Di fari e segreti

Selina guarda il mare.

Oggi e’ mosso e la marea sta salendo in fretta. Il cielo abbraccia la spiaggia e la scogliera con i colori di un livido. Un mantello minaccioso di ombre si sta posando su tutta la costa.

Lo sa che presto cadra’ la pioggia. E’ stato cosi’ ogni giorno, per tutta l’estate. Come se il cielo avesse raccolto le lacrime del mondo intero, e avesse aspettato quell’estate, per riversarle sulla Bretagna.

” Che cosa vieni a fare qui ogni giorno, da sola ? “.

Il Signor Benodet e’ un uomo stravagante. Solitario. Da quando la moglie e’ morta, dieci anni fa, nessuno l’ha piu’ sentito parlare con gentilezza, o visto sorridere una volta. In paese raccontano che la moglie fosse sonnambula, e che una notte, in pieno sonno, sali’ sulla barca a remi di lui e parti’ per il mare senza fare piu’ ritorno.Da allora, vive nella vecchia casa bianca sulla spiaggia. Tutte le case sono bianche, in zona, ma solo la sua ha il tetto verde. Le altre, compresa quella di Selina, ce l’hanno blu.

Dicono che una volta, quando la comunita’ gli ha chiesto di dipingere il tetto di blu, per uniformarlo agli altri, lui li ha minacciati di andare di notte a dipingere i loro tetti dei colori piu’ assurdi.Lo avrebbe fatto di sicuro, penso’ Selina sorridendo. Non sarebbe stato cosi’ brutto, svegliarsi una mattina e trovare Quimper tutta colorata. Giallo, rosso, arancio e rosa…tutti in guerra contro il cielo plumbeo della Normandia.

” Aspetto “. La voce di Selina e’ un filo nell’aria e scompare dietro l’infrangersi delle onde. Non si fida di nessuno, e non vuole dar modo agli altri di continuare una conversazione. Non e’ raro che non risponda alle domande e che si allontani in fretta e silenziosa, al formarsi di gruppi di persone nei paraggi. C’e’ qualcosa di malsano a non voler mai stare da soli. Questo pensa.

“Anche io aspetto”. Seguita il signor Benodet senza domandare altro.

Selina lo guarda con circospezione mentre lui si piega a raccogliere qualcosa sulla sabbia. Ci soffia sopra e poi lo strofina con la manica della giacca, lo guarda piu’ da vicino e poi lo infila in una piccola sacca di tela, insieme ad altre cose.

Gli occhi di lei si fanno piccoli binocoli per cercare di vedere meglio l’oggetto. Lui si gira e la guarda con la stessa curiosita’ con cui lei guarda lui. Poi le volta le spalle e si incammina a piedi nudi lungo la battigia.

Rimane qualche secondo a guardarlo allontanarsi. E’ schiva, Selina, ma curiosa come una scimmia. Che cosa ha messo in quel sacco? che cosa cerca, sempre con la testa china sulla sabbia? Che cosa aspetta?

La pioggia inizia a cadere. Gocce fittissime di acqua tiepida. Selina alza la testa e apre la bocca. Adora la pioggia. La fanno ridere tutte quelle persone che scappano a ripararsi sotto ombrelli e tettoie, o che corrono in casa come se il cielo stesse per crollare sulle loro teste, trascinandosi dietro l’universo. ” Come e’ ridicolo l’uomo, quando fugge “. Pensa ad occhi chiusi, ancora con la bocca aperta verso il cielo.

Poi il pensiero torna a un uomo in particolare. Un uomo che non fugge, ma che passeggia sulla spiaggia cercando qualcosa. Lo vede, il signor Benodet, non troppo lontano da lei. E’ chino sulla sabbia. I  gesti sono gli stessi. Raccoglie qualcosa, lo strofina, lo guarda qualche secondo e poi …lo getta. Non lo ha messo nel sacco di tela. E’ un attimo. Selina slaccia le scarpe e corre verso il punto dove l’oggetto e’ caduto. Lui si sta allontanando di nuovo. Forse potra’ prendere lei, quello che lui ha rifiutato. Ma che cosa ha rifiutato?

Arrivata sul posto, non vede che sabbia, comuni conchiglie e qualche vetro rotto. Chele di granchi e carapaci vuoti. Un cimitero per crostacei.

” Non c’e’ niente di interessante li’ “. La voce del signor Benodet sovrasta le onde.

Lei alza la testa e lo guarda. Come ad un tacito invito a seguirlo, Selina accenna un assenzo con la testa.

Il vecchio e la bambina si incamminano sul bagnasciuga, sotto la pioggia. A guardarli da lontano, lui avanti e lei pochi metri in dietro, sembrano due scogli nella tempesta.

” Aspetto che scenda la marea per arrivare al faro “.  Selina attacca a parlare. Preferisce parlare di sua sponte, che rispondere a una domanda specifica. Cosi’ puo’ decidere lei la natura della conversazione.

” Sei arrivata troppo presto. La marea deve ancora salire. Ci vorra’ qualche ora perche’ tu possa arrivare al faro. Torna domani. Nel pomeriggio gli scogli che portano alla torre saranno piu’ asciutti, cosi’ non rischierai di cadere in acqua “.

Sembra un orco a guardarlo. La barba un po’ lunga, bianca e i capelli grigi che cadono sul collo blu della giacca.Un uomo decisamente trascurato, con uno sguardo severo, ma con un tono rassicurante.

Chissa’ perche’, Selina si fida. Lui non chiede. Lei racconta.

” Vengo qui ogni giorno per portare una cosa al faro. Tutti qui dicono che si puo’ raccontargli un segreto, e che si puo’ esprimere un desiderio, che il faro e’ magico e che a qualcuno glielo ha esaudito “.

Chissa’ perche’, lui si fida. Lei non chiede, Lui racconta.

” Vengo qui ogni giorno per assicurarmi che mia moglie non sia morta. Il mare restituisce sempre cio’ che ha preso. Se non la trovo sulla spiaggia, vuol dire che e’ ancora viva…da qualche parte. L’ aspetto. Nel frattempo, raccolgo gusci vuoti di paguri. Li collezionava lei. Voglio che ne trovi a centinaia, quando tornera’ a casa “.

” Signor Benodet, mi aiutera’ ad arrivare al faro, domani ? Ho una scatola, con un desiderio chiuso all’interno. Non so nuotare. Ho paura di cadere in acqua. Potrei perdere la mia scatola “.

” Ti costera’ almeno dieci paguri. Non uno di meno”.

Il sorriso di Selina attraversa la pioggia..per incontrare quello di lui.

Insieme si allontanano, vestiti di sogni. Con la speranza in un sacco di tela e un desiderio in una scatola.

( Sabrina S. )

Retrogusto amaro

Poi a Martina il mare neanche piace. Ha paura dell’acqua e non riesce a star ferma sull’asciugamano. Si gira in continuazione, come quando la sera e’ a letto e cerca una posizione anche per un’ora, e il telo si riempie di sabbia. – Sa’ di asfalto e terra secca, questa giornata. Stiamo a casa. Non ci divertiremo. Lo so. Io certe cose le sento. – Valeria la guarda e alza gli occhi al cielo: – Ma che vuoi che accada? La tua e’ solo pigrizia. Staremo bene, e poi ormai e’ tutto pronto e i bambini sono in macchina che aspettano.- Martina, in macchina, la musica l’ascolta sempre a tutto volume, ma Valeria parla, e parla, e parla e per essere certa di essere ascoltata abbassa un po’ il volume ogni due curve. Poi ha questa cosa che quando parla decelera. Se e’ concentrata a parlare, non puo’ esserlo anche al volante. Scherziamo? Se le scappa un pensiero su Francesco e la sua nuova compagna, le scappa anche il piede sull’acceleratore e sono tutti morti. Cosi’ si evita la musica e i discorsi su Francesco, e il lungomare si trasforma in una traversata atlantica. Il parcheggio e’ un incubo e Valeria, che ha una fede tutta sua, comincia a tirar giu’ tutti i Santi. Il primo e’ San Francesco, ma Martina fa’ finta di non capire e guarda fuori dal finestrino. – Ascolta, poiche’ non c’e’ un posto manco a pagare, scendi con i bambini e aspettami alla spiaggia -.  Martina neanche la conosce la zona, ma i bambini si scocciano pure loro a sentire i nomi dei Santi, e sono tutti contenti dell’idea di Valeria.  – Ragazzi’ state buoni che a me il mare gia’ fa schifo. Scendiamo con calma e tenetemi la mano che dobbiamo attraversare -.  Nella bocca, Martina, ha ancora quel sapore d’asfalto. Un amaro inconfondibile che sente ogni volta come annuncio di qualcosa di spiacevole.  – Sono gia’ le 11.00. Senti che caldo. Ha ragione Carlo a non voler mai venire a quest’ora al mare –  Pensa a lui, Martina, e le spunta un sorriso quasi di compassione a immaginarselo da solo in ufficio. Quanto la ama. Lui glielo dice sempre e lei non puo’ fare a meno di credergli. Quanto lo ama. Lei glielo dice poco, ma lui lo sa, per questo vuole sposarla. Saranno felici insieme e lei non sogna che quel giorno.  – Il gelato, il gelato, vogliamo il gelato –  I bambini attaccano le sirene e Martina sente una fitta all’occhio destro che preannuncia l’emicrania.  – NIENTE GELATO, ANDIAMO VIA – La voce di Valeria arriva come un temporale estivo. – Ma mica sarai scema? –  Martina e’ incredula  – Ho detto andiamo via. Questo posto non mi piace. C’e’ caos e poi ho dimenticato una cosa a casa –  – Che cosa? –  Valeria tergiversa, dice cose strane e non trova un oggetto per cui valgalapena di intraprendere una traversataatlantica a ritroso.  – Mi stai seccando ora, che hai? –   – Senti Martina, forse non dovrei dirtelo, dovrei farmi i cazzi miei e sperare che tu non te ne accorga…o meglio ancora che tu lo faccia, ma non ci sara’ modo per nascondertelo cosi’ te lo dico e basta –  Martina e’ quasi spaventata, non sa che pensare. Che e’ accaduto dal parcheggio a qui?  – Dai spara, che e’ successo? –  – Guarda alla tua destra. Guarda bene le persone che sono piu’ vicine a noi –  Martina si gira. Non vede niente di strano. Gente in costume che prende il sole. Una famiglia di ciccioni, due bambini che fanno una buca, una bionda insieme a Carlo e un vecchio con un cappello panama. Silenzio. Non c’e’ piu’ un rumore sulla spiaggia. La famiglia di ciccioni si agita. Litigano per qualcosa. Le bocche si aprono e non ne esce un suono. E’ un film muto a colori. Il tempo si ferma. Poi il temporale estivo arriva davvero, dopo una frazione di secondi, nel cuore di Martina. Una bionda insieme a Carlo. Un dolore acuto al centro del petto. Un’implosione nella testa e l’emicrania e’ partita. E’ un dolore fisico, un pensiero che affoga, un ricordo e due parole. Galleggiano bugie e un pezzo d’anima va via per non fare piu’ ritorno. Lo sente uscire dal corpo, quel pezzo, e non sa come trattenerlo. E insieme all’anima se ne escono i sogni di gloria e un velo da sposa, bomboniere, cotillon ed e’ subito sera. Il mondo si sgretola e fa’ una duna sulle scarpe. Martina guarda la duna e si pensa li’ sotto. – Uccidimi adesso –  E’ un filo di voce senza tonalita’. Una macchina ingolfata, un ciliegio senza frutti. In quest’apparente immobilita’ del mondo…Uccidimi adesso.  – Mamma, Martina piange. Mi compri un gelato ? –  Giovannino strattona il pareo di Valeria e quello viene giu’ subito. Ha belle gambe, Valeria, e la gente si gira a guardarla.  – Tesoro, ho dimenticato una cosa a casa. Ora andiamo via e poi mamma te lo compra al parco –  Ha la voce seria mentre parla. Sembra grave. Giovannino fa’ una lagna breve, poi annuisce e torna dagli altri. – Restiamo. Ormai siamo qui. Mi ucciderai piu’ tardi, a casa –  Martina guarda Valeria e accenna un sorriso, alza le spalle ed esclama ” Chissenefrega “, come fa’ ogni volta per non dare a vedere che un treno l’ha investita e ridotta in brandelli. Negli atteggiamenti senza senso Martina costruisce le sue trincee. Valeria lo sa e non la contraddice. Si sta difendendo, prende una posizione e rifugge l’immagine di casa e del letto nel quale vorrebbe buttarsi a piangere. In tutto il tempo che rimangono al mare, Martina non si gira mai a guardare Carlo. Come se quella parte di spiaggia non esistesse. Poi il telefonino vibra. E’ un messaggio. ” Amore, oggi esco prima dall’ufficio. Passi da me stasera? ti amo “. Sono quasi le 4. Passera’ da lui stasera? Non e’ il momento di decidere. Rimandera’ a piu’ tardi. Ora sa chi e’. Ora sa che e’ giusto non fidarsi di nessuno. I bambini giocano a riva. Valeria guarda Martina. Lei si volta un attimo a guardare e li vede andar via.  – Mi piace l’odore della crema solare sulla pelle –  Esclama.  Con eleganza prende la settimana enigmistica e ridacchia sulle vignette. Valeria continua a guardarla. Poi infila gli occhiali da sole e alza la testa al cielo. Si sistema bene sul lettino e rilascia le braccia. All’unisono, roba che a mettersi d’accordo non verrebbe cosi’ bene, esclamano ” Sa’ di asfalto e terra secca…”

( Sabrina S. )