Riflesso d’oppio

riflesso d'oppio

Passa uno zingaro, dietro le pupille dilatate. E’ un ricordo confuso, un pensiero senza madre, ne’ morte. Passa, scappa, poi torna a guardare  il vuoto dall’angolo dell’occhio. Cos’era? Non ricorda, Angelina.  Nella stanza, ormai senza barriere ne’ solide pareti, danzano gli angoli di gomma in un perpetuo ondeggiare. Gode da sola di questo miele che inebria i sensi e la lascia morire ogni notte, per rinascere al mattino in attesa di una nuova luna. Non c’e’ dolore nel corpo. Il cuore tace in un battito impercettibile, e l’anima cerca se stessa in un cumulo di oggetti sul pavimento. Cioccolata, carta di caramelle, libri, creme per  il  corpo, una borsa, un bracciale. E intanto annega in un mare senza frontiere di lenzuola e cuscini. Ride Angelina, difronte a se stessa, riflessa nello specchio lungo. L’immagine doppia si tuffa in una dimensione che estende la coscienza ai limiti del pensiero. Cadono le barriere del tempo e, in questo non luogo, senza passato ne’ futuro, il presente e’ finalmente vivibile. Sola, Angelina, si distacca dalla realta’  entrando in quella gioia contemplativa priva di ansia, e difficolta’ e insicurezza, da cui e’ bandita durante il giorno.Come un’ oasi, Angelina avverte il calore del deserto che la circonda. Il corpo diventa caldo e l’oppio corre sotto la pelle, tra le ciocche dei capelli, nei battiti lenti delle lunghe ciglia, dietro gli occhi da orientale. Cola il sudore lungo il collo, e poi un brivido percorre la schiena. Riflessi nello specchio, dietro il viso doppio, mille volti che non sono il suo. La mano scorre lungo lo specchio, e un dito stride sulla lastra mentre disegna il contorno di un viso che ha amato.” In questo meraviglioso inferno, la mia vita non e’ mai stata tanto bella “.

( Sabrina S. )

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La cruna dell’ego

Alle tre del mattino, Lina, accende una sigaretta. Da diciannove anni, senza fare eccezioni. Ogni notte. Una liturgia che stabilisce il punto d’incontro tra la fine di un giorno qualunque e l’inizio di una notte che, nel migliore dei casi, trascorrera’ lenta e senza sogni.  Nella penombra, Lina si sdraia. Un uomo ha appena chiuso la porta. ” Fammi restare” , aveva chiesto.   Una boccata, e il punto rosso torna a far breccia nella stanza scura.  Una macchia di sangue fresco, su una foto in bianco e nero.   ” Fammi restare. Stanotte solamente “.   Lina dorme sola.    ” Non so neanche il suo nome “, pensa, mentre fissa una crepa sul soffitto. Lina non fa’ domande, non le interessano i nomi degli altri. Non vuole sapere. Domande e risposte preconizzano un rapporto, quantomeno, confidenziale.  ” Che palle questa mania delle domande ”.  A meta’ sigaretta, la mano si muove nel buio. Una goccia di lava fende l’oscurita’ tracciando scie luminose. Lina usa la sigaretta come una matita, e scrive nell’aria. Poi chiude un occhio, come se l’altro, da solo, funzionasse meglio, e torna a guardare la crepa. Segue, con la sigaretta, la strada che ha tracciato nel muro e immagina di aprirla. Fottuta crepa. E’ cosi’ da anni. Non si muove. E’ partita da zero, pochi centimetri, poi piu’ niente. Ci infilerebbe una mano, se potesse. ” Apriti, maledetta, e crollami sulla testa mentre mi assento dal mondo. Portati dietro il tetto e poi le stelle e poi lo spazio intero. Schiacciami su questo letto, perche’ di questo vivo ogni giorno, di questo muoio ogni notte “. Un’altra boccata, poi scoppia a ridere. ” Che stronzata ” esclama ad alta voce. Poi guarda la crepa e accenna un ghigno ” Siamo sole, amica mia, e stiamo benissimo “.   Una ambulanza  passa sulla strada e si ferma proprio sotto casa. La sirena smette di proclamare il suo ruolo e le luci rosse filtrano dalle persiane. Lina non si scompone. ” Prima o poi tutti ci ammaliamo di morte ” pensa.  Poi un’altra sirena. Anche questa smette di suonare appena raggiunta l’altra. Le luci sono blu. E’ la polizia. Un barlume di curiosita’ compare negli occhi di Lina, che guarda la crepa e le ammicca, come se quella potesse risponderle. ” Ogni notte ce n’e’ una “. Sta quasi per alzarsi dal letto. La sigaretta e’ finita. Ma qualcosa la trattiene ancora con lo sguardo fisso sul soffitto. Sono le luci. IL rosso e il blu delle sirene si riflettono sul muro in un carillon di colori e ombre. In quel caos cromatico, Lina torna col pensiero a un Natale di mille anni fa. Agli addobbi di un albero imponente, al frusciare di gonne e lunghi cappotti durante il ballo in piazza, alle corse dei bambini sulla neve, agli odori della festa, e alle luci che vestivano i palazzi. Natale. Non ce n’era piu’ stato uno da che l’altra lei era morta. L’altra Lina. Stesse scarpe, stesse trecce, stesso volto, stesso tutto. Per anni. Poi il ghiaccio. Una gemella non fa niente senza l’altra. Lina viaggia con la mente. Tra le luci colorate, la crepa si apre. Il muro si trasforma. E’ un lago ghiacciato. Il ricordo delle risa e’ vivido. I pattini tagliano il gelo in silenzio. ” Tienimi la mano ” grida insicura Emma, l’altra lei. Ha sempre paura, Emma, di parlare, di pensare, di perdersi. Ma Lina corre avanti. Vuole fare da sola, stare da sola. Non la vuole una vita da dividere in due. Ha gia’ la sua faccia, l’altra. La sua voce, i suoi capelli, i vestiti. E’ come vivere con uno specchio. Ma Lina e’ diversa. E’ coraggiosa, indipendente. Non ha mai paura e pensa sempre che non sia possibile godere della vita, se non si gode della propria unicita’. Poi il ghiaccio vibra sotto i pattini. Lina si volta di scatto a guardare Emma. Una crepa si e’ aperta nel ghiaccio, per esaudire il suo desiderio di unicita’, ed ha inghiottito il suo doppio. Fine del ricordo. Non c’e’ piu’  altro da ricordare, ne’ piu’ un desiderio da esprimere. Solo vuoto. Solo silenzio. Fa la prostituta,Lina. Non chiede un nome, non fa domande, perche’ nessuno glielo chieda, perche’ nessuno gliene faccia. Vive la vita nella propria unicita’. Ogni notte accende una sigaretta, e guarda una crepa chiusa sul soffitto, dal fondo di un lago.

( Sabrina S. )

Tra me e me

Cinico il mio specchio. Quando piango, ride di me.

Non mi riconosco nel riflesso. E’ la foto a colori di qualcuno che indossa la mia faccia.

Ma mi capita di spostare le tende, in inverno, o di appoggiarmi alla ringhiera del balcone..e guardare giu’.

Le braccia pendono sul parapetto come l’edera, e lo sguardo punta il niente. Poi mi vedo passare, tra la folla.

A guardarmi, sono in imbarazzo. Mi ricordo in atteggiamenti antichi. Testa alta e passo deciso.

Mi vien voglia di correre giu’ in strada. Seguirmi, rincorrermi e poi fermarmi davanti un negozio. Guardarmi nel riflesso di una vetrina e chiedermi…Dove sei stata ? Tornerai ? Il riflesso si volta. Chi sei ? Domanda.

Non lo so, mi rispondo. Una volta ero te. Un nome di donna ha fermato la mia corsa. Ho errato fuori della mente per lungo tempo. Nel giorno del ritorno..mi sono persa.

Nel riverbero, l’altra me mi fissa. Non tornero’. Non cerchero’ chi non vuol essere trovato.

Sono un albero in fiore. Sono un albero spoglio.

Immobile…nel continuo ripetersi delle mie stagioni.

( Sabrina S. )