Sahara

Per Francesca la moralita’ di un uomo risiede nei piedi.   “ Nina, ascolta una che e’ piu’ grande di te, la prima volta che vai a letto con un uomo guardagli i piedi, se sono brutti, strani, storti o troppo curati, SCAPPA .  “ Era quel “ troppo curati “ che cozzava con il resto, ma quando Nina glielo faceva notare e chiedeva spiegazioni, Francesca tergiversava tirando fuori un milione di parole senza senso, per spiegare un pensiero nato gia’ contorto.   “ Carlo ha dei brutti piedi, glieli ho visti al mare “.   Nina sbotta a ridere. Non aveva mai pensato di guardare i piedi di qualcuno per scoprirne l’etica, ne’ avrebbe mai pensato che Francesca si sarebbe messa a guardare anche i piedi di Carlo.   “ Carlo e’ roba mia, e anche i suoi piedi. Non ti puoi mettere a fissare i piedi degli uomini delle altre. Non sta bene “.  “ Io non guardo i piedi di tutti, ma tu sei mia amica, e  non posso non assicurarmi che l’uomo che ami non abbia almeno un bel paio d’alluci, dritti e in fila indiana con le altre dita”.  “ Ma Francesca, sono dita di piedi. Mica ci deve suonare il violino “.   Le discussioni sui piedi degli uomini potevano durare interminabili ore. A volte anche giorni. Non le importavano tutte le belle cose che Nina raccontava su quanto si amassero o di quanto lui sapeva renderla felice. Carlo aveva dei brutti piedi, e per questo l’avrebbe fatta soffrire.   Adesso che Carlo se n’era andato, Nina ripensava alle parole di Francesca. Sentiva uno strappo in mezzo al petto, piangeva  e non trovava un buco nel mondo dove andarsi a nascondere. Questo poteva significare solo una cosa: Carlo aveva dei piedi orribili, e lei non lo aveva mai notato.   Che lui avesse un carattere assurdo  se ne accorse quasi subito, ma sua madre diceva sempre “ Chi si somiglia si piglia “ e, a pensarci bene, anche Nina aveva un carattere pessimo. Era sempre stata una donna forastica, indomabile e poco incline alla vita sociale. Si circondava di poche persone, ma quelle giuste, o almeno, quelle che ce la facevano a sopportarla. Si entrava a fatica nella sua vita, ma se ne usciva con una facilita’ sorprendente. Non aveva mai trattenuto nessuno che avesse voluto andarsene. In compenso, aveva cacciato molti di quelli che avevano voluto rimanere per forza. Gli altri li aveva tenuti come fossero un contorno.   Nina era bella. Si muoveva con grazia. Arrivava silenziosa  “ Come una pantera”  ripeteva  Elvira, l’amica di sempre, e di lei tutti dicevano che, in fondo, una donna che si muove con tanta grazia non puo’ non nascondere anche una bella anima. Forse questo attrasse Carlo piu’ di tutto. Quell’anima nascosta che nessuno riusciva a vedere. La stessa che poi, proprio lui, riusci’ a far emergere dalle profondita’ silenziose di lei, e che, alla fine, strappo’ a morsi, restituendole uno straccio lacero. Non se ne faceva piu’ niente, Carlo, di quell’anima. Ormai aveva visto tutto cio’ che c’era da vedere, e non andava piu’ bene neanche come trofeo di caccia. Dovevano esserci altre anime in giro, pensava Nina, perche’ tanta trascuratezza e mancanza di attenzioni potevano significare solo scarsita’ di interesse.  Carlo non l’amava piu’ da tempo, ma per qualche arcano motivo continuava a ripeterglielo.  “ Ti amo Nina “, e lei si aggrappava a quelle parole come un naufrago a una boa in mezzo al mare. Eppure lo sentiva dentro, che non era piu’ amore. Un “ ti amo “ insipido, detto senza volonta’. A richiesta. “ Mi ami” ?  “ Certo “.  Nina impazziva sotto il peso delle parole vuote. Voleva disperatamente che lui le dicesse qualcosa che avesse un suono magico, forte, prepotente, capace di sovrastare ogni altro rumore, e in grado di cacciare le insicurezze di lei e la frustrazione di essere diventata qualcosa di banale e di aver perduto tutto cio’ che di speciale aveva portato Carlo nella sua vita.  Ormai non riusciva neanche piu’ a spiegarsi, Nina, quando gli chiedeva le cose di cui aveva bisogno.  Approcciava a una conversazione camminando in punta di piedi sui vetri. Ogni corda era sempre tirata allo stremo, e Nina si improvvisava funambolo, perche’ ogni parola fuori posto avrebbe spezzato le corde e scatenato il carattere irascibile di lui. E poi un giorno l’essenza di lei venne a galla da sola, senza preavviso, e fu una catastrofe.  “ Giura che non mi tradisci “  gli disse spudoratamente, e lui, con altrettanta spudoratezza, rispose “ Io non giuro mai “.  Fu come una conferma.  Nina si senti’ come se fosse stata appena investita da un treno carico di blocchi di cemento. La rabbia le implodeva nel cuore e in pochi secondi trovo’ l’uscita negli occhi. Cieca di pianto cercava una spiegazione. Lui non era credente, avrebbe potuto giurare anche il falso, per lei, e gli avrebbe creduto.  Aveva bisogno di quella parola per placare l’ansia che l’attanagliava da tempo.  “ Giura, perdio, giura “.  Corse a rintanarsi nella solita tana silenziosa, come faceva ogni volta che stava male. Chiudeva tutte le finestre e rimaneva al buio. Dormiva per non pensare e non mangiava per sentire il vuoto acuirsi e divorarla fino a ucciderla.  I giorni passavano e Nina viveva camminando sulle mine a uomo. Scoppiava in pianti disidratanti e rabbia per ogni cosa. Trattava male chiunque cercasse di farla ragionare. “ Non e’ vero che ti tradisce. Ti ama sul serio. Ha un brutto carattere, non vuole imposizioni, ma ci sei solo tu per lui “.  Le parole degli altri erano spade. Non consolavano affatto. Oltre al tradimento, ora subiva l’affronto di sentirsi dire “ Hai sbagliato “.  Caccio’ per giorni chiunque le desse torto, e poi, una sera, la certezza del tradimento di Carlo comincio’ a perdere potere o, forse, il bisogno di lui prendeva forza. Qualunque cosa fosse, la spinse a scrivergli una lettera nella quale spiegava i motivi di quella richiesta. In fondo le dispiaceva aver creato tanto caos, ma voleva, pretendeva che lui capisse le sue paure e che la rassicurasse.  Non sapeva neanche da dove cominciare, e inizio’ con un “ ciao “ e una serie di bla bla vari tra cui “ mi dispiace “.  Incalzata dalle amiche, prese coraggio e spedi’ la lettera.  Quello che ricevette in cambio, fu un Oceano di niente. Nessuna risposta, nessun tentativo di comunicare. Carlo parlava con tutti, tranne che con lei. Riprendeva forza l’idea di un’anima piu’ speciale della sua. Doveva essere cosi’. Chi ama non ferisce tanto e Nina sapeva di essere stata tradita e ferita in tutti i modi in cui si puo’ ferire una donna. Era umiliante il silenzio di lui, lo odiava immensamente per questo, ed era stato umiliante chiedere scusa come se il torto fosse stato solo il suo, oltretutto, a chi  ” scusa ” non lo aveva chiesto mai.  Questo silenzio, questo niente definiva il confine, indicando un burrone poco piu’ in la’.   Cosa ne avrebbe fatto, di tutto l’amore che rimaneva, Nina non lo sapeva. Se lo sarebbe portato dietro per un po’, come una zavorra pesante incollata alla schiena ? Oppure lo avrebbe divorato e ingoiato come un cumulo di sabbia a formare dune nello stomaco ?   Il deserto, non avrebbe comunque potuto essere piu’ arido.

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Amore, rosso amore

Serrava le gambe come per trattenerlo. E il sangue colava comunque. Scuro come le ombre, lucido come una lacrima.

Il dolore al ventre era insopportabile e Nina si piegava in avanti per cercare di alleviarlo. Se ne stava accovacciata in un angolo del bagno, sola come le fiere ferite. Lontana dai rumori. Lontana da altri occhi. La vita oltre la porta giungeva ovattata come in fondo al mare.

” E se diventassi padre ? “. Aveva chiesto insicura.

Tre, cinque, dieci ? Non lo sapeva, Nina, quanti giorni fossero trascorsi da quella domanda, ma se n’erano andati lenti come anni e della risposta di Carlo non era rimasto che un suono. Solo un rumore. Aveva risposto? Aveva riso? Aveva borbottato qualcosa. Che cosa? Era la terza volta in due giorni che gli poneva la stessa domanda e di lui ricordava solo di averlo visto cercare le notizie alla radio dopo essersi lamentato per il traffico.

Si era voltata e aveva guardato fuori dal finestrino. Nella macchina accanto, una coppia discuteva animatamente.

Lei piangeva, lui batteva forte le mani sul volante. Penso’ che almeno quei due avessero di che parlare.

” Non glielo chiedero’ piu’. Non lo vuole. Non mi vuole “, penso’ mentre Carlo tentava di infilarsi in un varco tra due macchine. E gia’ si immaginava lontana nel tempo. Sola, lei e questo figlio segreto. ” Un maschio. Sara’ un maschio e somigliera’ a lui “. Il pensiero scivolo’ sull’immagine di se’ durante il parto. Nonostante tutto, era felice. Accenno’ involontariamente un sorriso tirato, e un silenzio assordante si sedette sul sedile posteriore accompagnandoli per tutto il viaggio.

Un crampo doloroso la riporto’ al presente. L’odore acre del sangue era pregno di speranze svanite.

Carlo sembrava distante anni luce da quel futuro che avevano sognato insieme.

Se solo le avesse chiesto qualcosa. Il perche’ di quella continua domanda. O se solo le avesse preso la mano, come aveva sempre fatto, per dirle “ Amore mio “. Allora si, gli avrebbe raccontato tutto.

Gli avrebbe detto del bambino. Avrebbero gioito prima, e pianto poi per averlo perso. Insieme.

Il cuore di Nina era una foglia nel vento. Viaggiava senza meta da una sensazione all’altra. Senza fermarsi.

“ Chiamami ti prego. Cercami. Chiedimi. Resta con me. No. Sparisci. Ti dimentichero’ come tu hai dimenticato me. Sara’ facile e tu non saprai mai di questi giorni “.

Il tempo era fermo in un limbo di confusione. Che fare? A chi gridare questa inquietudine, questa perdita, questa totale sconfitta di vita?

Carlo, il bambino, l’amore, il futuro. Tutto era perduto. Lui non chiamava da giorni e lei s’era chiusa in una caverna di silenzio.

Si alzo’ lentamente. Un lamento usci’ a bocca chiusa. Sembro’ il cigolio d’assestamento di un vecchio mobile. L’acqua calda comincio’ a scorrere nella vasca e un rivolo di sangue percolo’ sulla gamba.

Pianse. E tra le lacrime senti’ forte la voglia di chiamarlo. Prese il telefono, compose il numero e riaggancio’ prima che questo cominciasse a squillare.

Si immagino’ patetica. Una figura di donna senza orgoglio, che chiama cercando consolazione. Una telefonata ricolma di puro pietismo.

“ NO. Io non sono questa “.

Si immerse nella vasca e lascio’ che l’acqua le coprisse il viso.

In quello spazio ristretto, una decisione prese a galleggiare.

“ Silenzio. Questo ti daro’. Distanza per distanza. Il mio niente per il tuo. La mia assenza per la tua. E poi un giorno tornerai. E io ti diro’ questo momento. Trovero’ le parole. Trovero’ il modo “.

Si senti’ svanire. Confondersi con l’acqua. Come se il confine di se’ non fosse delimitato.

Un disegno a matita quasi cancellato. Si senti’… niente.

Continuava a immaginare il momento in cui lui fosse tornato. Le avrebbe detto che aveva sbagliato a lasciarla e che lo vedeva ancora quel futuro con lei. Avrebbero avuto un altro figlio e lui lo avrebbe definito ” Un capolavoro “. E lei sarebbe affogata in un pianto dirotto, scevro di segreti.

Usci’ dall’acqua e si aggrappo’ a l’immagine di lui. Passo’ la mano sullo specchio e tra le lacrime del vapore si scopri’ a sorridere.

Glielo avrebbe detto, un giorno. Quel giorno.

Giro’ la chiave e apri’ la porta. Usci’ silenziosa come un felino. Lasciando perdersi nel vapore alle sue spalle un’unica parola… “ Forse “.

Hep-burn si muove

Era un quadro da magazzino. Una cosa dozzinale. Una figura da pub e parrucchieri. Roba per adolescenti o donnine senza personalita’. ” Una sciapata “, avrebbe detto sua madre. ” Una burinata ” avrebbe detto Daniele, guardando lei e il quadro in un’espressione di boriosa sorpresa. ” Mica vorrai appendere quella cosa in casa nostra ? “. Disse

” Lu si’ vistu lu quadro di Tiffany, che classe ? “. Avrebbe aggiunto poi, scimmiottando accenti ciociari.

Tina cammina verso casa. Non c’e’ piu’ niente che possa toglierle il pensiero di essere una donna senza gusto. Ha passato cosi’ tanti anni a sentirselo dire, che ora ne e’ convinta. Eppure ogni sera, tornando a piedi dall’ufficio, guarda la vetrina di Serafini. Non si capisce bene che cosa venda. C’e’ di tutto. Dai detersivi ai carillon, dai reggiseni del primo dopoguerra agli infradito per  il mare, dai bigodini di plastica ( che, abbinati ai reggiseni, esaudiscono il sogno di ogni donna di avere un aspetto vintage ) ai mestoli, agli assorbenti, agli sturalavandini. Gli sturalavandini ce li ha sempre in avanzo, pero’. Non glieli compra nessuno per non dar modo al vecchio Seraf ( cosi’ lo chiamano in paese ) di fare allusioni sconvenienti. Ha quasi settant’anni ormai. ” E’ un povero rincoglionito, che gli vuoi dire? Non sa neanche quello che dice”. Questo si dice in giro. Pero’ due giorni fa, alla signora Terenzi del quarto piano, che era andata da lui a comprare uno di quei cosi, perche’ e’ nuova in zona…e nessuno l’aveva ancora avvertita,  aveva detto chiaramente ” SE NON LA SODDISFA IL MANICO, CE L’HO IO UN BELLO STURONE QUI. JE LA DO IO SIGNO’…’NA STURATA A QUER VECCHIO LAVANDINO DECREPITO”. Tina, che passava di li’ proprio in quel momento, rimase basita, ma giusto il tempo per realizzare. Poi rise per tre giorni e organizzo’ una cena con gli amici. Anche loro risero per tre giorni.

Tra tutte le cianfrusaglie della bottega, compresi i giocattoli Made in China altamente selezionati da Seraf in persona, spunta un quadro. Quel quadro. Quello che  “…No, assolutamente non lo comprerei mai, caro “.

E’ uno sputtanatissimo ritratto di Audry Hepburn che fuma da un cannello ( LA PAROLA BOCCHINO E’ BANDITA DAL PAESE, A CAUSA DI SERAF). Lo guarda da mesi. Da quando e’ sola. Daniele se n’e’ andato. Sua madre non esce quasi piu’. Le ossa fanno troppo male. E’ l’artrosi. Se lo appendesse in casa, nessuno direbbe niente.

” Ma insomma, lo compri o no  ‘sto quadro col bocchino? “. ( BOCCHINOO..BOCCHINO…bocchino…hino ) Un’eco.

Cristo, il vecchio Seraf e’ uscito dal negozio. Tina non risponde. E’ panico. Immagina in un attimo una possibile conversazione con lui: ” Eh..si..mi piace molto, ma costa un po’ troppo ” – ” ..E lo so, anche a me me piaceno li bocchini, ma costeno troppo “.

Cristo non c’e’ mai quando serve !!!

Poi ripensa alla signora Terenzi del quarto piano che, acida e sconvolta, rispose: ” GLIELO VADA A STURARE A QUELLA POVERETTA DI SUA MOGLIE, CHE CHISSA’ DA QUANTO TEMPO NON VEDE UN MANICO DECENTE “.

( I tre giorni piu’ belli della sua vita )

” Ti vedo tutti i giorni davanti la mia vetrina. Lo guardi per un po’, e poi te ne vai. Oggi ti aspettavo. Hai fatto tardi. Sarai stanca “.

L’accento romanesco di Seraf e’ scomparso. Lo sguardo e’ scevro di malizia e il tono e’ dolce e confidenziale. Ma che e’ successo? Tina lo guarda fissa. Gi occhi verdi  sembrano enormi, spalancati su quelli di lui, chiusi dagli anni.

– Si fanno piccoli, gli occhi, quando ci si invecchia.- Solo questo riesce a pensare lei.

Poi, timidamente esclama ” Non mi sono accorta dell’ora. Sono uscita dall’ufficio tardissimo”.

Seraf fa una risata e risponde con tono sicuro ” Non conosco nessuno che lavori in un ufficio, e  non si accorga dell’orario di chiusura. Tutti vogliono tornare a casa dalle famiglie”.

” Io non ho nessuno. Non piu’ almeno. Ce l’avevo. Qualcosa e’ andato storto. Eravamo sulla stessa macchina, in viaggio da molto tempo. Tutto era bellissimo, e non avevamo meta. In seguito lui voleva la montagna, io il mare “.

La voce di Tina e’ serena. Non c’e’ ombra di rimpianto. Il tono e’ basso, ma deciso. E’ sicura della scelta che ha preso. Lasciare Daniele e’ stato l’atto piu’ coraggioso, piu’ ponderato, piu’ doloroso e rischioso di tutta la sua vita.

” Visto che sei sola, e lo sono anch’io, ti va di chiacchierare un po’? Andiamo da Marisella, qui vicino. A quest’ora e’ ancora aperto. E’ tempo di novello e ciambelle al mosto. E niente…”.

Quanta insicurezza in quel ” E niente…” finale. Come un treno che deraglia a un passo dalla stazione. Un vecchio spavaldo che muta in un ragazzino al primo appuntamento.

” E chi e’ ‘sta bella regazzetta mo’? ” Marisella ha sessantatre anni, trenta kg in piu’ addosso, e una voce che sembra Louis Armstrong. Sorride e gli va incontro dondolando su vecchi scarponi da uomo. Intruppa a tutti i tavoli, e si lascia dietro una bestemmia per ognuno di loro. Poi afferra il vecchio per un braccio, ammicca un sorriso a Tina e le volta le spalle. Poi, con tono soave, si rivolge a Seraf  ” CHE CAZZO STAI A COMBINA’? “. Un vulcano che erutta.

Seraf si dimena e in un secondo e’ fuori dalla morsa di Marisella.

” E’ mi’ nipote Marise’…nun me sta’ a rompe li cojoni. Stasera nun me va”.

L’accento romanesco e’ tornato, ma Tina afferra la dinamica. La maschera di Seraf e’ quella di un buffone. Scontroso e maleducato. Volgare e attaccabrighe. S’e’ messo addosso una bella corazza. Un carapace..a salvaguardia di una ben piu’ morbida carne.

Il tempo trascorre in un’altra dimensione. Tina e Seraf affogano le loro vittime di mosto nei bicchieri. Marisella continua a intruppare e bestemmiare. A fine serata avra’ le gambe viola, e Dio le orecchie gonfie. L’odore delle botti sta impregnando i vestiti e le confessioni dei due vengono giu’ come i grappoli al tempo della vendemmia.

Un uomo solo. Mille donne e un unico amore.

” Non la conoscevo. L’ho guardata e me ne sono innamorato. Quante donne ho avuto prima di lei…e quante dopo. Eppure, quello che ho provato per lei, non l’avevo provato mai. Mai prima…mai piu’, dopo.

Un amore antico. Nato in un’altra vita. Un carattere impossibile. Testarda come un mulo, ma un fiore delicato. Gelosa e possessiva, ma libera come un uccello. Coraggiosa come un guerriero, ma capricciosa come un bambino. M’ha fatto ridere, e con la stessa intensita’ m’ha fatto piangere. E io l’ho amata, e ancora la amo, per tutte queste ragioni. E’ andata via. Perche’ amavo me piu’ di lei. Perche’ ero rude e orgoglioso. Non una volta ho chiesto scusa per i miei errori. E lei…quante volte le ha aspettate. Quante lacrime ha versato per me. Quante volte l’ho ferita, e lei e’ rimasta. Finche’ un giorno non l’ho piu’ trovata. Quel quadro, era suo. Glielo comprai il giorno in cui se ne ando’. Era il suo compleanno. Non lo vide neanche. Non feci in tempo “.

Seraf e’ un mare di parole e Tina non ha piu’ voglia di affogare vittime. Bagna di vino i racconti del vecchio, e insieme fumano sigarette nazionali che Marisella vende sottobanco.

“Quando Martina se n’e’ andata, mi sono infuriato. Era una stronza. Una matta impossibile. Tanto meglio per me, dicevo. Proprio non poteva funzionare. Finalmente ero libero, pensavo…credevo. Poi l’assenza di lei divenne ogni giorno piu’ ingombrante. Non respiravo senza Martina. Le giornate si facevano inutili. Le notti divennero infinite. Gli orologi sembravano fermi. Non vivevo senza lei. La cercai per mesi. Se n’era andata … per sempre. Misi in vendita il quadro quasi subito. Per rabbia prima, per rassegnazione dopo. In tutti questi anni, nessuno lo ha mai comprato. E’ rimasto in vetrina. Nell’esatto posto in cui lo misi la prima volta. E sono troppo vigliacco, per gettarlo. Ora sono un vecchio, e Audry e’ sempre bellissima. Non ricordo quasi piu’ il volto di Martina, ma guardo il quadro e la vedo…e il mio cuore ancora batte per lei. Quell’immagine in vetrina, e’ il mio carcere. Martina ha incatenato la mia anima a un dipinto. Non saro’ libero, finche’ qualcuno non me lo portera’ via “.

Tina beve. Seraf fuma. Nessuno dei due si aspetta che l’altro dica qualcosa. Ma entrambe pensano alla propria liberta’, legata alla stessa immagine. Tina sarebbe finalmente libera da critiche e pressioni che tanto hanno minato la sua autostima, e la capacita’ e il diritto di scegliere e amare qualcosa di assolutamente dozzinale e sputtanato. Seraf sarebbe libero del ricordo di Martina. Come Dorian Gray nell’atto finale. Un’anima senza piu’ vincoli.

La notte finisce in silenzio, nel fumo di un’ultima sigaretta per due. Marisella non bestemmia piu’. Ferma, quasi addormentata sulla sua mano appoggiata al tavolo, sembra una delle sue botti. Come cani e padroni, che si somigliano dopo un lungo stare insieme.

E’ dinuovo sera. Tina cammina verso casa. Serafini ha l’insegna spenta e lui e’ in piedi, fuori del negozio. Aspetta lei, che gli sorride avvicinandosi. Sono custodi, l’uno dei segreti dell’altra.

” Buona sera Seraf.Hai chiuso prima “.

” Ho lasciato il quadro al portiere del tuo palazzo.Te lo consegnera’ appena arriverai a casa “. Risponde lui di getto.

” Me lo pagherai con una serata da Marisella “.

Tina sorride. Accetta. E’ entusiasta. Emozionata. L’affare del secolo. Vino, ciambelle al mosto e nazionali….in cambio della liberta’.

La signora Renzi del quarto piano, passa in quel momento e nota lo scambio di sorrisi tra i due.

Seraf la guarda e con una mano sul pacco esclama:

”  SIGNO’, ALLORA? J’A DAMO ‘NA STURATA A ‘STO LAVANDINO”?

( Sabrina S. )