Cosi’!

  • In matematica non sono brava. Perdo il conto delle foglie dei rami e per le stelle ogni volta ricomincio da capo. Non riesco a misurare il salto delle cavallette e non so la formula per il perimetro delle nuvole. Il calcolo di quanta neve sia caduta mi sfugge e anche di quanta ne possa reggere un filo d’erba. La somma dei passi per arrivare al mare non mi riesce e mi chiedo se per il ritorno devo fare una sottrazione. Ho diviso il numero dei semi per i frutti il risultato è una nuova foresta e ne avanza qualcuno. Se moltiplico le giornate di sole per quelle di pioggia ottengo più di sette stagioni e non so quante settimane. La matematica mi confonde. Come misura del mondo è strana. Per quanti conti si facciano qualcosa non torna mai pari. Due finestre fanno una vista? Quattro muri sono una casa? Noi siamo i nostri centimetri, chili, litri? Quanto pesa un segreto? Quanto misura una risata? E l’area del cuore come si calcola? (Azzurra d’Agostino – “La misura del mondo”)
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Di amori, conseguenze, parolacce… e altre cose che si mangiano!

cucina
“ Nessun problema e’ irrisolvibile di fronte a una cena preparata con amore. Le persone vanno prese per la gola.” Quante volte sua madre, che era una cuoca eccellente, le aveva ripetuto queste parole. E infatti Tonia voleva prendere Michele per la gola. Stringergli le mani intorno al collo e strappargli via la faccia dalla faccia. Uccidere quella freddezza che era nata sul suo volto nell’ultimo mese e rimodellargliene un altro. Plasmargli di nuovo il suo bel sorriso e ritrovare le antiche atmosfere. Capirsi al primo sguardo, ridere di qualcuno che non fosse presente, parlar male di altri assenti e vivere con l’assoluta consapevolezza di essere irrimediabilmente plasmati l’un l’altra. Ma che era successo? Perche’ era passato da “Amore mio” a tanto distacco? Quando erano insieme, Michele tentava di sembrare maledettamente sereno ma lei sentiva, sapeva che qualcosa si era ineluttabilmente compromesso, spezzato. A Tonia il freddo camminava sotto la pelle e, nonostante fuori imperasse ormai la primavera, non poteva non sentirsi catapultata in un inverno infinito. Era sempre cosi’, ogni volta che Michele era stanco o deluso o inquieto, il gelo gli trapelava dai pori e gli occhi gli si facevano piccoli e velenosi, vitrei e fissi come ce li hanno i serpenti. Pensava, Tonia, che forse il cuore di lui era stato nutrito a rancore e rabbia e, per questo, l’amore non aveva mai davvero attecchito al suo interno. La sua anima e tutto il bello che un’anima che si rispetti ha insito, non era libera di provare. L’amore che Michele da anni dichiarava a Tonia non era che un insieme di pensieri positivi, di benessere psicofisico, seppur altalenante, e di prospettive per un futuro in compagnia di qualcuno.
La verita’, l’unica che prendeva piede nella mente di Tonia, era che Michele non volesse morire solo. Che avesse scelto lei, che era una donna carina e con una discreta cultura, non per amore ma per contrastare il proprio senso di solitudine.
Con un carattere di merda come il suo, d’altra parte, sempre pronto a criticare tutto e tutti, sempre a lamentarsi di qualunque cosa, chi avrebbe voluto vivergli accanto? E infatti tutte le sue storie se n’erano andate a finire a puttane. Le donne che gli erano mal capitate, prima o dopo, erano fuggite alla ricerca di un uomo piu’ dolce, piu’ sereno e anche piu’ divertente. Tonia no! Con i sentimenti al limite dell’idiozia, si era lasciata amare da Michele nel modo sbagliato, convinta di poterlo cambiare, nel modo piu’ sofferente, convinta di vivere un amore passionale. Si era lasciata amare per compagnia. Eppure era rimasta. Incastonata come una pietra in un anello antico, e voleva ancora rimanere. Viveva quell’amore come una testimonianza, perche’ si puo’, si deve cambiare e scendere a infiniti compromessi, con fatica anche ma con uno scopo comune. E intanto preparava un’altra cena, inconsapevole del fatto che sarebbe stata l’ultima.
Era tardi. Michele stava arrivando e lei era ancora alle prese con i tentacoli delle seppie. Collosi e disgustosi, le si intorcinavano alle dita formando viscidi anelli. Il pesce era ancora da preparare e le verdure da lavare. Ma come diamine aveva potuto ritardare in quel modo? E va bene, d’altra parte Tonia il ritardo ce lo aveva nei geni. Le mancava proprio l’orologio interno, oltre a quello da polso. Era talmente abituata a rincorrere sempre il tempo che sicuramente sarebbe anche morta con qualche giorno di ritardo, e nessuno se ne sarebbe sorpreso.
L’odore dell’aglio rosolato, indicava il momento di aggiungere i pomodori, poi il sale, ma poco perche’ Michele mangia sciapo, poi le seppie e infine il vino per sfumare. Avrebbe potuto preparare un primo piatto di pesce, delle linguine allo scoglio o degli ottimi spaghetti con tonno fresco, zucchine e finocchiella selvatica, ma Michele non mangia la pasta, la sera, dice che gli fa venire mal di schiena. No, non mal di stomaco, proprio mal di schiena. L’attinenza tra la pasta e la schiena, Tonia non riusciva proprio a capirla. Intanto il pomodoro si separava dalle bucce e un sugo profumato cominciava a invadere la cucina.
“CRISTO… IL POMODORO!”. Michele non mangia pomodoro, la sera, e forse neanche di giorno. Dice che gli disturba qualcosa. Boh… forse l’orecchio sinistro. “E ORA?”. Con scatto felino verso il cassetto delle posate, Tonia afferra una forchetta e inizia a togliere tutti i pomodori, ma il sugo ormai e’ fatto e le seppie sono di un rosso meraviglioso e contrastano il giallo ansia della faccia di lei. Potrebbe togliere il sugo con un cucchiaio ma poi i crostini al sugo di seppia diventerebbero crostini alle seppie senza sugo. Ormai, una parte della cena e’ andata a farsi fottere. Tonia si dirige verso il frigo e afferra una busta di lattuga. Michele ne mangia tanta di insalata e gli piace di piu’ se dentro c’e’ anche il finocchio. “Dov’e’ quel maledetto finocchio?”. Era sicura di averne uno, da qualche parte. Eccolo! Tonia lo agguanta ma quello non vuole venir via. E’ completamente attaccato al fondo del frigorifero da una massa informe di ghiaccio.

“Ma che ha questa giornata?”. Si ripeteva mentre imprecava contro un povero finocchio e prendeva a calci il frigo.
“Va bene, frocio d’un vegetale. Torno piu’ tardi, intanto cerco altro!”
Lo sguardo si accese di fronte a un cestino di pomodorini freschissimi e poi si spense nuovamente… “PERCHE’ SE MANGIA QUESTI CAZZO DI POMODORINI, POI GLI FANNO MALE I PIEDI!”
A ogni imprecazione verso ortaggi, carboidrati, piedi, orecchie, schiena e Michele stesso, lo stomaco le si rimpiccioliva dando micro crampi continui. Non avrebbe mangiato nulla, quella sera, come da un mese a quella parte. Qualcosa, dentro di lei, offuscava ogni pensiero o gesto positivo e tutto andava inevitabilmente storto. Prese delle carote e comincio’ a farne rondelle per l’insalata.
Davanti a lei il cesto della frutta . Poteva preparare una macedonia. La mascella cadde inevitabilmente a terra. Michele, negli ultimi giorni, si era lasciato convincere da un tipo strano che in televisione dichiarava, a puntate, che la frutta e’ nociva a seconda del proprio gruppo sanguigno.
Hai il gruppo A? GUAI A TE SE TOCCHI LE ARANCE. Hai il gruppo B? SE MANGI L’UVA DIVENTI CIECO… e altre stronzate simili. Ma se fossero state vere? Tonia era terrorizzata. Magari gli offriva una mela e Michele moriva all’istante. Era pure di stazza robusta. Chi ce la faceva, poi, a toglierlo dal pavimento?
“Per carita’, niente frutta!”
Con la mente che vagava altrove, spense il fuoco sotto il tegame con le seppie e comincio’ a pulire il pesce. D’un tratto senti’ il citofono. Michele era al cancello. Lei era spettinata e sapeva di orata. Non c’era il tempo di darsi una sistemata e alla radio era appena finita una delle loro canzoni d’amore, per dar spazio alla pubblicita’ di uno stronzissimo aspirapolvere. Non poteva aspettare un paio di minuti? Giusto il tempo di farlo entrare in casa e di fargli ricordare che quella canzone gliel’aveva dedicata lui, migliaia di volte? Che poi, ma chi e’ che si mette ad ascoltare la pubblicita’ di un fottuto aspirapolvere? Ormai la gente fa la spesa al supermercato e raccoglie i punti. Con quelli ti regalano un fantastico aspirapolvere di marca sconosciuta che non aspira niente, ma almeno hai la sensazione di aver fatto un grande affare, perche’ teoricamente non lo hai pagato.
Corse ad aprire la porta, prima che lui arrivasse, e torno’ in cucina per farsi trovare ai fornelli. Chissa’ perche’, Tonia aveva sempre avuto l’impressione che quella fosse una delle cose cui Michele ambiva. Tornare a casa stanco dal lavoro e trovare lei intenta a preparargli la cena. Finire di prepararla insieme e poi mettersi a tavola a mangiare e raccontarsi la giornata. Magari guardare un film, andare a dormire e poi… chissa’?
Michele entro’ in cucina, lei si volto’ e gli lancio’ uno dei suoi sorrisi a 237, 09 periodico denti, aspettandosi 24000 baci di resto. Eccolo, si avvicinava a lei con un cenno di sorriso.
“Arrivano tutti e 24 mila!” pensava Tonia con gli occhi languidi.
– smichittifisigi –
Fu il suono di un piccolo sfiorarsi di labbra. Una cosa secca, come una prugna rimasta sola in una confezione dimenticata da mesi nella credenza.
“ Cazzo e’ ‘sta roba? Perche’ non mi prendi e mi sbatti sul tavolo da cucina, in mezzo alle orate e alle seppie col pomodoro senza pomodoro?” Penso’ lei raccogliendosi la mandibola da terra e mostrando il volto di chi invece sta dicendo: “Ciao amore, ben tornato a casa. La cena e’ quasi pronta. Mettiti comodo che ti preparo un drink e ti porto pure le ciabattine!”
Lui le diede le spalle e mise sul tavolo una busta piena che aveva portato con se’.
“Ti ho comprato un po’ di cose.” disse.
Un tempo, solo una volta in realta’, le aveva portato dei fiori quando lei lo aveva invitato a cena.
Ora Tonia apriva la busta e il complesso della casalinga cominciava a entrarle nelle ossa.
“Ma guarda, della pasta, del caffe’… persino delle zuppe gia’ pronte. Grazie, non dovevi, davvero. Mettiti comodo, ti preparo un drink. (Le ciabattine te le servo insieme alle seppie) Ho del vino bianco in frigo”.
Stappo’ lui, il vino e ne verso’ per tutti e due. Poi si mise ad apparecchiare la tavola e si offri’ di aiutarla a finire di cucinare.
“Scusami” esclamo’ lei con aria mortificata, “Ho dimenticato che i pomodori ti fanno venire il gomito del tennista. Ho provato a toglierli ma ormai il sugo era fatto. Pero’ ho comprato delle orate freschissime.”
PORCA TROIA… Le orate si stavano bruciando. Mioddio che cena di merda!
Le persone si prendono per la gola ma forse era meglio una minestrina con il brodo di dado. Anzi no, niente dado, Michele non lo mangia perche’ gli esaltatori di sapidita’ sono pieni di schifezze. Meglio il sale, ma non un sale comune… che quello e’ pieno di piombo. Sarebbe meglio fare un salto nella zona sudoccidentale della Bolivia e prenderne un pizzico nella distesa di sale di Uyuni.
(Pensa che cuyuni)
Per fortuna c’era l’insalata, un kg e mezzo.
Quando si misero a tavola, le seppie erano gommose perche’ le aveva spente troppo presto e galleggiavano nel sugo di pomodoro ( solo a vederlo, Michele ebbe un attacco di orticaria sotto il cavo popliteo della gamba destra); Le orate erano stoppacciose, con un retrogusto di carbonella da campeggiatori, l’insalata sapeva di ghiaccio, grazie al finocchio (qualcosa di duro le spacco’ quasi un dente. Era un pezzo del frigorifero) E il vino era finito prima della cena. Lo aveva bevuto lei per calmare l’ansia da prestazione in cucina.
Tutto era andato esattamente come non avrebbe dovuto. Peggio di cosi’ non poteva accadere. O forse si’?
Si alzarono da tavola e sparecchiarono in silenzio. C’era poco da dire. Michele era in guerra con uno stuzzicadenti, troppo impegnato a togliersi una seppia sana dai molari inferiori per dire anche solo una parola. Tonia sgranava parole in una sorta di giaculatoria. Pregava che lui non se ne andasse subito e che la rassicurasse sui suoi sentimenti per lei, nonostante tutto, oppure che le dicesse chiaramente di non amarla piu’. Non era mai stata capace di vivere al centro delle cose. Doveva avere sempre risposte sicure e ferme, alle sue domande.
“Mi ami?” La risposta doveva essere si o no. Non potevano esserci vie di mezzo. Se fosse stata si, Tonia avrebbe affrontato qualunque periodo difficile, con coraggio, perche’ lei, Michele, lo amava davvero molto. Se fosse stata no, Tonia avrebbe accettato la nuova situazione, con altrettanto coraggio e poi sarebbe scomparsa, arruolandosi nella legione straniera, e lei, Michele, lo avrebbe odiato davvero molto.
Nei giorni passati era stato talmente algido che ora che sedevano uno accanto all’altra sul divano, Tonia non sapeva se lasciarsi andare a un tenero abbraccio o rimanere rigida come era lui, che sembrava avere una scopa che lo affliggeva proprio dove il sole non va mai a battere. Poi prese coraggio e appoggio’ la testa nell’incavo del suo braccio. Sentiva il peso di mille domande che voleva porgli. Era alla stregua di un gheriglio sotto la pressione dello schiaccianoci. Gli diede un bacio sulle labbra (smichittifisigi) e chiese timidamente: “Mi vuoi bene?”. Lui continuo’ a guardare la televisione annuendo leggermente con la testa. Sembrava uno di quei cani che si mettono sul cruscotto posteriore, che dondolano la testa quando l’auto e’ in movimento. Aspetto’, tentennando a porre altre domande, finche’ non si addormento’ ancora accucciata tra le braccia di Michele mentre lui guardava un film d’azione. Non era ancora mezzanotte quando lo senti’ alzarsi dal divano e infilarsi la giacca. Stava andando via, come da casa di amici. (La festa e’ finita… gli amici se ne vanno)
“Resta” – disse Tonia con il petto che sembrava spaccarsi per paura della risposta.

“No” – rispose lui, spaccandoglielo in due meta’ esatte.

“Perche’?”

“Perche’ dormo male nel tuo letto. Ci sono le molle e le sento tutte nelle schiena.”

Tonia avrebbe voluto rispondergli che non erano molle, ma pomodori e che ce li aveva messi lei, sotto il materasso, solo perche’ in quel periodo lo odiava come un callo sul mignolo del piede.

Invece chiese:

– “E’ solo questo il motivo? Dimmi la verita’.”

– “Si, solo questo!”

– “Ma che c’e’ un’altra persona?”

– “ Ma quale altra persona? Non c’e’ nessuna… ne’ nuova, ne’ vecchia, ne’ usata.”

(Usata? ma… tipo una macchina o una giacca comprata al mercato delle pulci?)

– “Allora mi ami?”

– “Non cominciamo eh!”

– “ Non cominciamo cosa? Mi ami o no?”

– “ Senti, il sentimento c’e’ sempre ma non e’ che tutti quelli che si amano stanno insieme.”

(Ma che cazzo sta dicendo?)

Tonia era basita. Se due persone si amano, perche’ non dovrebbero stare insieme? La conosceva, lei, la verita’. Sentiva che dietro quelle parole c’era l’ombra di un’altra donna, altrimenti lui non l’avrebbe mai lasciata. Oppure, Michele, semplicemente non l’amava piu’ e non sapeva come dirglielo. Cosi’ Tonia glielo chiese direttamente.

– “ Facciamo cosi’, perche’ non mi dici che non mi ami e la finiamo qui?”

Michele non disse niente ma la sua espressione indicava che non era cosi’, mandando Tonia nel pallone totale.

– “Ma che ci vuole, perdio? Di’ che non mi ami. Se non lo dici mi rimane addosso la speranza che sia solo un brutto momento, che passera’, perche’ mi ami.”

– “Ti posso solo dire che non e’ piu’ come prima. Qualcosa e’ cambiato.”

– “Non e’ piu’ come prima… E com’e’?”

Michele ando’ via quella sera, senza dare risposta, lasciando Tonia nel mezzo di una cosa che non era concreta e non era astratta. Un limbo di parole sospese, di intuiti confusi e domande insoddisfatte. Il tempo passava e tutto l’amore di lei cominciava a tramutare in un dolore insopportabile, in qualcosa che non avrebbe potuto diventare altro che profondo odio e disprezzo per lui e per le promesse disattese. E avrebbe passato il resto della sua vita a maledire quella di lui. Lo avrebbe maledetto nelle lunghe notti insonni, nei giorni chiusi in casa a guardar fuori dalle finestre socchiuse, e lo avrebbe maledetto nei rari momenti di sonno. Lo avrebbe sognato e maledetto, pensato e maledetto, nominato solo per maledirlo, e se qualcuno avesse fatto il suo nome, Tonia avrebbe maledetto anche lui.
Michele era diventato un mostro, per lei. Le aveva divorato il cuore e ci si era costruito una tana per continuare a divorarla da dentro. Lei non rispondeva piu’ al telefono e raramente parlava con qualcuno. Si era chiusa quasi del tutto, per poter vivere con il suo mostro cattivo nel petto, nutrirlo di rabbia e dolore, per non farlo morire e per non dimenticarlo mai. Voleva non amarlo piu’, e l’unico modo era quello di trasformarsi nello stesso mostro che era lui… per essere di nuovo plasmati, per essere di nuovo “Uno”.
Le persone si prendono per la gola. Tonia ripensava spesso a quell’ultima cena con Michele, che nel frattempo aveva cambiato casa. Lo immaginava tornare stanco dal lavoro e dare un bacio a una nuova compagna. Lei gli avrebbe preparato un drink, portato le ciabattine e preparato una cena a base di pomodoro. Lui avrebbe avuto le convulsioni, cecita’ completa a un occhio, Herpes genitalis guaribile in 30 giorni, salvo conseguenze (ma poi gli sarebbero arrivate anche quelle), Herpes simplex, pellagra, colera, eruzioni cutanee, paralisi di un arto inferiore e uno superiore (a scelta), asma, dolori intercostali simili a infarto, acufeni, irsutismo alle orecchie (tipo Koala), impotenza, acne rosacea, orticaria pigmentosa, elgoni, impetigine, lebbra e demenza senile. E qualche volta, forse, si sarebbe ricordato di lei.

Queste mie parole

ballerina

Ci sono parole cuneiformi, che incidono ricordi la’ dove fanno piu’ male. In mezzo al petto, non nel cuore, ma tra le costole, dove le fitte danno dolore senza uccidere. Arrivano da dentro e le sento spezzarmi le ossa e incunearsi nel costato. Cercano di venir fuori, spinte da un magma pregno di rabbia e, al contempo, di amore, di frustrazioni, di vita passata, di desideri irrealizzabili e di altri irrealizzati. Spingono in salita, come certi pesci che risalita la corrente vanno a morire dove sono nati. Ho tutte queste parole, bloccate in gola o incastrate tra i denti che le masticano e ringoiano all’infinito, e fanno male come una carie, perdio. Giu’, state giu’. Silenziose e nascoste, buie come certe ombre al di la’ della luna.  Ho bisogno di un posto, senza luce ne’ eco. Voglio un luogo per nascondermi, per proteggermi. Sarei la ballerina di un vecchio carillon di cui si e’ persa la chiave, e che nessuno ascolta piu’. Uno scrigno chiuso.

 

Artigianato famigliare

Ti ho cucito un vestito di parole.
Ho srotolato la s per farne filo
la i mi fece d’ago
con la x ho tagliato un tessuto resistente
con le u e le c ho smussato gli angoli,
rinforzato i bordi, scoperto trame.
Dalla o ho ricavato un collo importante.
Ho adattato due p alle spalle,
per ogni gamba una flessibile L
Ho scelto accuratamente tra tutti gli alfabeti
fresco, tepore, vestibilità, adattabilitá.
Mi sfuggì la t. Fuori controllo,
percoteva la tua pelle battendo
a caso la tua indifferenza e mi facevo guerra.
E poi e ancora, senza arte né parte, con
candore, speranza, tenacia, pudore,
io ricucivo un vestito di parole
costeggiando, nuda, la pericolosa follia
di voler vestire l’anima.

Vento di Scirocco

– ” E se la paura non fosse stata tua, Valeria, di scavarci le carni per scoprire il colore dell’anima, saresti ancora mia? ”

 

– ” Sono tua, nell’unico modo in cui so esserlo. Eterna, vivo di spalle in un disegno che tu hai creato. Guardami, in un giorno senza sole. Accosta le tue labbra sulla curva dei miei fianchi. Nell’oscurita’, come sempre siamo stati. Noi due, soli “.

 

– ” E se ti avessi trattenuta, Valeria, nella nostra stanza nascosta, tra le statue di cera e il profumo del gelsomino… avresti guardato l’orologio di madreperla con la voglia di sempre di restare e fuggire al contempo? “.

 

– ” Eterna, vivo di spalle in un disegno che tu hai creato. Mai sono fuggita. Rimarro’ imprigionata, tra il nero di seppia e la tela. Toccami, al chiarore di Sirio. Solca la piega delle mie scapole e desiderami, come allora “.

 

– ” E se ti avessi detto, Valeria, che il tuo respiro come un vento di Scirocco, muoveva i pensieri nelle calde maree delle mie sensazioni, infrangendo il desiderio di te sulle scogliere della mia mente… Avresti soffiato ancora, mentre sognavo sul tuo giovane seno, tra i miei capelli d’argento? “.

 

– ” Eterna, vivo di spalle in un disegno che tu hai creato. Di spalle, perche’ tu possa ricordare i miei occhi, come li vuoi. Di spalle, perche’ le mie labbra siano serrate per sempre, e le mie parole… siano in realta’ le tue. Di spalle, perche’ tu possa non vedere le mie lacrime e ricordare che tu fosti… il disertore del nostro gravoso sentire. Ora guardami, nella curva del collo, nella pece dei capelli, nella gambe non finite. Cercami e pensami tua, per sempre. Sono il ricordo e il rimpianto che vuoi. Eterna. Sono il disegno che tu hai creato “.

 

 

 

( Sabrina S. )

Io speriamo che me la cavo

  Che tiene ra dicere… chi nun campa e chi nun more?
Chi tutto ‘o jurn’ se trascina e chiagne
Chi passa a nuttata a ‘nventasse a jurnata
e po’ trova ‘no cucciolo ‘e cristiano…e tene ancora ‘a forza ‘e pensa’..c’a vita e’ bella accussi’? Che tene ra dicere?
Niente. ‘A vita accussi’ ha da esse, comme ‘na femmena annammurat’. Calda, c’a tiene ‘a passione ‘n cuorp’… e ca’ va faciend’ ‘a stronz’, c’a te fa ncazza’. Si accussi’ nunn’ e’…vole dicere ‘na cosa solamente: Chist’ nunne’ a vita mia…e me n’aggi’a truva’ n’atra…
L’anema ‘e chi t’e’ muort !

( Sabrina S. )

I bambini di Sant’ Anna

Dormono le case buie, silenziose nella valle.Giacciono ormai i corpi e gridano le anime su Sant’ Anna esasperata. Umile veste lacera,indifesa tra le fiamme, chini il capo al passo armato. Pavido bandito, commediante col tuo boia.Non si odono le voci nè le corse del candore.Non torna l’esultanza di un girotondo di purezza, che guerra spazzò via, in un giorno d’innocenza.

( Sabrina S. )

( Sant’ Anna di Stazzema – 12 agosto 1944 )

Nero di pece

Nero di pece su ieri e domani. Son dama morente in un antico maniero al cui sguardo non sfugge l’amor disertore. Giara di sale trascino sul ventre, che il miele è disperso nella casa del dubbio. Nero di pece su ieri e domani. Son dama danzante in una torre di vetro. Raccolgo le piume di un animo amaro, foggiando le ali..mio solo riparo.

( Sabrina S. )