Di polvere e di anelli

Ho costruito una stanza, molto… molto tempo fa. Una sorta di magazzino dove poter nascondere tutte quelle cianfrusaglie che non volevo, quelle che non potevo e quelle che non riuscivo a buttare via. Ce l’ho in mezzo al petto. Non nel cuore, che si è spostato più a sinistra per far posto alle mie cose, un po’ più in alto, ma proprio nel mezzo. Non ci vado, se non per aggiungere qualcosa, e non ne tiro fuori niente, mai. Non c’è molta luce, perchè quelle cose sono lì per essere dimenticate. Non vorrei inciampare in una sensazione antica, mentre sono lì dentro per aggiungerne una nuova. C’è nascosto qualche desiderio, un pianoforte usato poco, scordato e dimenticato, una madia di paure, un segreto indicibile, un paio di fotografie e abiti ormai lisi, indossati in occasioni appartenute a un’altra vita. E tutto è così talmente impolverato che i colori sono scomparsi. A starci nella penombra, sembra un disegno a matita. Non ci vado, se non per aggiungere qualcosa, e non ne tiro fuori niente, mai. Ma oggi il cielo è diventato livido e, in breve tempo, è iniziato il temporale. Acqua e aria si sono separate. La pioggia è venuta giù dritta, pesante, perpendicolare alla terra, allagando il giardino fin nei suoi anfratti. Le grosse pietre che circondano l’aiuola giapponese, mi sono parse sospese. Il piazzale all’ingresso si è trasformato in una lastra bianca di microsfere di ghiaccio. In questo mese di Luglio, il paesaggio è quello di Novembre. Come in uno stereogramma, all’orizzonte l’immagine è cambiata. Dietro la rigidità dell’acqua, il vento è soffiato ovunque, ma senza vigore. Le fronde degli alberi si sono messe a fluttuare come alghe in fondo al mare, morbide, senza coscienza, senza regole, come i dervish che girano in trance, spinti da forze invisibili e ogni pianta, arbusto o foglia, si è mossa sinuosa in una danza perfetta. In questa dimensione surreale, tra un temporale estivo e una ballata araba, mi sono accorta di avere qualcosa da aggiungere al mio ciarpame. Te. Non perchè non voglia amarti, non perchè abbia smesso di farlo, non perchè non t’amerò per il resto dei miei giorni, e quelli dopo ancora. Perchè ti amo di un amore incondizionato e la mia intera esistenza ruota intorno a questo amore, e la mia vita non prende forma. Mai. Così sono scesa nella stanza, per abbandonarti lì, ma non a terra come un ricordo qualsiasi, sul pianoforte, che t’ho insegnato ad apprezzare. Ho avuto quasi paura a entrare. Ho esitato sulla porta. Ho fatto un passo indietro e poi uno in avanti. Ho afferrato la maniglia e poi l’ho lasciata. Due passi indietro, tre, e poi sono restata ferma a fissare la porta chiusa, per qualche minuto.

Stavo per andarmene, poi un odore stantìo di ricordi e muffa mi ha raggiunta, lasciandomi un senso di nausea che ho subito ingoiato, ma a fatica, come fosse di fango. Ho fatto un balzo in avanti, e ho aperto. E’ entrata un po’ di luce, con me, e ho soffiato la polvere che, aprendo la porta, si è sollevata finendomi nella gola. Ho tossito e qualcosa si è mosso. Forse il più giovane tra i ricordi, qualcosa che ancora non ho dimenticato del tutto. Mi sono affrettata a trovarti spazio tra i tasti bianchi e neri e sono tornata alla porta senza voltarmi. Mentre richiudevo, qualcosa mi ha fermata. Uno strattone mi ha riportata indietro di un passo. Il tuo anello, che è troppo grande per me, si è incastrato alla maniglia. E’ stato come essere afferrata dalle tue mani. E’ stato come udire la tua voce. Non ho pensato, non ho guardato, non ho parlato…

E sei ancora qui fuori, con me.

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Marta di neve ( stralcio )

Foto

[…] Oh Marta, la mia vita s’è fermata. Solo il tempo s’è messo a correre, senza concedermi il lusso di un momento per ricordarmi di non averti salutata, e disperarmi per questo. Ma una notte, qualche anno fa, ti ho sognata. C’era un festa, qui nella casa di New York, e tu sei arrivata entrando dalla porta della cucina. Avevi quindici anni. Indossavi la tua mantella grigia e i capelli cadevano sciolti, lungo la schiena. Non m’hai detto una parola, ma ti piaceva la mia casa. Il vento batteva forte sulle finestre e pioveva, come quel giorno. D’un tratto il cielo grigio è diventato livido. Il vento ha cessato di soffiare e per una frazione di secondi anche la pioggia m’è sembrata rimanere sospesa. Ti sei appoggiata al pianoforte e qualche tasto ha suonato note stonate. Ti ho raggiunta per toccarti, ma lo spazio si è rimpicciolito, il cielo si è chiuso e tu sei svanita di nuovo. Ho sentito il cuore piegarsi su se stesso, e chiudersi in un’infinità di ricordi e segreti che sono solo nostri, solo miei.

Ho bisogno di parlarti, Marta. No, non ne ho bisogno, invece. Non ne ho mai avuto. Ho solo voglia di averti qui. Di saperti nella tua stanza e di sapere che, in qualunque momento, posso raggiungerti, sedermi accanto a te e raccontarti di quando eri bambina, o spazzolarti i capelli e scegliere per te un vestito che si intoni ai tuoi colori.

In questo silenzio, il mio stesso respiro è un rumore assordante. […]

Marta di neve (stralcio)

 

C’è un momento, quando non è più giorno e la sera è in ritardo, in cui le ore e i minuti mi paiono immobili. Come se un ingranaggio di tutti gli orologi si fosse inceppato e persino il traffico rimanesse immobile. Come se le foglie degli alberi non fossero succubi del vento e il vento stesso fosse paralizzato da una forza dominante. Nessun animale attraversa il mio giardino e gli uccelli volano ovunque, ma non sulla mia casa. Il cielo è una distesa di diaspro e si estende immobile fin dove i miei occhi arrivano a vederlo. Se il cuore non battesse per conto suo, mi si fermerebbe nel petto inseguendo l’inerzia di questo istante. E’ in questo momento che le ombre sembrano avere un peso e il ricordo di noi diventa un pugno di sabbia che cerco di ingoiare. Non è per tutti questo tempo, non è per tutti questo manto grigio sopra il capo. E’ mio. Solo per me è la sua pesantezza e mi fa sentire il fallimento della mia vita come il frinire delle cicale ad agosto. Non trovo sollievo a questa inquietudine che mi spinge verso il tramonto e aspettando la notte, nel cui silenzio ritrovo energie, mi preparo una tisana di limone e alloro.

Bevo piano e cerco di trattenere qualcosa in fondo alla gola, credo sia lì che mi si blocchi la tristezza insieme a tutte quelle cose che non sono capace di dire, formando un groviglio che spesso mi soffoca, e mi brucia costantemente, come un’infiammazione che non guarisce.

Sento il gusto del limone acuirsi e darmi quasi sollievo, là dove i ricordi si arenano come un’imbarcazione su un banco di sabbia e mi pare di riuscire a rimandarli giù, dove li tengo sempre nascosti, come uno scrigno infondo al mare.

L’alloro è nell’aria, non solo in me. Si riversa nella stanza coprendo ogni odore e confonde un pensiero come la nebbia un’ombra. Bevo questa tisana per sterilizzarmi. Per disinfettare le ferite invisibili, come un miele riparatore.

L’acqua bolle per alcuni minuti, lasciando che la scorza perda colore, tutto diventa giallo e mi torna in mente un tuo vestito a fiori ricamati, e il giorno che lo indossasti per me. [ … ]

Marta di neve ( stralcio )

È l’ultimo giorno di gennaio. Mi fa sempre un certo effetto passare da un mese a un altro. Come se in quell’ultimo giorno, all’improvviso, mi ricordassi che il tempo scivola come l’acqua sotto i ponti, la prima foglia che cade, la prima che germoglia, un cane che passa o una nuvola che cambia forma. Tutto è tempo. Tutto viene e va, in minuti, giorni, anni che nessuno conosce. Anche questa neve che abita il mio giardino, tra poco si scioglierà. Questa stagione, con le sue nevicate, i cieli bianchi così bassi da poterli quasi toccare, sono ciò che più si avvicina al mio silenzio. A volte rimango alla finestra per ore, anche di notte. Mi alzo per guardare le strade imbiancate, prima che arrivino gli spazzaneve e in quel silenzio ho il sospetto che il mio corpo sia cieco e sordo a se stesso, che non abbia percezione di sé. Come se mi fosse stato tolto qualcosa da dentro, proprio nel centro e non ricordassi più di avere un corpo, e il tempo non lo calcolo.

Sembra stupido, me ne rendo conto, ma fino all’ultimo ho creduto che il tuo tempo fosse infinito. Pur essendo più giovane, mi domandavo di continuo chi ti avrebbe amata, dopo la mia morte. Dopo. Quando tutti noi saremmo morti, e i mari si sarebbero prosciugati, quando sulla terra non sarebbe stato che deserto e l’ultimo degli insetti sarebbe rimasto senza fiori su cui volare, e senza ali fosse morto, senza neanche la consolazione di essere servito come pasto per qualcuno. Quando tutto sarebbe stato un immenso niente e tu invece fossi rimasta. Eterna. Chi ti avrebbe amata? Chi, così intensamente come io faccio? E poi, invece, sei andata via. Prima di tutti. Prima di me, che son rimasta qui a tentare di nascondere a me stessa che una vita mia non l’avevo. Che avevo la tua. Che avevi rubato la mia. Che ci siamo vestite nello stesso modo per anni. Che abbiamo portato le stesse trecce e le stesse scarpe. Che abbiamo fatto e non fatto le stesse cose, e che per questo non ero che una metà. Credo di essermi orribilmente, irrimediabilmente frantumata negli anni, senza accorgermene, fino a divenire un mosaico di funzioni compromesse. Riesco solo a respirare e a trascinarmi ogni giorno fino al sonno. La mia ombra mi gira intorno, vorrebbe scappare e vivere sotto altre spoglie. Aspetta il tramonto per allungarsi verso l’orizzonte e stendersi e assottigliarsi in qualcosa che anche solo vagamente somigli a un allontanamento. Poi il sole scompare e io la divoro di nuovo, ogni notte, come l’aquila col fegato di Prometeo. Non c’è più tempo per me?  Mi viene in mente L’Ecclesiaste: “Tutto ha il suo momento, e ogni evento ha il suo tempo sotto il cielo. Un tempo per nascere e uno per morire, uno per odiare e uno per amare, per cercare e per perdere, per la guerra e per la pace e per …” C’è un tempo per ogni cosa, ma non per la mia ombra, che muore con me, in questa casa di macerie in cui la costringo a vivere.

 

 

Marta di neve ( Stralcio )

donna finestra

 

Per questa notte è prevista una bufera di neve. Le sirene d’allarme hanno suonato più volte come se fossimo sotto un attacco aereo. I supermercati erano affollati di gente in preda a un attacco di acquisto compulsivo. Due signore si sono quasi picchiate per una scatola di avena biologica. E poi dicono che il biologico è salutare.  I carrelli colmi, come se questa neve dovesse durare fino a primavera e nessuno potesse più uscire di casa senza affrontare una nuova era glaciale. Il tizio alla cassa mi ha guardata con aria quasi impietosita.  Caramelle gommose, una baguette, due tavolette di cioccolata fondente, una confezione di gelato alla vaniglia e tre scatole di caffè in confezione famiglia, per un totale di nove scatole. Basterà almeno per un mese e mezzo. Mi sembra di essere borderline, senza caffè. Come se berlo mi permettesse di avere un contatto diretto col cosmo. Ne sono così drogata, che in assenza di caffè potrei bere l’acqua di una pozzanghera, e connettermi con l’universo grazie a un effetto placebo. Le caramelle gommose le ho prese per abitudine. Ne ho da vendere nella dispensa. Alcune scatole ho dovuto smistarle in più parti della casa, persino sotto il letto, in previsione di un attacco di malinconia durante la notte.  Mi chiedo che cosa diresti, se sapessi che per molto tempo ho continuato a mangiarle col pane, come provammo a fare quel giorno in montagna.

Ci siamo guardate mentre masticavamo, poi le abbiamo sputate e siamo scoppiate a ridere. Un giorno qualunque di qualche anno dopo, hai smesso di parlare. Non esistevano più le tue parole, né i gesti, né giochi e risate. Nessuna corsa in bici, niente più carezze né bambole da vestire. Ho aspettato, e aspettato ancora. I giorni sono diventati anni, trascorsi in un tempo infinito in cui mangiare pane e caramelle era diventata una consolazione. Una ricerca affannosa nella memoria del suono della tua voce, delle risate di quel giorno. Sei un mare di ricordi silenziosi, e io una nave alla deriva che non può affondare, né approdare in alcun porto. Alla deriva.

Ormai il sole è calato da un pezzo. Aspetto la neve, come le puttane i clienti. Guardo continuamente il cielo e cerco l’annuncio della bufera nel vento tra i rami, nell’assenza di animali, nelle finestre sbarrate dei vicini, nel cielo basso che nell’oscurità sembra un’ombra minacciosa. Cerco di spingere il tempo in avanti distraendomi con altre cose, ma sono così piena di eccitazione da non riuscire a gestire niente. Mi metto a cucinare qualcosa, lo faccio sempre quando sono su di giri. Voglio una cosa diversa e accendo il computer per cercare nuove ricette. Poi mi ricordo di aver comprato delle tavolette di cioccolata e mi accingo a preparare una torta. Nel cambiare postazione vedo il libro che sto leggendo, aperto a metà per non perdere il segno, abbandonato sulla poltrona. Mi dirigo verso di esso e mi siedo, continuo a leggere ma non capisco le parole, e continuo a distrarmi soffermandomi sulla scelta dei quadri che ho appeso in sala, e sulle piante con gli steli bassi perché ho dimenticato di dar loro l’acqua. Mi alzo, torno in cucina per prendere una brocca d’acqua e mi ricordo della torta, dimenticando di nuovo le piante.

Per quando arriverà la bufera, sarò esausta e m’addormenterò senza averla vista.

Sono sempre stata impaziente, ma sto avvicinandomi alla quinta essenza del disastro da confusione mentale. Per un uomo sarebbe un suicidio vivermi accanto e dover accettare tutte le mie manie, le abitudini quasi perverse e tutti i miei capricci e le fissazioni. Sono una donna snervante. Quelle come me si lasciano con frasi sul genere “Tu non sei normale”. Ma chi lo è? Abbiamo tutti piccole peculiarità che ci rendono speciali, unici. [ … ]

L’ultimo senso

” Mio amore, mio unico e solo risentimento. Ti scrivo  parole che non so dire, in questa lettera che non spediro’.

Guardo il mondo dall’inferno e tutto sembra ormai distante, cosi’ distante, come se la vita non mi fosse mai appartenuta. Un baco da seta mai trasformatosi, la piu’ piccola tra le Matrioske, una giostra senza bambini. Intrappolata in questa nuova me, osservo la mia vita incupirsi e allungarsi come le ombre, prima di confondersi nella notte.

Le ore sono giorni, i giorni sono anni. Il tempo e’ un milione di vite nelle quali mi trascinero’, inseguendomi.

In questa infinita ricerca, abbraccero’ ancora, e ancora il ricordo di te e di quella meraviglia che era solo nostra, racchiusa in un legame indelebile.

E’ la vita di un’altra quella in cui siamo felici, un film in bianco e nero che nessuno guarda piu’. Soltanto noi.

Ti sento nell’anima e so che mi cerchi ancora. Mi vuoi ancora. Mi ami ancora e ancora mi chiami “Il mio bellissimo fiore “. In questa parte del mondo in cui sono fuggita, sopravvivo nella nostalgia di cio’ che eravamo e nel rimpianto per tutto quello che saremmo stati se solo il mio aspetto non ci avesse maledetti entrambi.

Bellissima, lo ero davvero. Lo ero. Poi ho coperto il mio corpo di stracci e nascosto i capelli. Ho detto addio ai colori sul viso e dato il benvenuto a un silenzio concesso solo al resto del mondo. Ti ho regalato anni fatti solo di noi, e ci ho protetti dalla tua gelosia.

Nascondere ogni avvenenza e’ stato vano.

Ti vedo ancora sulla porta. Ti segue la luce ocra di Ottobre. Le foglie d’autunno coprono il giardino e dalla finestra socchiusa entra odore di terra bagnata. I tuoi occhi severi mi fissano e, di colpo, abbasso i miei per non incrociarli. Il sorriso con cui avevo atteso il tuo ritorno si spegne.

C’e’ nell’aria odore di paura e si confonde con il profumo che ho messo per te.

Sento i tuoi passi attraversare la stanza. Presto mi raggiungerai. Il cuore sta per uscirmi dal petto e velocemente ripercorro la giornata appena trascorsa.

Che cosa ho fatto? Che cosa ho fatto? Ho pulito a fondo la casa, ho fatto la spesa, sono tornata subito qui. Non ho parlato con nessuno. Non ho risposto al telefono. Che cosa ho fatto?

E mentre mi afferri i capelli continuo a chiedermi dove ho sbagliato.

Un ultimo sguardo ai tuoi occhi cosi’ neri, che ho tanto amato, e poi qualcosa di liquido mi cola sul viso. Che stai facendo? E’ acqua? Che cos’e’ questo caldo intenso che mi pervade? Sto bruciando.Dio mio, salvami. Il mio volto e’ un incendio nel bosco e la tua mano e’ una morsa. C’e’ odore di carne bruciata e l’unica cosa a cui riesco a pensare e’ il colore della Corniola. Tra le grida porto le mani sul viso, e anche loro iniziano a bruciare. Non riesco ad aprire gli occhi e le lacrime sono come benzina. Poi cado a terra. Il dolore arriva fino al cuore. Sento il telefono squillare. Un calcio mi arriva nel costato. Perdo i sensi e le tue parole non le sento piu’.

Quello che e’ accaduto dopo non ha avuto importanza per me. L’acido ha cancellato per sempre il mio volto. Quel che resta del tuo bellissimo fiore e’ un paesaggio brullo coperto da un velo nero.

Gli anni sono trascorsi lenti. Il tempo deve essersi fermato quel giorno. Non ho memoria del dopo. Penso a te costantemente. Alla nostra citta’, dall’altra parte dell’Oceano, che un tempo ci ha visti innamorati. Se non avessi avuto questa maledizione, questa colpa di essere bella, saremmo stati felici ? Saremmo invecchiati insieme, passeggiando tra i vicoli mano nella mano, come un tempo?

Quel giorno le nostre anime si sono fuse, legandosi per sempre. Pur volendo dimenticare, sei riflesso nello specchio in cui guardo ogni mattina. Con me. Sei in ogni piega del viso. Sei in quest’occhio, chiuso per sempre. Sei sulle labbra mangiate. Sei tra le dita bruciate. Sei la mia cicatrice piu’ grande, sul cuore.

La mia bellezza mi ha portata all’inferno, e in questo lento morire, tra i sentimenti superstiti, l’unico senso che affiora non e’ l’amore, ne’ l’odio, ma l’appartenenza. Quella profonda e netta sensazione che tu sia la parte mancante che integra la mia esistenza. Quell’indicibile sensazione di essere incastrata nella tua vita e di essere parte ostinata di quel ” noi ” che abbiamo creduto di poter essere. Nel dolore del nostro vivere insieme, non ho trovato il coraggio di sentirmi colpevole nel modo giusto, Non lo ero. La mia sola imprudenza e’ stata quella di essere bella.

In questa sindrome spaventosa, nonostante tutto, non saro’ di nessuno. Neanche mia.

Per sempre. Tua “.

Prossima uscita FusibiliaLibri, “Sono bella, ma non è colpa mia”

 

Sahara

Per Francesca la moralita’ di un uomo risiede nei piedi.   “ Nina, ascolta una che e’ piu’ grande di te, la prima volta che vai a letto con un uomo guardagli i piedi, se sono brutti, strani, storti o troppo curati, SCAPPA .  “ Era quel “ troppo curati “ che cozzava con il resto, ma quando Nina glielo faceva notare e chiedeva spiegazioni, Francesca tergiversava tirando fuori un milione di parole senza senso, per spiegare un pensiero nato gia’ contorto.   “ Carlo ha dei brutti piedi, glieli ho visti al mare “.   Nina sbotta a ridere. Non aveva mai pensato di guardare i piedi di qualcuno per scoprirne l’etica, ne’ avrebbe mai pensato che Francesca si sarebbe messa a guardare anche i piedi di Carlo.   “ Carlo e’ roba mia, e anche i suoi piedi. Non ti puoi mettere a fissare i piedi degli uomini delle altre. Non sta bene “.  “ Io non guardo i piedi di tutti, ma tu sei mia amica, e  non posso non assicurarmi che l’uomo che ami non abbia almeno un bel paio d’alluci, dritti e in fila indiana con le altre dita”.  “ Ma Francesca, sono dita di piedi. Mica ci deve suonare il violino “.   Le discussioni sui piedi degli uomini potevano durare interminabili ore. A volte anche giorni. Non le importavano tutte le belle cose che Nina raccontava su quanto si amassero o di quanto lui sapeva renderla felice. Carlo aveva dei brutti piedi, e per questo l’avrebbe fatta soffrire.   Adesso che Carlo se n’era andato, Nina ripensava alle parole di Francesca. Sentiva uno strappo in mezzo al petto, piangeva  e non trovava un buco nel mondo dove andarsi a nascondere. Questo poteva significare solo una cosa: Carlo aveva dei piedi orribili, e lei non lo aveva mai notato.   Che lui avesse un carattere assurdo  se ne accorse quasi subito, ma sua madre diceva sempre “ Chi si somiglia si piglia “ e, a pensarci bene, anche Nina aveva un carattere pessimo. Era sempre stata una donna forastica, indomabile e poco incline alla vita sociale. Si circondava di poche persone, ma quelle giuste, o almeno, quelle che ce la facevano a sopportarla. Si entrava a fatica nella sua vita, ma se ne usciva con una facilita’ sorprendente. Non aveva mai trattenuto nessuno che avesse voluto andarsene. In compenso, aveva cacciato molti di quelli che avevano voluto rimanere per forza. Gli altri li aveva tenuti come fossero un contorno.   Nina era bella. Si muoveva con grazia. Arrivava silenziosa  “ Come una pantera”  ripeteva  Elvira, l’amica di sempre, e di lei tutti dicevano che, in fondo, una donna che si muove con tanta grazia non puo’ non nascondere anche una bella anima. Forse questo attrasse Carlo piu’ di tutto. Quell’anima nascosta che nessuno riusciva a vedere. La stessa che poi, proprio lui, riusci’ a far emergere dalle profondita’ silenziose di lei, e che, alla fine, strappo’ a morsi, restituendole uno straccio lacero. Non se ne faceva piu’ niente, Carlo, di quell’anima. Ormai aveva visto tutto cio’ che c’era da vedere, e non andava piu’ bene neanche come trofeo di caccia. Dovevano esserci altre anime in giro, pensava Nina, perche’ tanta trascuratezza e mancanza di attenzioni potevano significare solo scarsita’ di interesse.  Carlo non l’amava piu’ da tempo, ma per qualche arcano motivo continuava a ripeterglielo.  “ Ti amo Nina “, e lei si aggrappava a quelle parole come un naufrago a una boa in mezzo al mare. Eppure lo sentiva dentro, che non era piu’ amore. Un “ ti amo “ insipido, detto senza volonta’. A richiesta. “ Mi ami” ?  “ Certo “.  Nina impazziva sotto il peso delle parole vuote. Voleva disperatamente che lui le dicesse qualcosa che avesse un suono magico, forte, prepotente, capace di sovrastare ogni altro rumore, e in grado di cacciare le insicurezze di lei e la frustrazione di essere diventata qualcosa di banale e di aver perduto tutto cio’ che di speciale aveva portato Carlo nella sua vita.  Ormai non riusciva neanche piu’ a spiegarsi, Nina, quando gli chiedeva le cose di cui aveva bisogno.  Approcciava a una conversazione camminando in punta di piedi sui vetri. Ogni corda era sempre tirata allo stremo, e Nina si improvvisava funambolo, perche’ ogni parola fuori posto avrebbe spezzato le corde e scatenato il carattere irascibile di lui. E poi un giorno l’essenza di lei venne a galla da sola, senza preavviso, e fu una catastrofe.  “ Giura che non mi tradisci “  gli disse spudoratamente, e lui, con altrettanta spudoratezza, rispose “ Io non giuro mai “.  Fu come una conferma.  Nina si senti’ come se fosse stata appena investita da un treno carico di blocchi di cemento. La rabbia le implodeva nel cuore e in pochi secondi trovo’ l’uscita negli occhi. Cieca di pianto cercava una spiegazione. Lui non era credente, avrebbe potuto giurare anche il falso, per lei, e gli avrebbe creduto.  Aveva bisogno di quella parola per placare l’ansia che l’attanagliava da tempo.  “ Giura, perdio, giura “.  Corse a rintanarsi nella solita tana silenziosa, come faceva ogni volta che stava male. Chiudeva tutte le finestre e rimaneva al buio. Dormiva per non pensare e non mangiava per sentire il vuoto acuirsi e divorarla fino a ucciderla.  I giorni passavano e Nina viveva camminando sulle mine a uomo. Scoppiava in pianti disidratanti e rabbia per ogni cosa. Trattava male chiunque cercasse di farla ragionare. “ Non e’ vero che ti tradisce. Ti ama sul serio. Ha un brutto carattere, non vuole imposizioni, ma ci sei solo tu per lui “.  Le parole degli altri erano spade. Non consolavano affatto. Oltre al tradimento, ora subiva l’affronto di sentirsi dire “ Hai sbagliato “.  Caccio’ per giorni chiunque le desse torto, e poi, una sera, la certezza del tradimento di Carlo comincio’ a perdere potere o, forse, il bisogno di lui prendeva forza. Qualunque cosa fosse, la spinse a scrivergli una lettera nella quale spiegava i motivi di quella richiesta. In fondo le dispiaceva aver creato tanto caos, ma voleva, pretendeva che lui capisse le sue paure e che la rassicurasse.  Non sapeva neanche da dove cominciare, e inizio’ con un “ ciao “ e una serie di bla bla vari tra cui “ mi dispiace “.  Incalzata dalle amiche, prese coraggio e spedi’ la lettera.  Quello che ricevette in cambio, fu un Oceano di niente. Nessuna risposta, nessun tentativo di comunicare. Carlo parlava con tutti, tranne che con lei. Riprendeva forza l’idea di un’anima piu’ speciale della sua. Doveva essere cosi’. Chi ama non ferisce tanto e Nina sapeva di essere stata tradita e ferita in tutti i modi in cui si puo’ ferire una donna. Era umiliante il silenzio di lui, lo odiava immensamente per questo, ed era stato umiliante chiedere scusa come se il torto fosse stato solo il suo, oltretutto, a chi  ” scusa ” non lo aveva chiesto mai.  Questo silenzio, questo niente definiva il confine, indicando un burrone poco piu’ in la’.   Cosa ne avrebbe fatto, di tutto l’amore che rimaneva, Nina non lo sapeva. Se lo sarebbe portato dietro per un po’, come una zavorra pesante incollata alla schiena ? Oppure lo avrebbe divorato e ingoiato come un cumulo di sabbia a formare dune nello stomaco ?   Il deserto, non avrebbe comunque potuto essere piu’ arido.

Risvegli

Muoveva le braccia in maniera scoordinata, tentando di tenere la testa fuori dall’acqua. Non c’era vento e il lago era immobile, eppure Nina sentiva di affogare.  Era certa di non essere in un punto dove l’acqua fosse troppo alta. Con la punta dei piedi poteva sfiorare il fondale vischioso. Un masso era li’, fermo, da qualche parte. Lo aveva toccato un attimo prima, azzardando una spinta verso la superficie. Poi lo aveva perso. Eppure non c’era corrente che potesse spingerla altrove. Tutto era fermo fuori dall’acqua, e tutto era vivo sotto di lei. Come se la superficie fosse il confine di due mondi distinti. Guerra e pace, ordine e caos, bianco e nero. Con gli occhi sgranati, Nina poteva afferrare i particolari di quella immobilita’ che la circondava. Le foglie dei pioppi rimanevano ancorate ai loro rami, il cielo terso era una linea dritta nel quale spiccava una sola nuvola, tonda e soffice come ovatta. Le fronde di un salice bianco sembravano protendersi verso una lastra d’acqua impassibile. Tutto era piatto, come se dietro gli alberi ci fosse il nulla, come se il cielo arrivasse solo fin dove i suoi occhi arrivavano a vederlo. Non un insetto, un uccello, un rumore. Nina guardava un paesaggio statico e privo della sua realta’ tridimensionale. Era come affogare nel disegno di un bambino.  Mentre le alghe le afferravano le caviglie come mani robuste, lei tornava alla ricerca di quel masso allungando le gambe verso il fondale. Il collo del piede si inarcava e le dita si contraevano per i crampi.

Nessuna percezione del tempo. Nessun senso dell’orientamento. Cercava quella pietra con l’orecchio teso, come fosse una voce familiare pronta a darle indicazioni. Non udendo alcun suono Nina cominciava ad arrendersi a quel destino e al silenzio della profondita’. L’acqua le copriva il viso. Gli occhi si aprirono e guardarono il mondo dietro lo specchio. Ogni cosa era ancora ferma al suo posto. Nuvola, salice, pioppi. Il cielo era rimasto una retta azzurra su un rettangolo di carta e, in quell’assenza di variazione, Nina come Ofelia, fluttuava nella pace della sua sorte.  Senza alcuna paura, come attratta da quella vita subacquea, Nina lasciava che le vesti, ormai intrise e appesantite, la trascinassero giu’, nell’oscurita’ del lago.

Apri’ gli occhi di scatto, rimanendo per qualche istante a cercare il soffitto nella penombra della stanza. Le immagini del sogno erano cosi’ nitide che tratteneva il rispiro, come se l’acqua ancora la coprisse. Poi il battito cardiaco comincio’ a rallentare e il respiro si fece regolare. Nei suoi sogni Nina era spesso in pericolo. L’inquietudine del vivere quotidiano affondava le radici nel suo inconscio, e questo le trasmetteva immagini della sua vita da altre angolazioni. Cio’ che Nina si rifiutava di vedere da sveglia, era costretta ad affrontarlo di notte.

L’orologio lampeggiava le tre quando Nina comincio’ a ripercorrere le immagini di quel film notturno. Ormai era inutile nasconderlo, la sua vita era in pericolo. Tutta la sua esistenza galleggiava sulla superficie di quel lago, al confine tra una realta’ statica e una forza vitale nascosta nella profondita’ di se stessa. Sopravviveva, persa tra i capelli di un Giano bifronte. A troppe cose aveva rinunciato pur di vivere la serenita’ del disegno di un bambino. Aveva rinunciato a se stessa, a quei vortici impetuosi e improvvisi che solo la natura di un lago puo’ creare.

Cercando di creare una vita perfetta a tutti i costi, aveva finito per rovinarla. Anche Carlo se n’era accorto, per questo non l’amava piu’. Non era piu’ lei. Aveva abbandonato la sua personalita’ per dare a lui la serenita’ e la pacatezza di un rapporto stabile, e lui aveva perso ogni attrattiva. Percependo la sua debolezza, Carlo aveva preso potere. Non avendo piu’ alcun rispetto per i sentimenti di lei, entrava e usciva dalla sua vita continuamente, destabilizzandola ogni volta. Rinunciando a se stessa per Carlo, Nina aveva sbagliato. Aveva perso entrambi. Qualcosa pero’ accadeva ora nelle viscere. La voglia reale di riprendersi tutto cio’ che aveva lasciato. Prendeva piede la nostalgia per quei vortici interni che le avevano sempre concesso di affrontare sfacciatamente la vita.

Nina sentiva il bisogno di tornare ad essere cio’ che non era piu’. Carlo voleva andarsene? Non sarebbe stata certo lei a fermarlo. Non piu’. Addio Carlo, bentornata Nina.

L’alba entrava in punta di piedi, dietro le tende. Nina chiuse gli occhi e si immagino’ nuotare nel lago di quel sogno. Un vigore antico tornava a far breccia nel suo cuore, nella sua anima, sotto la pelle.  Non sarebbe stato difficile…  tornare ad essere.

( Forse )

Amore, rosso amore

Serrava le gambe come per trattenerlo. E il sangue colava comunque. Scuro come le ombre, lucido come una lacrima.

Il dolore al ventre era insopportabile e Nina si piegava in avanti per cercare di alleviarlo. Se ne stava accovacciata in un angolo del bagno, sola come le fiere ferite. Lontana dai rumori. Lontana da altri occhi. La vita oltre la porta giungeva ovattata come in fondo al mare.

” E se diventassi padre ? “. Aveva chiesto insicura.

Tre, cinque, dieci ? Non lo sapeva, Nina, quanti giorni fossero trascorsi da quella domanda, ma se n’erano andati lenti come anni e della risposta di Carlo non era rimasto che un suono. Solo un rumore. Aveva risposto? Aveva riso? Aveva borbottato qualcosa. Che cosa? Era la terza volta in due giorni che gli poneva la stessa domanda e di lui ricordava solo di averlo visto cercare le notizie alla radio dopo essersi lamentato per il traffico.

Si era voltata e aveva guardato fuori dal finestrino. Nella macchina accanto, una coppia discuteva animatamente.

Lei piangeva, lui batteva forte le mani sul volante. Penso’ che almeno quei due avessero di che parlare.

” Non glielo chiedero’ piu’. Non lo vuole. Non mi vuole “, penso’ mentre Carlo tentava di infilarsi in un varco tra due macchine. E gia’ si immaginava lontana nel tempo. Sola, lei e questo figlio segreto. ” Un maschio. Sara’ un maschio e somigliera’ a lui “. Il pensiero scivolo’ sull’immagine di se’ durante il parto. Nonostante tutto, era felice. Accenno’ involontariamente un sorriso tirato, e un silenzio assordante si sedette sul sedile posteriore accompagnandoli per tutto il viaggio.

Un crampo doloroso la riporto’ al presente. L’odore acre del sangue era pregno di speranze svanite.

Carlo sembrava distante anni luce da quel futuro che avevano sognato insieme.

Se solo le avesse chiesto qualcosa. Il perche’ di quella continua domanda. O se solo le avesse preso la mano, come aveva sempre fatto, per dirle “ Amore mio “. Allora si, gli avrebbe raccontato tutto.

Gli avrebbe detto del bambino. Avrebbero gioito prima, e pianto poi per averlo perso. Insieme.

Il cuore di Nina era una foglia nel vento. Viaggiava senza meta da una sensazione all’altra. Senza fermarsi.

“ Chiamami ti prego. Cercami. Chiedimi. Resta con me. No. Sparisci. Ti dimentichero’ come tu hai dimenticato me. Sara’ facile e tu non saprai mai di questi giorni “.

Il tempo era fermo in un limbo di confusione. Che fare? A chi gridare questa inquietudine, questa perdita, questa totale sconfitta di vita?

Carlo, il bambino, l’amore, il futuro. Tutto era perduto. Lui non chiamava da giorni e lei s’era chiusa in una caverna di silenzio.

Si alzo’ lentamente. Un lamento usci’ a bocca chiusa. Sembro’ il cigolio d’assestamento di un vecchio mobile. L’acqua calda comincio’ a scorrere nella vasca e un rivolo di sangue percolo’ sulla gamba.

Pianse. E tra le lacrime senti’ forte la voglia di chiamarlo. Prese il telefono, compose il numero e riaggancio’ prima che questo cominciasse a squillare.

Si immagino’ patetica. Una figura di donna senza orgoglio, che chiama cercando consolazione. Una telefonata ricolma di puro pietismo.

“ NO. Io non sono questa “.

Si immerse nella vasca e lascio’ che l’acqua le coprisse il viso.

In quello spazio ristretto, una decisione prese a galleggiare.

“ Silenzio. Questo ti daro’. Distanza per distanza. Il mio niente per il tuo. La mia assenza per la tua. E poi un giorno tornerai. E io ti diro’ questo momento. Trovero’ le parole. Trovero’ il modo “.

Si senti’ svanire. Confondersi con l’acqua. Come se il confine di se’ non fosse delimitato.

Un disegno a matita quasi cancellato. Si senti’… niente.

Continuava a immaginare il momento in cui lui fosse tornato. Le avrebbe detto che aveva sbagliato a lasciarla e che lo vedeva ancora quel futuro con lei. Avrebbero avuto un altro figlio e lui lo avrebbe definito ” Un capolavoro “. E lei sarebbe affogata in un pianto dirotto, scevro di segreti.

Usci’ dall’acqua e si aggrappo’ a l’immagine di lui. Passo’ la mano sullo specchio e tra le lacrime del vapore si scopri’ a sorridere.

Glielo avrebbe detto, un giorno. Quel giorno.

Giro’ la chiave e apri’ la porta. Usci’ silenziosa come un felino. Lasciando perdersi nel vapore alle sue spalle un’unica parola… “ Forse “.

Il cuore di Nina

Nina guarda il cielo e il cielo guarda lei. Oggi non si piacciono.

Piove una pioggia fitta, continua, sporca, sotto un cielo d’ottone. C’e’ odore di asfalto  e terra. Una tenaglia troppo stretta alla gola. Vorrebbe rientrare in casa, per non sentire l’acrimonia dell’aria, ma rimane ferma, in piedi al centro del giardino escludendo il mondo dai pensieri e se stessa dal mondo.

E’ l’ultimo temporale d’agosto. Nina alza la testa e spalanca le braccia come a dire ” Eccomi “, come a dire ” Eccoti “.

Se solo l’acqua potesse lavar via l’anima e con lei tutti i ricordi della vita. Questo prega in cuor suo, Nina, con gli occhi chiusi e la pelle trafitta da aghi di rame e piombo che arrivano dal cielo.

” Cristo salvami l’anima e la mente. Rendimi vuota e libera. Non voglio amare, non voglio ricordare. Dammi odio o fammi morire ti prego prima che il petto si laceri ”.

Sul viso intorpidito, ormai l’acqua non pungeva piu’. Scivolava leggera confondendosi alle lacrime e al pensiero della sua vita sprecata, del suo tempo perduto e al ricordo di ogni volta che si era sentita come se qualcuno l’avesse lasciata al buio in un bosco.

Non lo sosteneva piu’ il peso dell’abbandono. Questa collezione di rifiuti dagli altri era iniziata troppo presto. Da bambina. Eppure era sempre stata bella e piena di amore e voglia di rendersi bella anche la vita, per forza. E di rendere migliore anche quella degli altri. E lo aveva fatto. Tutti avevano preso da lei… e se n’erano poi andati. Tutti, indistintamente, avevano preso un pezzo del cuore di Nina senza mai restituirlo o barattarlo con altro.

” Guardami adesso, Dio. Un involucro di carne e pelle. Senza anima ne’ cuore. Questo sono, questo saro’ da oggi. E maledico i cani che hanno sbranato tutto cio’ che avevo, lasciandomi sola a guardarmi le spalle da altri cani. Saro’ un’anfora di sabbia e sale alla quale non potranno piu’ attingere. E maledico l’amore.  E maledico la vita. E maledico… e maledico… e maledico. E invoco la morte per restituirti questo vuoto che m’hai costretta a vivere ”.

” E SIA ” . Sembro’ rispondere il cielo con un unico, assordante boato.

Il cielo livido divenne nero. Il vento cesso’ di soffiare e per una frazione di secondi anche la pioggia sembro’ rimanere sospesa. In quell’attimo tutto fu fermo. E in quella apparente immobilita’ del mondo, come a una neve a primavera, Nina senti’ l’universo chiudersi intorno a lei, avvolgendola come un gioiello. Qualcosa di oscuro camminava sotto la pelle, entrava nel costato e scorreva nella vene. Il cielo si chiudeva, lo spazio rimpiccioliva e il cuore di Nina si piegava su se stesso, lasciando fuori l’amore. Chiudendosi per sempre.

( Sabrina S. )