe messa a guardare anche i piedi di Carlo.   “ Carlo e’ roba mia, e anche i suoi piedi. Non ti puoi mettere a fissare i piedi degli uomini delle altre. Non sta bene “.  “ Io non guardo i piedi di tutti, ma tu sei mia amica, e  non posso non assicurarmi che l’uomo che ami non abbia almeno un bel paio d’alluci, dritti e in fila indiana con le altre dita”.  “ Ma Francesca, sono dita di piedi. Mica ci deve suonare il violino “.   Le discussioni sui piedi degli uomini potevano durare interminabili ore. A volte anche giorni. Non le importavano tutte le belle cose che Nina raccontava su quanto si amassero o di quanto lui sapeva renderla felice. Carlo aveva dei brutti piedi, e per questo l’avrebbe fatta soffrire.   Adesso che Carlo se n’era andato, Nina ripensava alle parole di Francesca. Sentiva uno strappo in mezzo al petto, piangeva  e non trovava un buco nel mondo dove andarsi a nascondere. Questo poteva significare solo una cosa: Carlo aveva dei piedi orribili, e lei non lo aveva mai notato.   Che lui avesse un carattere assurdo  se ne accorse quasi subito, ma sua madre diceva sempre “ Chi si somiglia si piglia “ e, a pensarci bene, anche Nina aveva un carattere pessimo. Era sempre stata una donna forastica, indomabile e poco incline alla vita sociale. Si circondava di poche persone, ma quelle giuste, o almeno, quelle che ce la facevano a sopportarla. Si entrava a fatica nella sua vita, ma se ne usciva con una facilita’ sorprendente. Non aveva mai trattenuto nessuno che avesse voluto andarsene. In compenso, aveva cacciato molti di quelli che avevano voluto rimanere per forza. Gli altri li aveva tenuti come fossero un contorno.   Nina era bella. Si muoveva con grazia. Arrivava silenziosa  “ Come una pantera”  ripeteva  Elvira, l’amica di sempre, e di lei tutti dicevano che, in fondo, una donna che si muove con tanta grazia non puo’ non nascondere anche una bella anima. Forse questo attrasse Carlo piu’ di tutto. Quell’anima nascosta che nessuno riusciva a vedere. La stessa che poi, proprio lui, riusci’ a far emergere dalle profondita’ silenziose di lei, e che, alla fine, strappo’ a morsi, restituendole uno straccio lacero. Non se ne faceva piu’ niente, Carlo, di quell’anima. Ormai aveva visto tutto cio’ che c’era da vedere, e non andava piu’ bene neanche come trofeo di caccia. Dovevano esserci altre anime in giro, pensava Nina, perche’ tanta trascuratezza e mancanza di attenzioni potevano significare solo scarsita’ di interesse.  Carlo non l’amava piu’ da tempo, ma per qualche arcano motivo continuava a ripeterglielo.  “ Ti amo Nina “, e lei si aggrappava a quelle parole come un naufrago a una boa in mezzo al mare. Eppure lo sentiva dentro, che non era piu’ amore. Un “ ti amo “ insipido, detto senza volonta’. A richiesta. “ Mi ami” ?  “ Certo “.  Nina impazziva sotto il peso delle parole vuote. Voleva disperatamente che lui le dicesse qualcosa che avesse un suono magico, forte, prepotente, capace di sovrastare ogni altro rumore, e in grado di cacciare le insicurezze di lei e la frustrazione di essere diventata qualcosa di banale e di aver perduto tutto cio’ che di speciale aveva portato Carlo nella sua vita.  Ormai non riusciva neanche piu’ a spiegarsi, Nina, quando gli chiedeva le cose di cui aveva bisogno.  Approcciava a una conversazione camminando in punta di piedi sui vetri. Ogni corda era sempre tirata allo stremo, e Nina si improvvisava funambolo, perche’ ogni parola fuori posto avrebbe spezzato le corde e scatenato il carattere irascibile di lui. E poi un giorno l’essenza di lei venne a galla da sola, senza preavviso, e fu una catastrofe.  “ Giura che non mi tradisci “  gli disse spudoratamente, e lui, con altrettanta spudoratezza, rispose “ Io non giuro mai “.  Fu come una conferma.  Nina si senti’ come se fosse stata appena investita da un treno carico di blocchi di cemento. La rabbia le implodeva nel cuore e in pochi secondi trovo’ l’uscita negli occhi. Cieca di pianto cercava una spiegazione. Lui non era credente, avrebbe potuto giurare anche il falso, per lei, e gli avrebbe creduto.  Aveva bisogno di quella parola per placare l’ansia che l’attanagliava da tempo.  “ Giura, perdio, giura “.  Corse a rintanarsi nella solita tana silenziosa, come faceva ogni volta che stava male. Chiudeva tutte le finestre e rimaneva al buio. Dormiva per non pensare e non mangiava per sentire il vuoto acuirsi e divorarla fino a ucciderla.  I giorni passavano e Nina viveva camminando sulle mine a uomo. Scoppiava in pianti disidratanti e rabbia per ogni cosa. Trattava male chiunque cercasse di farla ragionare. “ Non e’ vero che ti tradisce. Ti ama sul serio. Ha un brutto carattere, non vuole imposizioni, ma ci sei solo tu per lui “.  Le parole degli altri erano spade. Non consolavano affatto. Oltre al tradimento, ora subiva l’affronto di sentirsi dire “ Hai sbagliato “.  Caccio’ per giorni chiunque le desse torto, e poi, una sera, la certezza del tradimento di Carlo comincio’ a perdere potere o, forse, il bisogno di lui prendeva forza. Qualunque cosa fosse, la spinse a scrivergli una lettera nella quale spiegava i motivi di quella richiesta. In fondo le dispiaceva aver creato tanto caos, ma voleva, pretendeva che lui capisse le sue paure e che la rassicurasse.  Non sapeva neanche da dove cominciare, e inizio’ con un “ ciao “ e una serie di bla bla vari tra cui “ mi dispiace “.  Incalzata dalle amiche, prese coraggio e spedi’ la lettera.  Quello che ricevette in cambio, fu un Oceano di niente. Nessuna risposta, nessun tentativo di comunicare. Carlo parlava con tutti, tranne che con lei. Riprendeva forza l’idea di un’anima piu’ speciale della sua. Doveva essere cosi’. Chi ama non ferisce tanto e Nina sapeva di essere stata tradita e ferita in tutti i modi in cui si puo’ ferire una donna. Era umiliante il silenzio di lui, lo odiava immensamente per questo, ed era stato umiliante chiedere scusa come se il torto fosse stato solo il suo, oltretutto, a chi  ” scusa ” non lo aveva chiesto mai.  Questo silenzio, questo niente definiva il confine, indicando un burrone poco piu’ in la’.   Cosa ne avrebbe fatto, di tutto l’amore che rimaneva, Nina non lo sapeva. Se lo sarebbe portato dietro per un po’, come una zavorra pesante incollata alla schiena ? Oppure lo avrebbe divorato e ingoiato come un cumulo di sabbia a formare dune nello stomaco ?   Il deserto, non avrebbe comunque potuto essere piu’ arido.

Risvegli

Muoveva le braccia in maniera scoordinata, tentando di tenere la testa fuori dall’acqua. Non c’era vento e il lago era immobile, eppure Nina sentiva di affogare.  Era certa di non essere in un punto dove l’acqua fosse troppo alta. Con la punta dei piedi poteva sfiorare il fondale vischioso. Un masso era li’, fermo, da qualche parte. Lo aveva toccato un attimo prima, azzardando una spinta verso la superficie. Poi lo aveva perso. Eppure non c’era corrente che potesse spingerla altrove. Tutto era fermo fuori dall’acqua, e tutto era vivo sotto di lei. Come se la superficie fosse il confine di due mondi distinti. Guerra e pace, ordine e caos, bianco e nero. Con gli occhi sgranati, Nina poteva afferrare i particolari di quella immobilita’ che la circondava. Le foglie dei pioppi rimanevano ancorate ai loro rami, il cielo terso era una linea dritta nel quale spiccava una sola nuvola, tonda e soffice come ovatta. Le fronde di un salice bianco sembravano protendersi verso una lastra d’acqua impassibile. Tutto era piatto, come se dietro gli alberi ci fosse il nulla, come se il cielo arrivasse solo fin dove i suoi occhi arrivavano a vederlo. Non un insetto, un uccello, un rumore. Nina guardava un paesaggio statico e privo della sua realta’ tridimensionale. Era come affogare nel disegno di un bambino.  Mentre le alghe le afferravano le caviglie come mani robuste, lei tornava alla ricerca di quel masso allungando le gambe verso il fondale. Il collo del piede si inarcava e le dita si contraevano per i crampi.

Nessuna percezione del tempo. Nessun senso dell’orientamento. Cercava quella pietra con l’orecchio teso, come fosse una voce familiare pronta a darle indicazioni. Non udendo alcun suono Nina cominciava ad arrendersi a quel destino e al silenzio della profondita’. L’acqua le copriva il viso. Gli occhi si aprirono e guardarono il mondo dietro lo specchio. Ogni cosa era ancora ferma al suo posto. Nuvola, salice, pioppi. Il cielo era rimasto una retta azzurra su un rettangolo di carta e, in quell’assenza di variazione, Nina come Ofelia, fluttuava nella pace della sua sorte.  Senza alcuna paura, come attratta da quella vita subacquea, Nina lasciava che le vesti, ormai intrise e appesantite, la trascinassero giu’, nell’oscurita’ del lago.

Apri’ gli occhi di scatto, rimanendo per qualche istante a cercare il soffitto nella penombra della stanza. Le immagini del sogno erano cosi’ nitide che tratteneva il rispiro, come se l’acqua ancora la coprisse. Poi il battito cardiaco comincio’ a rallentare e il respiro si fece regolare. Nei suoi sogni Nina era spesso in pericolo. L’inquietudine del vivere quotidiano affondava le radici nel suo inconscio, e questo le trasmetteva immagini della sua vita da altre angolazioni. Cio’ che Nina si rifiutava di vedere da sveglia, era costretta ad affrontarlo di notte.

L’orologio lampeggiava le tre quando Nina comincio’ a ripercorrere le immagini di quel film notturno. Ormai era inutile nasconderlo, la sua vita era in pericolo. Tutta la sua esistenza galleggiava sulla superficie di quel lago, al confine tra una realta’ statica e una forza vitale nascosta nella profondita’ di se stessa. Sopravviveva, persa tra i capelli di un Giano bifronte. A troppe cose aveva rinunciato pur di vivere la serenita’ del disegno di un bambino. Aveva rinunciato a se stessa, a quei vortici impetuosi e improvvisi che solo la natura di un lago puo’ creare.

Cercando di creare una vita perfetta a tutti i costi, aveva finito per rovinarla. Anche Carlo se n’era accorto, per questo non l’amava piu’. Non era piu’ lei. Aveva abbandonato la sua personalita’ per dare a lui la serenita’ e la pacatezza di un rapporto stabile, e lui aveva perso ogni attrattiva. Percependo la sua debolezza, Carlo aveva preso potere. Non avendo piu’ alcun rispetto per i sentimenti di lei, entrava e usciva dalla sua vita continuamente, destabilizzandola ogni volta. Rinunciando a se stessa per Carlo, Nina aveva sbagliato. Aveva perso entrambi. Qualcosa pero’ accadeva ora nelle viscere. La voglia reale di riprendersi tutto cio’ che aveva lasciato. Prendeva piede la nostalgia per quei vortici interni che le avevano sempre concesso di affrontare sfacciatamente la vita.

Nina sentiva il bisogno di tornare ad essere cio’ che non era piu’. Carlo voleva andarsene? Non sarebbe stata certo lei a fermarlo. Non piu’. Addio Carlo, bentornata Nina.

L’alba entrava in punta di piedi, dietro le tende. Nina chiuse gli occhi e si immagino’ nuotare nel lago di quel sogno. Un vigore antico tornava a far breccia nel suo cuore, nella sua anima, sotto la pelle.  Non sarebbe stato difficile…  tornare ad essere.

( Forse )

La sera a casa di Alberto

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Alberto era una puttana. Un trasformista, un ruffiano, un doppiogiochista. Un uomo d’affari, soprattutto quelli degli altri .Un pettegolo esuberante con una grave forma di bipolarismo. Alternava momenti di gioia assoluta ad altri di totale silenzio e malinconia. Una personalita’ fragile, scissa in mille altre come i frammenti di uno specchio rotto.

Abitava nella mansarda di uno stabile, e nei momenti malinconici si rintanava in casa per giorni. Un topo in soffitta. Non era altro che questo. L’arredamento minimalista era dovuto piu’ alla sua apatia che non a un gusto personale. Ma nei momenti gai della sua vita, comprava dei fiori e metteva in ordine l’appartamento. Apriva le finestre anche in inverno ed esulatava durante i temporali. L’acqua entrava in casa formando una pozza sul pavimento, e Alberto rideva bagnandocisi i piedi. Non conosceva nessuno nel palazzo. Spesso schivo, a malapena veniva avvicinato dagli altri inquilini. Eppure, di tutti quegli sconosciuti Alberto sapeva molte cose.

Aveva posizionato un piccolo tavolo sotto la finestra. Da li’, osservava le vite degli altri e ne prendeva nota su un album da disegno. Non segnava i nomi delle persone di cui scriveva, le ritraeva.

Nina abitava al penultimo piano del palazzo difronte, e lo aveva notato piu’ volte sbirciare nel suo appartamento.

Stranamente non ne era infastidita, anzi, spesso aveva lasciato le tende aperte proprio perche’ lui potesse guardarla. Non dava l’idea di essere un maniaco o roba simile. Sembrava un uomo solo, niente di piu’.

Nina non gli permise mai di vedere oltre la sala o la cucina, ma un giorno apri’ la finestra della stanza da letto e i loro sguardi si incrociarono. Entrambi alla finestra, si fissarono per una manciata di secondi. Poi lui la vide sorridergli e correre in cucina, aprire una credenza e tirar fuori una scatola, infilarsi  una giacca e correre giu’ per le scale, attraversare il cortile e poi scomparire sotto le grondaie. Alberto si sporse dalla finestra e, non vedendola piu’, si lascio’ cadere sulla sedia. Prese la matita e comincio’ a tracciare le linee di lei sul foglio. Poi il campanello suono’. Era cosi’ intento nella sua opera che non lo senti’ nemmeno, e quello suono’ dinuovo.

Nina stava sulla porta e gli sorrideva. Lui sembrava un ebete. Stava fermo davanti a lei senza muoversi, senza dire niente. Non l’aveva mai vista da cosi’ vicino. Seguiva le linee del suo viso come se le stesse gia’ disegnando. Poi il suo sguardo sorpreso incontro’ gli occhi grandi di lei.

” Ho portato caffe’ e cioccolata “. Disse.

Alberto si scanso’ e le fece cenno di entrare.

Nei due anni successivi divennero, piu’ o meno, indivisibili. Alberto non si allontanava mai a lungo dalla sua tana, cosi’ la mansarda divenne il loro rifugio, ristorante, discoteca, sala da te’, confessionale e angolo del pettegolezzo. Tutto a seconda dell’umore di lui.

Poco tempo dopo, anche Carlo conobbe Alberto. Divennero presto complici e, molto piu’ spesso di quanto lei stessa credesse, fissavano Nina dalla finestra. Ne controllavano le azioni, le visite degli amici, le uscite. Ogni cosa. Carlo sapeva riconoscere lo stato d’animo di Nina da come lei apriva le finestre. Quando tutte erano chiuse, Nina stava male. Riservata com’era, tendeva a nascondersi ogni volta che qualcosa non andava. Poteva stare giorni senza parlare e ne’ Carlo, ne’ Alberto riuscivano ad avere notizie di lei. Le finestre indicavano un miglioramento quando cominciavano a riaprirsi. Non subito spalancate. Appena socchiuse, come fossero timide. In quei giorni Carlo non poteva avvicinarsi. Non li aveva mai capiti fino in fondo i silenzi di lei, ma lasciava dei segnali a casa di Alberto. Canzoni d’amore, messaggi, qualche volta poesie o lettere.

Ogni volta che Nina tornava a star meglio, correva da Alberto a cercare quei segnali e, quando li trovava, le finestre tornavano a spalancarsi sul mondo.

Alberto era una puttana. Non era fedele a nessuno. Era complice di Carlo tanto quanto di Nina.

Spiattellava all’uno e all’altra le cose di entrambi. Quando loro litigavano, la parte piu’ debole era Nina e Alberto si sentiva in dovere di raccontarle Carlo il piu’ possibile.

Spesso, pero’, si infuriava a tal punto da non parlare neanche con Alberto, e Nina perdeva il senso dell’orientamento. Trovandosi in un mare di niente, tornava a chiudere le finestre.

Carlo era un uomo ostinato, spesso ottuso e prepotente. Tendeva sempre ad alzare la voce e usava spesso un linguaggio volgare che Nina detestava. Nei modi gentili di lei, aveva sempre pensato, non c’era spazio per turpiloqui e toni alti. Non chiedeva mai scusa quando sbagliava e, ovviamente non lo avrebbe mai ammesso, con lei sbagliava spesso. Sbagliava i tempi, sbagliava le parole, sbagliava i modi,  sbagliava persino i silenzi e si irritava non poco se lei non seguiva il suo stile di vita estremamente salutista. Nina avrebbe dovuto vedere Carlo come l’esercito della salvezza. Cosi’ non era, ma lo seguiva ugualmente. Era di certo una donna che amava troppo. Cominciava a sentir svanire la sua personalita’ per far posto a quella di Carlo. In cuor suo sapeva… Questa cosa l’avrebbe distrutta. Carlo non era disposto a scendere a compromessi per lei. Non avrebbe rinunciato a niente e non l’avrebbe mai accettata cosi’ com’era. Pur non ammettendolo, lui aveva ricevuto molto piu’ amore di quanto ne avesse dato.

Fu Alberto a dire a Carlo del bambino. Nina, da sola, non ce l’avrebbe fatta. Carlo rimase impassibile, poi se ne ando’ senza dire una parola. Il giorno dopo chiamo’ Nina. Parlarono poco. Nina cambio’ subito discorso. Non poteva parlarne, e non lo avrebbe piu’ fatto. Quella fu la prima volta in cui Alberto venne tenuto fuori.

” Carlo e’ uno stronzo, non lo cambierai, ma ti ama. Almeno cosi’ dice “. Alberto glielo ripeteva spesso, quasi a volerla convincere dell’amore di lui, ma quando terminava la frase con ” almeno cosi’ dice… “, Nina veniva attraversata da un brivido fatto di dubbi e terreni frananti.

E poi, dal niente, spunto’ il silenzio, la mancanza di attenzioni, e la percezione assoluta, per Alberto e Nina, di essere diventati una cosa certa, scontata. Vecchi giocattoli che Carlo non aveva piu’ paura di perdere. Uno specchio all’ingresso nel quale nessuno si riflette piu’. Un libro impolverato con una dedica letta mille anni prima, e poi mai piu’.

Dopo tutti quegli anni insieme, qualcosa in Carlo era cambiato. Non passava quasi piu’ da Alberto e raramente lasciava messaggi per Nina, anche quando sapeva che le sue finestre erano chiuse.

Nina invece passava ogni giorno. Non lasciava messaggi per Carlo ma tornava ogni sera a vedere un ritratto che Alberto gli aveva fatto il giorno del suo compleanno. In quella foto Nina e Carlo si stringevano in un bacio. Non erano le labbra che si univano, che Nina fissava, ma il braccio di lui intorno alla sua schiena. Se chiudeva gli occhi, poteva sentirne la pressione sulle spalle e ancora la sensazione di quel momento. Si erano amati. In quel giorno lui l’aveva amata davvero.

Guardando la foto, ora, Nina sentiva forte la distanza di Carlo, e proprio a un passo dalla convinzione che il loro amore era finito lui tornava a chiamarla.

” Ti amo Nina, mi manchi ”

” Ti amo  Carlo, sempre ”

La mansarda  sembrava ranimarsi dinuovo. Quella luce accesa era una finestra sulla vita di Carlo e Nina.  Alberto sarebbe stato la puttana che la abitava, il faro nella notte, per ancora molto tempo

( forse  )

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Di ragni e falene

Carlo  aveva tessuto negli anni una ragnatela abbastanza fitta perche’ lei non potesse fuggire. E al brillare di quella bava di ragno, fatta di musica, parole e promesse, Nina aveva ceduto.

Indossando la tela come un abito da sera,  aveva danzato sui fili d’argento, seducendo il suo ospite. Confusi, in fine, sul ruolo di preda e predatore, Carlo e Nina si erano fusi  nell’anima, nel corpo, nella mente. Un solo pensiero, perso nel gioco delle parti. Entrambi carcerieri, entrambi prigionieri.

Per quanto ricordassero, non c’era stata vita prima di loro. Un finto qualcosa. Una reale pochezza. Un lento trascinarsi nel mondo aggrappati a rapporti effimeri. Erano indicibilmente soli e insofferenti al comune amore. Avevano trascorso gli anni senza cercarsi, aspettando di trovarsi e colmare finalmente quel continuo languore dell’anima.

Si riconobbero al primo sguardo. Poi non ebbe piu’ importanza aspettare il futuro.

Era in un locale con degli amici, coinvolta in conversazioni sterili dalle quali sarebbe fuggita con la piu’ banale delle scuse. Massimiliano minaccio’ di raccontare una delle sue barzellette e Nina avverti’ un crampo allo stomaco. Sbuffo’, indelicata come solo lei sapeva essere, e sotto il cappello rosso alzo’ gli occhi al cielo.

Carlo stava andando verso di lei. La guardava e le sorrideva come se avessero un appuntamento… e lo avevano.

Massimiliano smise improvvisamente di raccontare la sua idiozia. ” Ecco Carlo ” disse; un amico conosciuto chissa’ dove, chissa’ come, tramite chi… Nina non capiva. Non era importante. Quando arrivo’ il suo turno di presentarsi, Nina allungo’ la mano, lui l’afferro’ e la tiro’ su. Si abbracciarono come due amici appena ritrovati, lasciando gli altri a darsi occhiate complici. Non era banale il loro gesto, non c’era imbarazzo per nessuno. Tutto era naturale, come riunire i pezzi di una maschera  il cui volto, in un tempo lontano, era stato tagliato a meta’.

Qualcuno, all’altro capo del tavolo, propose una foto di gruppo. Nina appoggio’ la schiena al petto di Carlo. Lui la abbraccio’ da dietro. Si appartenevano gia’.

L’alba li scopri’ a recitare sospiri mai sospirati e parole mai pronunciate.

Quello che li avvolgeva non era la scoperta del sentimento, ma qualcosa di tragicamente raro. Il senso di completezza, di appartenza, che fugava il vuoto dentro di loro sostituendolo con la paura di perdersi.

Entrambi sapevano:  Perdere l’altro significava tornare ad essere una meta’.

La passione puo’ uccidere. Loro ne mettevano troppa in ogni cosa. Non solo nell’amore, ma anche nell’odio, nelle discussioni, nelle banalita’, in una risata, in un pianto. Stare insieme era come passeggiare su un campo minato.

Capitava, a volte, di fare l’amore dopo aver litigato o di gridarsi parole d’odio subito dopo averlo fatto.

Una notte, infuriato,  la fece scendere dalla macchina e lascio’ che tornasse a casa a piedi. Nina non gli parlo’ per giorni e poi… non lo ricordava neanche piu’ come fini’ dinuovo nel suo letto.

Dopo una discussione passavano giorni, prima di riparlarsi. Nessuno cedeva per primo. Il loro riavvicinarsi era un universo costellato di segnali. Luci, suoni, piccoli messaggi che altri recapitavano all’uno e all’altra, ma che solo loro due erano in grado di decifrare. Una lingua inesistente. Un alfabeto privato. Un continuo non perdersi, per anni.

Dopo la perdita del bambino, Nina fu troppo fragile per resistere all’assenza di lui. Troppo debole per rialzarsi da sola. Ormai senza forze per combattere qualunque conflitto, quando lui torno’ pote’ prendere il sopravvento. Come una falena intrappolata nella ragnatela, Nina smetteva di dibattersi. Le ali rimasero ferme, bloccate nella tela.

Tutto sembrava avere inizio, di nuovo. Ma la passione li aveva uccisi. Carlo non tesseva piu’ tele d’argento per lei. Non c’era piu’ musica per cui danzare, parole magiche da ricordare, ne’ pensieri da scrivere.  Lui era il predatore e Nina si arrendeva al ruolo di preda.

Ora Carlo la mangiava…  e cominciava dal cuore.

( Forse )

Amore, rosso amore

Serrava le gambe come per trattenerlo. E il sangue colava comunque. Scuro come le ombre, lucido come una lacrima.

Il dolore al ventre era insopportabile e Nina si piegava in avanti per cercare di alleviarlo. Se ne stava accovacciata in un angolo del bagno, sola come le fiere ferite. Lontana dai rumori. Lontana da altri occhi. La vita oltre la porta giungeva ovattata come in fondo al mare.

” E se diventassi padre ? “. Aveva chiesto insicura.

Tre, cinque, dieci ? Non lo sapeva, Nina, quanti giorni fossero trascorsi da quella domanda, ma se n’erano andati lenti come anni e della risposta di Carlo non era rimasto che un suono. Solo un rumore. Aveva risposto? Aveva riso? Aveva borbottato qualcosa. Che cosa? Era la terza volta in due giorni che gli poneva la stessa domanda e di lui ricordava solo di averlo visto cercare le notizie alla radio dopo essersi lamentato per il traffico.

Si era voltata e aveva guardato fuori dal finestrino. Nella macchina accanto, una coppia discuteva animatamente.

Lei piangeva, lui batteva forte le mani sul volante. Penso’ che almeno quei due avessero di che parlare.

” Non glielo chiedero’ piu’. Non lo vuole. Non mi vuole “, penso’ mentre Carlo tentava di infilarsi in un varco tra due macchine. E gia’ si immaginava lontana nel tempo. Sola, lei e questo figlio segreto. ” Un maschio. Sara’ un maschio e somigliera’ a lui “. Il pensiero scivolo’ sull’immagine di se’ durante il parto. Nonostante tutto, era felice. Accenno’ involontariamente un sorriso tirato, e un silenzio assordante si sedette sul sedile posteriore accompagnandoli per tutto il viaggio.

Un crampo doloroso la riporto’ al presente. L’odore acre del sangue era pregno di speranze svanite.

Carlo sembrava distante anni luce da quel futuro che avevano sognato insieme.

Se solo le avesse chiesto qualcosa. Il perche’ di quella continua domanda. O se solo le avesse preso la mano, come aveva sempre fatto, per dirle “ Amore mio “. Allora si, gli avrebbe raccontato tutto.

Gli avrebbe detto del bambino. Avrebbero gioito prima, e pianto poi per averlo perso. Insieme.

Il cuore di Nina era una foglia nel vento. Viaggiava senza meta da una sensazione all’altra. Senza fermarsi.

“ Chiamami ti prego. Cercami. Chiedimi. Resta con me. No. Sparisci. Ti dimentichero’ come tu hai dimenticato me. Sara’ facile e tu non saprai mai di questi giorni “.

Il tempo era fermo in un limbo di confusione. Che fare? A chi gridare questa inquietudine, questa perdita, questa totale sconfitta di vita?

Carlo, il bambino, l’amore, il futuro. Tutto era perduto. Lui non chiamava da giorni e lei s’era chiusa in una caverna di silenzio.

Si alzo’ lentamente. Un lamento usci’ a bocca chiusa. Sembro’ il cigolio d’assestamento di un vecchio mobile. L’acqua calda comincio’ a scorrere nella vasca e un rivolo di sangue percolo’ sulla gamba.

Pianse. E tra le lacrime senti’ forte la voglia di chiamarlo. Prese il telefono, compose il numero e riaggancio’ prima che questo cominciasse a squillare.

Si immagino’ patetica. Una figura di donna senza orgoglio, che chiama cercando consolazione. Una telefonata ricolma di puro pietismo.

“ NO. Io non sono questa “.

Si immerse nella vasca e lascio’ che l’acqua le coprisse il viso.

In quello spazio ristretto, una decisione prese a galleggiare.

“ Silenzio. Questo ti daro’. Distanza per distanza. Il mio niente per il tuo. La mia assenza per la tua. E poi un giorno tornerai. E io ti diro’ questo momento. Trovero’ le parole. Trovero’ il modo “.

Si senti’ svanire. Confondersi con l’acqua. Come se il confine di se’ non fosse delimitato.

Un disegno a matita quasi cancellato. Si senti’… niente.

Continuava a immaginare il momento in cui lui fosse tornato. Le avrebbe detto che aveva sbagliato a lasciarla e che lo vedeva ancora quel futuro con lei. Avrebbero avuto un altro figlio e lui lo avrebbe definito ” Un capolavoro “. E lei sarebbe affogata in un pianto dirotto, scevro di segreti.

Usci’ dall’acqua e si aggrappo’ a l’immagine di lui. Passo’ la mano sullo specchio e tra le lacrime del vapore si scopri’ a sorridere.

Glielo avrebbe detto, un giorno. Quel giorno.

Giro’ la chiave e apri’ la porta. Usci’ silenziosa come un felino. Lasciando perdersi nel vapore alle sue spalle un’unica parola… “ Forse “.

Il cuore di Nina

Nina guarda il cielo e il cielo guarda lei. Oggi non si piacciono.

Piove una pioggia fitta, continua, sporca, sotto un cielo d’ottone. C’e’ odore di asfalto  e terra. Una tenaglia troppo stretta alla gola. Vorrebbe rientrare in casa, per non sentire l’acrimonia dell’aria, ma rimane ferma, in piedi al centro del giardino escludendo il mondo dai pensieri e se stessa dal mondo.

E’ l’ultimo temporale d’agosto. Nina alza la testa e spalanca le braccia come a dire ” Eccomi “, come a dire ” Eccoti “.

Se solo l’acqua potesse lavar via l’anima e con lei tutti i ricordi della vita. Questo prega in cuor suo, Nina, con gli occhi chiusi e la pelle trafitta da aghi di rame e piombo che arrivano dal cielo.

” Cristo salvami l’anima e la mente. Rendimi vuota e libera. Non voglio amare, non voglio ricordare. Dammi odio o fammi morire ti prego prima che il petto si laceri ”.

Sul viso intorpidito, ormai l’acqua non pungeva piu’. Scivolava leggera confondendosi alle lacrime e al pensiero della sua vita sprecata, del suo tempo perduto e al ricordo di ogni volta che si era sentita come se qualcuno l’avesse lasciata al buio in un bosco.

Non lo sosteneva piu’ il peso dell’abbandono. Questa collezione di rifiuti dagli altri era iniziata troppo presto. Da bambina. Eppure era sempre stata bella e piena di amore e voglia di rendersi bella anche la vita, per forza. E di rendere migliore anche quella degli altri. E lo aveva fatto. Tutti avevano preso da lei… e se n’erano poi andati. Tutti, indistintamente, avevano preso un pezzo del cuore di Nina senza mai restituirlo o barattarlo con altro.

” Guardami adesso, Dio. Un involucro di carne e pelle. Senza anima ne’ cuore. Questo sono, questo saro’ da oggi. E maledico i cani che hanno sbranato tutto cio’ che avevo, lasciandomi sola a guardarmi le spalle da altri cani. Saro’ un’anfora di sabbia e sale alla quale non potranno piu’ attingere. E maledico l’amore.  E maledico la vita. E maledico… e maledico… e maledico. E invoco la morte per restituirti questo vuoto che m’hai costretta a vivere ”.

” E SIA ” . Sembro’ rispondere il cielo con un unico, assordante boato.

Il cielo livido divenne nero. Il vento cesso’ di soffiare e per una frazione di secondi anche la pioggia sembro’ rimanere sospesa. In quell’attimo tutto fu fermo. E in quella apparente immobilita’ del mondo, come a una neve a primavera, Nina senti’ l’universo chiudersi intorno a lei, avvolgendola come un gioiello. Qualcosa di oscuro camminava sotto la pelle, entrava nel costato e scorreva nella vene. Il cielo si chiudeva, lo spazio rimpiccioliva e il cuore di Nina si piegava su se stesso, lasciando fuori l’amore. Chiudendosi per sempre.

( Sabrina S. )