La cruna dell’ego

Alle tre del mattino, Lina, accende una sigaretta. Da diciannove anni, senza fare eccezioni. Ogni notte. Una liturgia che stabilisce il punto d’incontro tra la fine di un giorno qualunque e l’inizio di una notte che, nel migliore dei casi, trascorrera’ lenta e senza sogni.  Nella penombra, Lina si sdraia. Un uomo ha appena chiuso la porta. ” Fammi restare” , aveva chiesto.   Una boccata, e il punto rosso torna a far breccia nella stanza scura.  Una macchia di sangue fresco, su una foto in bianco e nero.   ” Fammi restare. Stanotte solamente “.   Lina dorme sola.    ” Non so neanche il suo nome “, pensa, mentre fissa una crepa sul soffitto. Lina non fa’ domande, non le interessano i nomi degli altri. Non vuole sapere. Domande e risposte preconizzano un rapporto, quantomeno, confidenziale.  ” Che palle questa mania delle domande ”.  A meta’ sigaretta, la mano si muove nel buio. Una goccia di lava fende l’oscurita’ tracciando scie luminose. Lina usa la sigaretta come una matita, e scrive nell’aria. Poi chiude un occhio, come se l’altro, da solo, funzionasse meglio, e torna a guardare la crepa. Segue, con la sigaretta, la strada che ha tracciato nel muro e immagina di aprirla. Fottuta crepa. E’ cosi’ da anni. Non si muove. E’ partita da zero, pochi centimetri, poi piu’ niente. Ci infilerebbe una mano, se potesse. ” Apriti, maledetta, e crollami sulla testa mentre mi assento dal mondo. Portati dietro il tetto e poi le stelle e poi lo spazio intero. Schiacciami su questo letto, perche’ di questo vivo ogni giorno, di questo muoio ogni notte “. Un’altra boccata, poi scoppia a ridere. ” Che stronzata ” esclama ad alta voce. Poi guarda la crepa e accenna un ghigno ” Siamo sole, amica mia, e stiamo benissimo “.   Una ambulanza  passa sulla strada e si ferma proprio sotto casa. La sirena smette di proclamare il suo ruolo e le luci rosse filtrano dalle persiane. Lina non si scompone. ” Prima o poi tutti ci ammaliamo di morte ” pensa.  Poi un’altra sirena. Anche questa smette di suonare appena raggiunta l’altra. Le luci sono blu. E’ la polizia. Un barlume di curiosita’ compare negli occhi di Lina, che guarda la crepa e le ammicca, come se quella potesse risponderle. ” Ogni notte ce n’e’ una “. Sta quasi per alzarsi dal letto. La sigaretta e’ finita. Ma qualcosa la trattiene ancora con lo sguardo fisso sul soffitto. Sono le luci. IL rosso e il blu delle sirene si riflettono sul muro in un carillon di colori e ombre. In quel caos cromatico, Lina torna col pensiero a un Natale di mille anni fa. Agli addobbi di un albero imponente, al frusciare di gonne e lunghi cappotti durante il ballo in piazza, alle corse dei bambini sulla neve, agli odori della festa, e alle luci che vestivano i palazzi. Natale. Non ce n’era piu’ stato uno da che l’altra lei era morta. L’altra Lina. Stesse scarpe, stesse trecce, stesso volto, stesso tutto. Per anni. Poi il ghiaccio. Una gemella non fa niente senza l’altra. Lina viaggia con la mente. Tra le luci colorate, la crepa si apre. Il muro si trasforma. E’ un lago ghiacciato. Il ricordo delle risa e’ vivido. I pattini tagliano il gelo in silenzio. ” Tienimi la mano ” grida insicura Emma, l’altra lei. Ha sempre paura, Emma, di parlare, di pensare, di perdersi. Ma Lina corre avanti. Vuole fare da sola, stare da sola. Non la vuole una vita da dividere in due. Ha gia’ la sua faccia, l’altra. La sua voce, i suoi capelli, i vestiti. E’ come vivere con uno specchio. Ma Lina e’ diversa. E’ coraggiosa, indipendente. Non ha mai paura e pensa sempre che non sia possibile godere della vita, se non si gode della propria unicita’. Poi il ghiaccio vibra sotto i pattini. Lina si volta di scatto a guardare Emma. Una crepa si e’ aperta nel ghiaccio, per esaudire il suo desiderio di unicita’, ed ha inghiottito il suo doppio. Fine del ricordo. Non c’e’ piu’  altro da ricordare, ne’ piu’ un desiderio da esprimere. Solo vuoto. Solo silenzio. Fa la prostituta,Lina. Non chiede un nome, non fa domande, perche’ nessuno glielo chieda, perche’ nessuno gliene faccia. Vive la vita nella propria unicita’. Ogni notte accende una sigaretta, e guarda una crepa chiusa sul soffitto, dal fondo di un lago.

( Sabrina S. )

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Piccole cose

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Poi Nina non aveva mezze misure.

Tutto era si o no, bianco o nero, giusto o sbagliato.

Lo amava Carlo? SI…e allora basta. Questo era sufficiente a continuare a stare insieme a lui. Pero’… pero’ adesso se lo chiedeva se Carlo l’amasse davvero. Tra un tradimento e l’altro Carlo l’amava. Di questo era certa. Ma mentre era con le altre, pensava a lei ? La vedeva, si o no, la faccia di Nina sul collo di quell’altra? E quando erano a letto insieme, se lo ricordava che quello a destra era il posto dove dormiva lei ? Dove mille volte l’aveva guardata addormentarsi tra una parola e un film noioso? Dove l’aveva sentita ridere, in piena notte, nel mezzo di chissa’ che sogno. ” Ridi di notte, perche’ ti avanzano delle risate dal giorno..? ” Le aveva chiesto la mattina dopo. Nina non dimenticava un istante passato con lui. E lui ? la dimenticava a seconda dell’occasione? Ecco un dubbio. Una sfumatura grigia tra quel bianco e nero di cui s’era fatta scudo tutta la vita.

Da quel giorno alla spiaggia Nina era cambiata. Glielo aveva detto di averlo visto al mare con la bionda. Glielo aveva detto due mesi dopo, e lui si era scusato come se non le avesse che pestato un piede. Poi una parola tira l’altra, e l’idea che ci fossero altre donne diventava piu’ densa, palpabile. ” Non ci sei mai, hai il tuo lavoro, i turni di notte all’ospedale. Mi sento solo. ( perdio, che confessione ) Ma ti amo, loro non significano niente per me “.  LORO? Ma quante sono? Ma chi sono? Nina se lo chiedeva in continuazione, e ogni volta le veniva in mente un’unica risposta ” UN FIORINO …”. Poi tornava alla serieta’ della faccenda. Non avrebbe voluto, ma l’immagine delle mani di Carlo, su un corpo che non era il suo, la trafiggevano come aghi negli occhi. Non poteva non pensarci, e lo odiava immensamente per quel dolore che le aveva regalato, e che non l’abbandonava mai. Si, lo odiava con tutta se stessa. Carlo aveva distrutto tutto. Niente sarebbe piu’ stato possibile tra loro. Nina lo sapeva. Conosceva fin troppo bene gli ingranaggi che si mettevano in moto con queste dinamiche. L’insicurezza era per lei un cane randagio, sempre pronto a divorarle l’anima. Non avrebbe piu’ creduto a una sola parola che fosse pronunciata da lui. Lo avrebbe perseguitato e tempestato di domande per sapere dove fosse e con chi,  ogni volta che non era con lei. E nelle notti in ospedale, avrebbe pregato che morisse un paziente ogni ora, pur di non ritrovarsi da sola con il pensiero del loro letto, riscaldato da altre donne. Il dolore degli altri ci distoglie dal nostro. Come guardare un brutto quadro mentre dipingiamo il nostro orrore su una tela gia’ sporca. La gelosia e’ un serpe sotto un masso, pronto ad afferrare la preda. Inaspettato, algido, si nutre di un cuore caldo che sanguina gia’.

Non c’e’ una scelta di soluzioni possibili. L’unica e’ lasciare Carlo alle sue donne, e sperare di dimenticare in fretta. Nina ci pensa ormai da mesi, e ogni volta che prende la decisione di dirglielo, lui la chiama. ” Che fai amore mio? ti penso, ti amo, ci sei solo tu… bla bla bla “. Un agglomerato di parole inutili che non colmano il vuoto che e’ stato creato. Come riempire di acqua un vaso che ha un foro sul fondo. Non le sente piu’ quelle parole. Sono i rumori delle macchine, fuori dalla finestra. Un televisore acceso, nella stanza accanto. Un mercante, in una fiera empia, che grida e nessuno lo capisce. Eppure Nina ha bisogno di quelle parole. Le brama ogni minuto del giorno. Sono necessarie per ritrovare, in Carlo, l’uomo che ha cosi’ amato.

” Non prendere decisioni delle quali potresti pentirti “. Eccola, Valeria, che reagisce alla stessa situazione con Francesco, facendo finta di non vedere. Nina, ogni volta, la guarda come fosse un marziano a una festa di messicani, e si chiede sempre come faccia a rimanere in quella situazione.

Poi si ricorda che Francesco non e’ il solo ad avere storie extra, anche Valeria si concede il lusso di un’avventura ogni tanto. Vanno avanti cosi’, per abitudine, per compagnia, per apatia, e perche’ hanno costruito un passato. Nonostante tutto. ” Dovrei trovare un altro uomo, eccola la soluzione. Chiodo scaccia chiodo.Funziona da sempre con tutti, funzionera’ anche con me “.

Un altro turno in ospedale e’ finito. La notte e’ trascorsa tra un pensiero e una flebo. Tra una soluzione definitiva e una fisiologica. Tra un tunnel senza uscita e una luce accesa in un corridoio buio. Tra una fitta al cuore e un’ora dopo la mezzanotte.

Nina sale in macchina. E’ l’alba. Poche auto percorrono con lei il lungotevere. Vanno veloci. Tutto, intorno, corre. La citta’ si sveglia. Ma lei non ha fretta. Infila un cd di Einaudi e segue il ritmo della musica. Adagio il pensiero torna li’, a Carlo, al piccolo passato che hanno costruito a fatica. Alle belle sensazioni di una volta. Al ricordo delle ore insieme. E a tutte le piccole cose che si sono regalati. Una collana, un libro con un sogno scritto sulla prima pagina, un anello di plastica, tolto dal tappo di una bottiglia d’acqua, quando capitarono in un ristorante assurdo con un vecchio che cantava a squarciagola, e un portachiavi con le loro iniziali incise. N-C. Glielo aveva regalato per le chiavi di casa, quando lui le aveva detto che quel posto era solo loro. Un angolo di mondo fatto solo di loro due. Non ci sarebbe piu’ entrata. Non avrebbe piu’ preso l’ascensore, non sarebbe salita all’ultimo piano, non lo avrebbe baciato sulla porta e non si sarebbe piu’ addormentata sul suo letto.

Il Tevere e’ splendido all’alba. Nina accosta. Ferma la macchina in doppia fila e scende. Si sporge dal muretto e guarda giu’. Qualcuno passeggia lungo il fiume con un cane. Alza gli occhi e la saluta. Lei accenna un sorriso e si asciuga una lacrima. Accende una sigaretta e torna al pensiero delle piccole cose.  Carlo…non la lascera’ andar via.

( Sabrina S. )