Risvegli

Muoveva le braccia in maniera scoordinata, tentando di tenere la testa fuori dall’acqua. Non c’era vento e il lago era immobile, eppure Nina sentiva di affogare.  Era certa di non essere in un punto dove l’acqua fosse troppo alta. Con la punta dei piedi poteva sfiorare il fondale vischioso. Un masso era li’, fermo, da qualche parte. Lo aveva toccato un attimo prima, azzardando una spinta verso la superficie. Poi lo aveva perso. Eppure non c’era corrente che potesse spingerla altrove. Tutto era fermo fuori dall’acqua, e tutto era vivo sotto di lei. Come se la superficie fosse il confine di due mondi distinti. Guerra e pace, ordine e caos, bianco e nero. Con gli occhi sgranati, Nina poteva afferrare i particolari di quella immobilita’ che la circondava. Le foglie dei pioppi rimanevano ancorate ai loro rami, il cielo terso era una linea dritta nel quale spiccava una sola nuvola, tonda e soffice come ovatta. Le fronde di un salice bianco sembravano protendersi verso una lastra d’acqua impassibile. Tutto era piatto, come se dietro gli alberi ci fosse il nulla, come se il cielo arrivasse solo fin dove i suoi occhi arrivavano a vederlo. Non un insetto, un uccello, un rumore. Nina guardava un paesaggio statico e privo della sua realta’ tridimensionale. Era come affogare nel disegno di un bambino.  Mentre le alghe le afferravano le caviglie come mani robuste, lei tornava alla ricerca di quel masso allungando le gambe verso il fondale. Il collo del piede si inarcava e le dita si contraevano per i crampi.

Nessuna percezione del tempo. Nessun senso dell’orientamento. Cercava quella pietra con l’orecchio teso, come fosse una voce familiare pronta a darle indicazioni. Non udendo alcun suono Nina cominciava ad arrendersi a quel destino e al silenzio della profondita’. L’acqua le copriva il viso. Gli occhi si aprirono e guardarono il mondo dietro lo specchio. Ogni cosa era ancora ferma al suo posto. Nuvola, salice, pioppi. Il cielo era rimasto una retta azzurra su un rettangolo di carta e, in quell’assenza di variazione, Nina come Ofelia, fluttuava nella pace della sua sorte.  Senza alcuna paura, come attratta da quella vita subacquea, Nina lasciava che le vesti, ormai intrise e appesantite, la trascinassero giu’, nell’oscurita’ del lago.

Apri’ gli occhi di scatto, rimanendo per qualche istante a cercare il soffitto nella penombra della stanza. Le immagini del sogno erano cosi’ nitide che tratteneva il rispiro, come se l’acqua ancora la coprisse. Poi il battito cardiaco comincio’ a rallentare e il respiro si fece regolare. Nei suoi sogni Nina era spesso in pericolo. L’inquietudine del vivere quotidiano affondava le radici nel suo inconscio, e questo le trasmetteva immagini della sua vita da altre angolazioni. Cio’ che Nina si rifiutava di vedere da sveglia, era costretta ad affrontarlo di notte.

L’orologio lampeggiava le tre quando Nina comincio’ a ripercorrere le immagini di quel film notturno. Ormai era inutile nasconderlo, la sua vita era in pericolo. Tutta la sua esistenza galleggiava sulla superficie di quel lago, al confine tra una realta’ statica e una forza vitale nascosta nella profondita’ di se stessa. Sopravviveva, persa tra i capelli di un Giano bifronte. A troppe cose aveva rinunciato pur di vivere la serenita’ del disegno di un bambino. Aveva rinunciato a se stessa, a quei vortici impetuosi e improvvisi che solo la natura di un lago puo’ creare.

Cercando di creare una vita perfetta a tutti i costi, aveva finito per rovinarla. Anche Carlo se n’era accorto, per questo non l’amava piu’. Non era piu’ lei. Aveva abbandonato la sua personalita’ per dare a lui la serenita’ e la pacatezza di un rapporto stabile, e lui aveva perso ogni attrattiva. Percependo la sua debolezza, Carlo aveva preso potere. Non avendo piu’ alcun rispetto per i sentimenti di lei, entrava e usciva dalla sua vita continuamente, destabilizzandola ogni volta. Rinunciando a se stessa per Carlo, Nina aveva sbagliato. Aveva perso entrambi. Qualcosa pero’ accadeva ora nelle viscere. La voglia reale di riprendersi tutto cio’ che aveva lasciato. Prendeva piede la nostalgia per quei vortici interni che le avevano sempre concesso di affrontare sfacciatamente la vita.

Nina sentiva il bisogno di tornare ad essere cio’ che non era piu’. Carlo voleva andarsene? Non sarebbe stata certo lei a fermarlo. Non piu’. Addio Carlo, bentornata Nina.

L’alba entrava in punta di piedi, dietro le tende. Nina chiuse gli occhi e si immagino’ nuotare nel lago di quel sogno. Un vigore antico tornava a far breccia nel suo cuore, nella sua anima, sotto la pelle.  Non sarebbe stato difficile…  tornare ad essere.

( Forse )

Annunci

Il cuore di Nina

Nina guarda il cielo e il cielo guarda lei. Oggi non si piacciono.

Piove una pioggia fitta, continua, sporca, sotto un cielo d’ottone. C’e’ odore di asfalto  e terra. Una tenaglia troppo stretta alla gola. Vorrebbe rientrare in casa, per non sentire l’acrimonia dell’aria, ma rimane ferma, in piedi al centro del giardino escludendo il mondo dai pensieri e se stessa dal mondo.

E’ l’ultimo temporale d’agosto. Nina alza la testa e spalanca le braccia come a dire ” Eccomi “, come a dire ” Eccoti “.

Se solo l’acqua potesse lavar via l’anima e con lei tutti i ricordi della vita. Questo prega in cuor suo, Nina, con gli occhi chiusi e la pelle trafitta da aghi di rame e piombo che arrivano dal cielo.

” Cristo salvami l’anima e la mente. Rendimi vuota e libera. Non voglio amare, non voglio ricordare. Dammi odio o fammi morire ti prego prima che il petto si laceri ”.

Sul viso intorpidito, ormai l’acqua non pungeva piu’. Scivolava leggera confondendosi alle lacrime e al pensiero della sua vita sprecata, del suo tempo perduto e al ricordo di ogni volta che si era sentita come se qualcuno l’avesse lasciata al buio in un bosco.

Non lo sosteneva piu’ il peso dell’abbandono. Questa collezione di rifiuti dagli altri era iniziata troppo presto. Da bambina. Eppure era sempre stata bella e piena di amore e voglia di rendersi bella anche la vita, per forza. E di rendere migliore anche quella degli altri. E lo aveva fatto. Tutti avevano preso da lei… e se n’erano poi andati. Tutti, indistintamente, avevano preso un pezzo del cuore di Nina senza mai restituirlo o barattarlo con altro.

” Guardami adesso, Dio. Un involucro di carne e pelle. Senza anima ne’ cuore. Questo sono, questo saro’ da oggi. E maledico i cani che hanno sbranato tutto cio’ che avevo, lasciandomi sola a guardarmi le spalle da altri cani. Saro’ un’anfora di sabbia e sale alla quale non potranno piu’ attingere. E maledico l’amore.  E maledico la vita. E maledico… e maledico… e maledico. E invoco la morte per restituirti questo vuoto che m’hai costretta a vivere ”.

” E SIA ” . Sembro’ rispondere il cielo con un unico, assordante boato.

Il cielo livido divenne nero. Il vento cesso’ di soffiare e per una frazione di secondi anche la pioggia sembro’ rimanere sospesa. In quell’attimo tutto fu fermo. E in quella apparente immobilita’ del mondo, come a una neve a primavera, Nina senti’ l’universo chiudersi intorno a lei, avvolgendola come un gioiello. Qualcosa di oscuro camminava sotto la pelle, entrava nel costato e scorreva nella vene. Il cielo si chiudeva, lo spazio rimpiccioliva e il cuore di Nina si piegava su se stesso, lasciando fuori l’amore. Chiudendosi per sempre.

( Sabrina S. )

Avevo un coso di tra-verso !

Non trovo il verso della mia vita. Eppure una volta era li’… ne sono quasi certa. Li’, sul mobile all’ingresso. Ricordo perfettamente di averlo avuto tra le mani per un po’. Sai quando giri per casa, a vuoto, senza nulla da fare, nessuno a cui pensare, senza un film da guardare a meta’…o un libro noioso da non leggere? Trascini i piedi e ti infastidisci anche, del rumore che fai con le pantofole, ma continui a trascinarli per tutta la casa. E alla fine non sai piu’ chi trascina chi. Ti ritrovi questo coso in mano, il verso… e’ di quello che sto parlando, ed esattamente non sai che cazzo fartene. Cosi’ ci giochi un po’ a palla… Lo passi da una mano all’altra, lo lanci in aria. Fai pure lo stronzetto e fai finta di farlo cadere, per riprenderlo un attimo prima che si frantumi a terra. E poi ti rendi conto che, forse, i tuoi piedi si trascinano perche’ sei troppo pesante. C’e’ qualcosa il cui peso grava sulle tue gambe. E’ il coso, il verso, sempre di quello sto parlando. Bisogna poggiarlo da qualche parte. Giusto il tempo di riprendere fiato, di riacquistare le forze. Una tregua. … Giusto il tempo di perderlo. Coso di merda.

Il verso delle cose

E poi il vento cesso’ bruscamente. Le foglie rimasero ferme, come basite. Mille occhi verdi, accorti come a un tuono improvviso nel buio. La linfa degli alberi rallento’, e cosi’ il sangue di Nina. Immobile, col respiro sospeso a metà e l’orecchio teso verso la notte. Sotto le coperte, la temperatura aumento’ e il cuore comincio’ a battere al ritmo di riti africani. Senti’ chiaramente i pensieri frantumarsi come vetri sulle scogliere dei ricordi. Un pensiero, un ricordo, un vetro rotto. La notte dei cristalli.                                                     gemelle L’oscurità è priva di perspicacia. Tutto è confuso, tutto è deforme. Le ombre prendono vita e la memoria dell’essere delle cose perde il suo raziocinio. La manica del cappotto pende dalla sedia su cui e’ stato appoggiato. Il riflesso sul muro e’ un uomo chino su se stesso, con un  tubo in mano. Guardinga come un cane randagio, Nina inarca la schiena e piano viene su. Il suo stesso respiro e’ un rumore assordante e le gambe sembrano paralizzate.  C’e’ qualcosa nell’aria ferma. Non e’ sola, Nina, nella stanza che una volta era appartenuta a un altro corpo. E forse proprio quel corpo, ora, tornava a farvi visita. A controllare che tutto fosse come lei lo aveva lasciato. Ad assicurasi che nessuno avesse toccato le sue bambole, i suoi vestiti rosa, le sue fotografie, i suoi cuscini confetto.

Dopo la morte di Marta, Nina non aveva osato togliere nulla. Nessuno aveva azzardato, e ora, nella penombra, tutto era esattamente al suo posto, anche Marta. Nina la vide chiaramente.  Sdraiata con la testa rivolta verso la finestra chiusa. In un attimo le mani coprirono gli occhi. La testa continuava a dire no, muovendosi velocemente. Il respiro tornava caldo dalle mani premute con forza sul viso. E nella mente i cristalli finivano di frantumarsi.

” Non e’ lei, non e’ lei, non e’ lei… ” Eppure Nina pregava che lo fosse. Ne aveva paura, ma forse era un’occasione. Un’ultimo istante per dire qualcosa. Quell’unica cosa che Nina non aveva avuto il tempo di dire.

L’aria si fece piu’ densa. Fu come tentare di nuotare nella resina. E poi un peso gravoso sulle spalle, sulle braccia e le gambe. Per un attimo, senti’ il calore spostarsi altrove e il gelo  camminare sotto pelle.

Tra i cristalli rotti Nina cercava le parole e, non riuscendo a ricordare, ripercorse i momenti di tutta una vita vissuta in due…per poi restare una meta’. E di quella meta’, ancora un’altra meta’.

” Ecco, Marta… ” penso’ Nina con la mente ferma a un’immagine di mille anni prima, ” Sono stata l’altra meta’ di te, e ora… non so neanche essere la meta’ di me “.

Questo e’, perche’ cosi’ doveva essere. In cuor suo, Nina, aveva sempre saputo di essere la meta’ di qualcosa che non era gestibile. Una vita sacrificata a un’altra, niente di piu’.

” Marta, ti prego resta… o nessuno sapra’ mai che Nina esiste “. Ecco le parole che non aveva mai detto. La vita e la morte seguono un verso che non c’e’ dato di sapere.

Nina senti’ chiaramente aprirsi un varco di aria profumata di fiori, davanti a se’. Apri gli occhi e guardo’ il buio della cavita’ delle sue mani. Tento’ di dire qualcosa, quelle parole, prima che fosse tardi dinuovo.

All’ alba, tutto era tornato al suo posto. Anche Marta, e la resina e i fiori e l’aria gelida.

La vita di una segue il verso della morte dell’altra.

” Marta… ”

Nina riusci’ solo a bisbigliare il suo nome, ringhiottendo come sabbia tutte le parole.

E’ il verso delle cose.

Io speriamo che me la cavo

  Che tiene ra dicere… chi nun campa e chi nun more?
Chi tutto ‘o jurn’ se trascina e chiagne
Chi passa a nuttata a ‘nventasse a jurnata
e po’ trova ‘no cucciolo ‘e cristiano…e tene ancora ‘a forza ‘e pensa’..c’a vita e’ bella accussi’? Che tene ra dicere?
Niente. ‘A vita accussi’ ha da esse, comme ‘na femmena annammurat’. Calda, c’a tiene ‘a passione ‘n cuorp’… e ca’ va faciend’ ‘a stronz’, c’a te fa ncazza’. Si accussi’ nunn’ e’…vole dicere ‘na cosa solamente: Chist’ nunne’ a vita mia…e me n’aggi’a truva’ n’atra…
L’anema ‘e chi t’e’ muort !

( Sabrina S. )

Paola cento anime

paola 100 anime

” E poi la tua lingua gira intorno alla sua… in questo modo “.

La bocca di Paola si apre e la lingua si anima. Attraversa i denti come un verme che sbuca dalla terra, e leggera ruota nell’aria. A destra, a sinistra, su e giu’, e anche in diagonale. Senza logica.

” Perche’ hai gli occhi chiusi ? ti fa’ schifo? “. Chiede Nina ridacchiando. Lo sa perfettamente come si bacia, e sa anche perche’ si chiudano gli occhi in quei momenti. Ha quasi tredici anni, e il suo primo bacio lo ha gia’ dato. L’ha dato a Gianni, che ha due anni in piu’. Non perche’ le piaccia in particolar modo, ma perche’ di lui tutte dicono che baci bene. Tanto vale imparare da uno che sa come si fa. A Paola, pero’, piace il ruolo di insegnante e Nina la asseconda.

” Non essere stupida. E’ una cosa romantica. Lo fanno tutti. Quando avrai il ragazzo e lo bacerai, ricordati di chiudere gli occhi. I maschi si spaventano se li tieni aperti. Pensano che gli stai cercando i punti neri sulla faccia. E poi, se non ti piace il ragazzo, puoi sempre pensare di stare a baciare qualcun’altro “.

” Ma che dici? Se lui non mi piace, non lo bacio “.

” E’ inutile che fai la schizzinosa. Alla tua eta’ non te lo puoi permettere. Devi imparare. Lascia stare il vero amore. Quello non esiste. Me lo ha insegnato mio padre. Gli uomini vogliono solo scopare. Se tu non vuoi, a loro non importa, percio’ impara a farlo presto e con chiunque, cosi’ fai esperienza. Se lo sai fare, ti diverti anche tu e il tempo passa prima. Se no, fa’ solo male “.

” Io non potrei parlare con mio padre di queste cose “. Risponde Nina passando i lunghi ricci tra le dita.

Lo sguardo di Paola e’ una miniatura di cristallo. Lucente, e senza vita. Gli occhi neri come la pece e i capelli biondissimi spiccano su un viso fatto solo di pelle. Talmente magro da avere le rughe. Le occhiaie, cosi’ profonde a volte, da sembrare un trucco sbafato. Le mani grinzose e le unghie mangiate. La sigaretta sempre accesa e i denti un po’ macchiati. A sedici anni, Paola ne aveva cento… e sembravano mille. Eppure dietro il viso masticato, in un angolo nascosto, in un tempo non troppo lontano brillava ancora una bambina.

” Tu quante volte lo hai fatto? ” Nina non sente imbarazzo a parlare con Paola di queste cose. Aveva una  sorella piu’ grande, fino a poco tempo prima. Poi qualcosa era accaduto, e a un tratto non aveva avuto piu’ nessuno a cui chiedere qualcosa. Paola era sempre stata sola, a parte suo padre, e l’arrivo di Nina al reparto di neuropsichiatria infantile, lo aveva vissuto come un regalo di Dio. Non potevano stare una senza l’altra. Si erano trovate. L’una a  completare l’altra. O forse, l’una a salvare l’altra.

” Quante volte ? “.

La domanda rimane sospesa nella stanza come uno spettro. Entrambe sentono la presenza scomoda di qualcosa che non andava chiesto, di qualcosa che non avrebbe ricevuto risposta, finche’ Paola non avesse voluto..

” Nina, sono le sette. Tuo padre e’ giu’ che aspetta “. La voce entra delicata nella stanza  di Paola.

E’ Susanna, l’infermiera di turno. I capelli sembra che gli siano esplosi sulla testa. Rossi. Cotonati all’inverosimile.

Le stanno di merda. Paola e Nina la guardano sbigottite. Poi Nina esclama ” Te la devi piantare di pettinarti col gatto. Fallo almeno per il gatto “.  Paola scoppia a ridere e Nina intravede una carie.

” Ciao Paola, piccolo rottame ”  ” Ciao Nina, piccola stronza “.

Il reparto sembra una scatola. Un contenitore in linoleum azzurro per bambini e adolescenti ” diversi “. Nina e’ l’unica a poter tornare a casa la sera. Qualcosa si e’ spezzato in lei, all’improvviso. A un certo punto della sua vita, si e’ persa e ha smesso di distinguere il bianco dal nero, il silenzio dal caos, il si dal no. Qualcosa che andava oltre la semplice ribellione adolescenziale. O forse, semplicemente, qualcosa che i suoi genitori non erano stati in grado di controllare. Qualche mese al reparto, e sarebbe tornata come nuova.

Nina attraversa il corridoio. Le stanze sono aperte. Gli altri ragazzi hanno cose strane che lei non distingue, e li chiama tutti ” pazzi “. Nessuno deve correre il rischio di rimanere chiuso in una stanza. Non bastava togliere le chiavi. Hanno venduto le porte e il ricavato e’ tornato al reparto sotto forma di televisore per la stanza comune. Lo guardano solo le infermiere. Antonio la vede passare e le fa’ l’occhiolino. Guido ride malizioso. Come a dire ” lo so che c’e’ del tenero tra voi “. In realta’ Guido non capisce niente. Ogni cosa, anche la piu’ elementare, gli va’ ripetuta continuamente, e comunque non la capisce. Antonio sembra normale e a Nina piace. Lui dice sempre di amarla. Un giorno la sposera’, ripete a tutti. Sempre. Tranne quando, all’improvviso, impazzisce e vuole ucciderla. Ma Nina non ha paura. Tanto lui vuole uccidere tutti quanti. Per fortuna gli infermieri hanno sempre una siringa pronta per lui. La chiamano ” La fiala Antonio “. Perche’ la usano solo per lui e, quando lo fanno, dorme per ore.

Alex e’ appoggiato al muro, vicino l’ascensore che porta alla mensa. Passa li’ le sue giornate. Ha otto anni. I capelli nerissimi e la pelle bianca. Ha sempre una sciarpa rossa al collo. Nina non puo’ guardarlo. La sua pazzia lo spinge a fare qualcosa che sa che non potra’ dimenticare.  Per scacciare l’idea di lui, Nina attraversa ad occhi chiusi l’ultimo tratto di corridoio, dove Marco, completamente paralizzato, dorme su una lettiga. Nina si avvicina, lo bacia sulla guancia e apre la porta a vetri che delimita il confine del reparto. Poi si volta. Paola e’ infondo al corridoio. Fuma appoggiata al muro e le sorride. ” Ci vediamo domani, stronza “. Nina ride e richiude la porta a vetri.

Nei sei mesi successivi Nina e Paola vivono in simbiosi. Una accanto all’altra. Una padrona dell’altra. Insegnandosi e imparandosi a vicenda. Una, custode dei segreti dell’altra. Paola aveva avuto un padre, che le aveva fatto da madre, da fratello, da padrone. L’aveva prostituita, venduta, drogata e umiliata. E poi aveva avuto Nina che l’aveva solo amata. E poi  piu’ niente. Solo se stessa. Un corpo con cento anime. Una delle quali, un giorno la porto’ via a Nina.

Semplicemente, se ne ando’.

E’ cresciuta, Nina. Ma spesso capita che, tra la folla, intraveda due occhi neri come la pece, e per un attimo il cuore sussulti. Eccola… Paola. Il battito sale in gola e i ricordi tornano a gridare ” SIAMO ANCORA QUI “.

Manda giu’ un sasso, Nina, e guarda quegli occhi perdersi tra la gente.

Il reparto fa parte di un’altra vita. Il mondo e’ fuori, oltre la porta a vetri. Paola non esiste piu’. Antonio non esiste piu’. Guido e Marco non esistono piu’. E Alex…

Quello che c’era li’ dentro erano mille pianeti in uno spazio blu linoleum. Ognuno un mondo. Ognuno una vita con uno scopo. Rendere quella di Nina… la piu’ bella che si possa desiderare di vivere.

 

La mia nave

Che accade all’anima di chi resta, quando un’altra se ne va?

Dolore, mancanza,rimpianto…” Se avessi fatto o detto, ma non ho fatto e non ho detto ”.

Il primo anno è devastante. Poi il dolore indossa un abito firmato rassegnazione, e l’anima si presenta a un ballo in maschera. E’ la metabolizzazione del lutto.L’assenza si circonda di ricordi e odori. Occasioni vissute e mancate. Echi di voci durante una festa. Confessioni private, pettegolezzi e risate. Segreti e cotillon. Finchè la vita..riprende il sopravvento, e continua.

Ma c’è un gruppo di persone, una setta, la cui anima è piegata sotto il peso dell’assenza. Il dolore ha disegnato strade sotto la pelle, e formato una mappa per raggiungere, in ogni momento, cuore e mente.

Hanno occhi profondi,segnati da un tempo indefinito.Un anno,sei anni, tre giorni…Dal momento in cui l’altro se n’è  ” andato ”, lo hanno portato sugli occhi come una ferita che non si chiude. A tratti sanguina all’esterno. Quotidianamente all’interno.

Deve esserci un mondo, parallelo al nostro, dove abitano le anime che la setta non lascia andare.

Non importa che non abbiano pace,  che si disperino per il dolore di chi è rimasto a rimpiangerli.  C’è un’ancora salda che trattiene la nave della setta in quel mare di anime. Pur volendolo, non si può salpare.

La mia nave è ferma in un porto chiamato Sabrina. La notte si culla in un mare calmo di parole silenziose. Lo sguardo attraversa l’orizzonte e siamo dinuovo insieme.Per sempre. La mia nave è ferma in un porto chiamato Sabrina.

( Sabrina S. )

Quimper

La mia vita è un vecchio stanco. Arranca lungo la via sulle ginocchia incerte. Curvo, sotto l’insostituibile peso dei ricordi. La mia anima è un vecchio stanco.Con le mani callose, nella fatica del suo essere, raccoglie ancora fiori, là dove ve ne siano. La mia mente e’ un vecchio stanco. Arrendevole al pensiero che niente sarà più. Tutto è compiuto. Ogni cima è stata raggiunta. Eppure il mio cuore è quello di un bambino. Corre e s’affanna. Ride a una magia e piange a una bugia. Cade e si rialza. Tutto passa, non fa niente, non importa… e riparte.

Ogni parte di me ha una propria memoria. Tutto è separato da tutto. Tutto atto a formare un corpo di donna ancora giovane. Un essere stravagante, che mangia pane e caramelle, ride sguaiatamente a un funerale e sta in disparte ad una festa. Dà coraggio a tutti quanti ma poi si dispera nel buio. Piange di nascosto, ma sfida la morte a farsi avanti. Non ha paura ma trema la notte, sotto le coperte, all’idea di esser sola.

Questa sono. Un casino. Una stanza in disordine. La tavolozza di un pittore incapace. Un romanzo senza la fine. Una frase senza virgole. Un evento senza tempo.

Ma c’e’ stato un momento, in questa mia bellissima vita, in cui corpo, anima, cuore e mente si sono uniti alla ricerca di me.

C’e’ un luogo magico, in questo mondo, per ognuno di noi. Il mio si trova in Bretagna. La ricerca di me finisce a Quimper. Al centro di un tunnel fatto solo di alberi. Un bosco atipico. Un inizio, una fine, una strada breve al centro.

Come se il mondo fosse tutto lì. Fatto solo di me. Senza prima nè dopo. Un luogo atemporale che resetta la memoria. Sensa padre, senza madre. Nessuno in tutto l’universo. Solo io e la percezione di me. Cammino sotto la mia pelle e incontro desideri e sogni che non so di avere… e le mie paure scompaiono. Con la spada sguainata percorro il mio tempo. Un guerriero a cavallo. Questo so di essere stata. Questo…non sono piu’.

Quel che rimane e’ il cuore di un bambino che batte in un vecchio stanco, in un ricordo a cavallo… e niente più.tunnel

 

Piccole cose

lungotevere_d_inverno_giorgio_clementi

Poi Nina non aveva mezze misure.

Tutto era si o no, bianco o nero, giusto o sbagliato.

Lo amava Carlo? SI…e allora basta. Questo era sufficiente a continuare a stare insieme a lui. Pero’… pero’ adesso se lo chiedeva se Carlo l’amasse davvero. Tra un tradimento e l’altro Carlo l’amava. Di questo era certa. Ma mentre era con le altre, pensava a lei ? La vedeva, si o no, la faccia di Nina sul collo di quell’altra? E quando erano a letto insieme, se lo ricordava che quello a destra era il posto dove dormiva lei ? Dove mille volte l’aveva guardata addormentarsi tra una parola e un film noioso? Dove l’aveva sentita ridere, in piena notte, nel mezzo di chissa’ che sogno. ” Ridi di notte, perche’ ti avanzano delle risate dal giorno..? ” Le aveva chiesto la mattina dopo. Nina non dimenticava un istante passato con lui. E lui ? la dimenticava a seconda dell’occasione? Ecco un dubbio. Una sfumatura grigia tra quel bianco e nero di cui s’era fatta scudo tutta la vita.

Da quel giorno alla spiaggia Nina era cambiata. Glielo aveva detto di averlo visto al mare con la bionda. Glielo aveva detto due mesi dopo, e lui si era scusato come se non le avesse che pestato un piede. Poi una parola tira l’altra, e l’idea che ci fossero altre donne diventava piu’ densa, palpabile. ” Non ci sei mai, hai il tuo lavoro, i turni di notte all’ospedale. Mi sento solo. ( perdio, che confessione ) Ma ti amo, loro non significano niente per me “.  LORO? Ma quante sono? Ma chi sono? Nina se lo chiedeva in continuazione, e ogni volta le veniva in mente un’unica risposta ” UN FIORINO …”. Poi tornava alla serieta’ della faccenda. Non avrebbe voluto, ma l’immagine delle mani di Carlo, su un corpo che non era il suo, la trafiggevano come aghi negli occhi. Non poteva non pensarci, e lo odiava immensamente per quel dolore che le aveva regalato, e che non l’abbandonava mai. Si, lo odiava con tutta se stessa. Carlo aveva distrutto tutto. Niente sarebbe piu’ stato possibile tra loro. Nina lo sapeva. Conosceva fin troppo bene gli ingranaggi che si mettevano in moto con queste dinamiche. L’insicurezza era per lei un cane randagio, sempre pronto a divorarle l’anima. Non avrebbe piu’ creduto a una sola parola che fosse pronunciata da lui. Lo avrebbe perseguitato e tempestato di domande per sapere dove fosse e con chi,  ogni volta che non era con lei. E nelle notti in ospedale, avrebbe pregato che morisse un paziente ogni ora, pur di non ritrovarsi da sola con il pensiero del loro letto, riscaldato da altre donne. Il dolore degli altri ci distoglie dal nostro. Come guardare un brutto quadro mentre dipingiamo il nostro orrore su una tela gia’ sporca. La gelosia e’ un serpe sotto un masso, pronto ad afferrare la preda. Inaspettato, algido, si nutre di un cuore caldo che sanguina gia’.

Non c’e’ una scelta di soluzioni possibili. L’unica e’ lasciare Carlo alle sue donne, e sperare di dimenticare in fretta. Nina ci pensa ormai da mesi, e ogni volta che prende la decisione di dirglielo, lui la chiama. ” Che fai amore mio? ti penso, ti amo, ci sei solo tu… bla bla bla “. Un agglomerato di parole inutili che non colmano il vuoto che e’ stato creato. Come riempire di acqua un vaso che ha un foro sul fondo. Non le sente piu’ quelle parole. Sono i rumori delle macchine, fuori dalla finestra. Un televisore acceso, nella stanza accanto. Un mercante, in una fiera empia, che grida e nessuno lo capisce. Eppure Nina ha bisogno di quelle parole. Le brama ogni minuto del giorno. Sono necessarie per ritrovare, in Carlo, l’uomo che ha cosi’ amato.

” Non prendere decisioni delle quali potresti pentirti “. Eccola, Valeria, che reagisce alla stessa situazione con Francesco, facendo finta di non vedere. Nina, ogni volta, la guarda come fosse un marziano a una festa di messicani, e si chiede sempre come faccia a rimanere in quella situazione.

Poi si ricorda che Francesco non e’ il solo ad avere storie extra, anche Valeria si concede il lusso di un’avventura ogni tanto. Vanno avanti cosi’, per abitudine, per compagnia, per apatia, e perche’ hanno costruito un passato. Nonostante tutto. ” Dovrei trovare un altro uomo, eccola la soluzione. Chiodo scaccia chiodo.Funziona da sempre con tutti, funzionera’ anche con me “.

Un altro turno in ospedale e’ finito. La notte e’ trascorsa tra un pensiero e una flebo. Tra una soluzione definitiva e una fisiologica. Tra un tunnel senza uscita e una luce accesa in un corridoio buio. Tra una fitta al cuore e un’ora dopo la mezzanotte.

Nina sale in macchina. E’ l’alba. Poche auto percorrono con lei il lungotevere. Vanno veloci. Tutto, intorno, corre. La citta’ si sveglia. Ma lei non ha fretta. Infila un cd di Einaudi e segue il ritmo della musica. Adagio il pensiero torna li’, a Carlo, al piccolo passato che hanno costruito a fatica. Alle belle sensazioni di una volta. Al ricordo delle ore insieme. E a tutte le piccole cose che si sono regalati. Una collana, un libro con un sogno scritto sulla prima pagina, un anello di plastica, tolto dal tappo di una bottiglia d’acqua, quando capitarono in un ristorante assurdo con un vecchio che cantava a squarciagola, e un portachiavi con le loro iniziali incise. N-C. Glielo aveva regalato per le chiavi di casa, quando lui le aveva detto che quel posto era solo loro. Un angolo di mondo fatto solo di loro due. Non ci sarebbe piu’ entrata. Non avrebbe piu’ preso l’ascensore, non sarebbe salita all’ultimo piano, non lo avrebbe baciato sulla porta e non si sarebbe piu’ addormentata sul suo letto.

Il Tevere e’ splendido all’alba. Nina accosta. Ferma la macchina in doppia fila e scende. Si sporge dal muretto e guarda giu’. Qualcuno passeggia lungo il fiume con un cane. Alza gli occhi e la saluta. Lei accenna un sorriso e si asciuga una lacrima. Accende una sigaretta e torna al pensiero delle piccole cose.  Carlo…non la lascera’ andar via.

( Sabrina S. )

‘A destra nun sa niente d’a sinistra

” Me dai  ‘na carezza”? disse la mano destra.

“Dipennesse da me…” risponnette la sinistra

” Ma nun te lo ricordi, quanno nun c’avevamo tutte ‘ste grinze, quanto se strignevamo tutto er giorno? ”

” E tu nun te lo ricordi che nun era a me che te strignevi tanto??? …Tanto piacere…molto lieto… Stavi sempre appiccicato a  quarcun’artra ”

” …Vabbe’ ma io dicevo prima… quanno  nun c’avevamo li pensieri, quanno che tu nun c’avevi l’artrosi…”

” Ahhhhhh… quanno in mezzo alle dita c’avevamo er pongo, li colori, la colla, li sordatini, le carammelle? Mo me ricordo. Sì sì, me ricordo che manco all’epoca se strignevamo. Eri troppo ‘mpegnato a gioca’ “.

” Pero’ la doccia ‘nsieme…quella te la ricordi bene. Quanno che s’apriva er rubinetto e se passavamo la saponetta una co’ l’artro. Ammazza com’eri profumata ”

“A De’… te sei pieno de ricordi. Nella vita te sei ‘mparato a scrive, a dipinge li quadri, a strigne le viti e a’ avvita’ le lampadine. Ma io, che so’ solo  ‘na sinistra, nun ho fatto praticamente niente. Ogni tanto t’ho dato ‘na grattata, ogni tanto t’ho aiutato a’ allaccia’ le scarpe e, dimose la verità, nun se stavamo a fa’ la doccia ‘nsieme, ero io che te lavavo. Essi bravo. Semo stati ‘nsieme tutta ‘na vita, ma io de qua e te de la’. Li ricordi nun so’ li stessi. Pero’ senza de te… me sentirei come si nun c’avessi un dito”.

” NUN FAMO SCHERZI…” risponnette l’anulare ” CHE SENZA DE ME… MANCO L’ANELLO NUZIALE VE LEGHEREBBE”

(Sabrina S.)