Amore, rosso amore

Serrava le gambe come per trattenerlo. E il sangue colava comunque. Scuro come le ombre, lucido come una lacrima.

Il dolore al ventre era insopportabile e Nina si piegava in avanti per cercare di alleviarlo. Se ne stava accovacciata in un angolo del bagno, sola come le fiere ferite. Lontana dai rumori. Lontana da altri occhi. La vita oltre la porta giungeva ovattata come in fondo al mare.

” E se diventassi padre ? “. Aveva chiesto insicura.

Tre, cinque, dieci ? Non lo sapeva, Nina, quanti giorni fossero trascorsi da quella domanda, ma se n’erano andati lenti come anni e della risposta di Carlo non era rimasto che un suono. Solo un rumore. Aveva risposto? Aveva riso? Aveva borbottato qualcosa. Che cosa? Era la terza volta in due giorni che gli poneva la stessa domanda e di lui ricordava solo di averlo visto cercare le notizie alla radio dopo essersi lamentato per il traffico.

Si era voltata e aveva guardato fuori dal finestrino. Nella macchina accanto, una coppia discuteva animatamente.

Lei piangeva, lui batteva forte le mani sul volante. Penso’ che almeno quei due avessero di che parlare.

” Non glielo chiedero’ piu’. Non lo vuole. Non mi vuole “, penso’ mentre Carlo tentava di infilarsi in un varco tra due macchine. E gia’ si immaginava lontana nel tempo. Sola, lei e questo figlio segreto. ” Un maschio. Sara’ un maschio e somigliera’ a lui “. Il pensiero scivolo’ sull’immagine di se’ durante il parto. Nonostante tutto, era felice. Accenno’ involontariamente un sorriso tirato, e un silenzio assordante si sedette sul sedile posteriore accompagnandoli per tutto il viaggio.

Un crampo doloroso la riporto’ al presente. L’odore acre del sangue era pregno di speranze svanite.

Carlo sembrava distante anni luce da quel futuro che avevano sognato insieme.

Se solo le avesse chiesto qualcosa. Il perche’ di quella continua domanda. O se solo le avesse preso la mano, come aveva sempre fatto, per dirle “ Amore mio “. Allora si, gli avrebbe raccontato tutto.

Gli avrebbe detto del bambino. Avrebbero gioito prima, e pianto poi per averlo perso. Insieme.

Il cuore di Nina era una foglia nel vento. Viaggiava senza meta da una sensazione all’altra. Senza fermarsi.

“ Chiamami ti prego. Cercami. Chiedimi. Resta con me. No. Sparisci. Ti dimentichero’ come tu hai dimenticato me. Sara’ facile e tu non saprai mai di questi giorni “.

Il tempo era fermo in un limbo di confusione. Che fare? A chi gridare questa inquietudine, questa perdita, questa totale sconfitta di vita?

Carlo, il bambino, l’amore, il futuro. Tutto era perduto. Lui non chiamava da giorni e lei s’era chiusa in una caverna di silenzio.

Si alzo’ lentamente. Un lamento usci’ a bocca chiusa. Sembro’ il cigolio d’assestamento di un vecchio mobile. L’acqua calda comincio’ a scorrere nella vasca e un rivolo di sangue percolo’ sulla gamba.

Pianse. E tra le lacrime senti’ forte la voglia di chiamarlo. Prese il telefono, compose il numero e riaggancio’ prima che questo cominciasse a squillare.

Si immagino’ patetica. Una figura di donna senza orgoglio, che chiama cercando consolazione. Una telefonata ricolma di puro pietismo.

“ NO. Io non sono questa “.

Si immerse nella vasca e lascio’ che l’acqua le coprisse il viso.

In quello spazio ristretto, una decisione prese a galleggiare.

“ Silenzio. Questo ti daro’. Distanza per distanza. Il mio niente per il tuo. La mia assenza per la tua. E poi un giorno tornerai. E io ti diro’ questo momento. Trovero’ le parole. Trovero’ il modo “.

Si senti’ svanire. Confondersi con l’acqua. Come se il confine di se’ non fosse delimitato.

Un disegno a matita quasi cancellato. Si senti’… niente.

Continuava a immaginare il momento in cui lui fosse tornato. Le avrebbe detto che aveva sbagliato a lasciarla e che lo vedeva ancora quel futuro con lei. Avrebbero avuto un altro figlio e lui lo avrebbe definito ” Un capolavoro “. E lei sarebbe affogata in un pianto dirotto, scevro di segreti.

Usci’ dall’acqua e si aggrappo’ a l’immagine di lui. Passo’ la mano sullo specchio e tra le lacrime del vapore si scopri’ a sorridere.

Glielo avrebbe detto, un giorno. Quel giorno.

Giro’ la chiave e apri’ la porta. Usci’ silenziosa come un felino. Lasciando perdersi nel vapore alle sue spalle un’unica parola… “ Forse “.

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Paola cento anime

paola 100 anime

” E poi la tua lingua gira intorno alla sua… in questo modo “.

La bocca di Paola si apre e la lingua si anima. Attraversa i denti come un verme che sbuca dalla terra, e leggera ruota nell’aria. A destra, a sinistra, su e giu’, e anche in diagonale. Senza logica.

” Perche’ hai gli occhi chiusi ? ti fa’ schifo? “. Chiede Nina ridacchiando. Lo sa perfettamente come si bacia, e sa anche perche’ si chiudano gli occhi in quei momenti. Ha quasi tredici anni, e il suo primo bacio lo ha gia’ dato. L’ha dato a Gianni, che ha due anni in piu’. Non perche’ le piaccia in particolar modo, ma perche’ di lui tutte dicono che baci bene. Tanto vale imparare da uno che sa come si fa. A Paola, pero’, piace il ruolo di insegnante e Nina la asseconda.

” Non essere stupida. E’ una cosa romantica. Lo fanno tutti. Quando avrai il ragazzo e lo bacerai, ricordati di chiudere gli occhi. I maschi si spaventano se li tieni aperti. Pensano che gli stai cercando i punti neri sulla faccia. E poi, se non ti piace il ragazzo, puoi sempre pensare di stare a baciare qualcun’altro “.

” Ma che dici? Se lui non mi piace, non lo bacio “.

” E’ inutile che fai la schizzinosa. Alla tua eta’ non te lo puoi permettere. Devi imparare. Lascia stare il vero amore. Quello non esiste. Me lo ha insegnato mio padre. Gli uomini vogliono solo scopare. Se tu non vuoi, a loro non importa, percio’ impara a farlo presto e con chiunque, cosi’ fai esperienza. Se lo sai fare, ti diverti anche tu e il tempo passa prima. Se no, fa’ solo male “.

” Io non potrei parlare con mio padre di queste cose “. Risponde Nina passando i lunghi ricci tra le dita.

Lo sguardo di Paola e’ una miniatura di cristallo. Lucente, e senza vita. Gli occhi neri come la pece e i capelli biondissimi spiccano su un viso fatto solo di pelle. Talmente magro da avere le rughe. Le occhiaie, cosi’ profonde a volte, da sembrare un trucco sbafato. Le mani grinzose e le unghie mangiate. La sigaretta sempre accesa e i denti un po’ macchiati. A sedici anni, Paola ne aveva cento… e sembravano mille. Eppure dietro il viso masticato, in un angolo nascosto, in un tempo non troppo lontano brillava ancora una bambina.

” Tu quante volte lo hai fatto? ” Nina non sente imbarazzo a parlare con Paola di queste cose. Aveva una  sorella piu’ grande, fino a poco tempo prima. Poi qualcosa era accaduto, e a un tratto non aveva avuto piu’ nessuno a cui chiedere qualcosa. Paola era sempre stata sola, a parte suo padre, e l’arrivo di Nina al reparto di neuropsichiatria infantile, lo aveva vissuto come un regalo di Dio. Non potevano stare una senza l’altra. Si erano trovate. L’una a  completare l’altra. O forse, l’una a salvare l’altra.

” Quante volte ? “.

La domanda rimane sospesa nella stanza come uno spettro. Entrambe sentono la presenza scomoda di qualcosa che non andava chiesto, di qualcosa che non avrebbe ricevuto risposta, finche’ Paola non avesse voluto..

” Nina, sono le sette. Tuo padre e’ giu’ che aspetta “. La voce entra delicata nella stanza  di Paola.

E’ Susanna, l’infermiera di turno. I capelli sembra che gli siano esplosi sulla testa. Rossi. Cotonati all’inverosimile.

Le stanno di merda. Paola e Nina la guardano sbigottite. Poi Nina esclama ” Te la devi piantare di pettinarti col gatto. Fallo almeno per il gatto “.  Paola scoppia a ridere e Nina intravede una carie.

” Ciao Paola, piccolo rottame ”  ” Ciao Nina, piccola stronza “.

Il reparto sembra una scatola. Un contenitore in linoleum azzurro per bambini e adolescenti ” diversi “. Nina e’ l’unica a poter tornare a casa la sera. Qualcosa si e’ spezzato in lei, all’improvviso. A un certo punto della sua vita, si e’ persa e ha smesso di distinguere il bianco dal nero, il silenzio dal caos, il si dal no. Qualcosa che andava oltre la semplice ribellione adolescenziale. O forse, semplicemente, qualcosa che i suoi genitori non erano stati in grado di controllare. Qualche mese al reparto, e sarebbe tornata come nuova.

Nina attraversa il corridoio. Le stanze sono aperte. Gli altri ragazzi hanno cose strane che lei non distingue, e li chiama tutti ” pazzi “. Nessuno deve correre il rischio di rimanere chiuso in una stanza. Non bastava togliere le chiavi. Hanno venduto le porte e il ricavato e’ tornato al reparto sotto forma di televisore per la stanza comune. Lo guardano solo le infermiere. Antonio la vede passare e le fa’ l’occhiolino. Guido ride malizioso. Come a dire ” lo so che c’e’ del tenero tra voi “. In realta’ Guido non capisce niente. Ogni cosa, anche la piu’ elementare, gli va’ ripetuta continuamente, e comunque non la capisce. Antonio sembra normale e a Nina piace. Lui dice sempre di amarla. Un giorno la sposera’, ripete a tutti. Sempre. Tranne quando, all’improvviso, impazzisce e vuole ucciderla. Ma Nina non ha paura. Tanto lui vuole uccidere tutti quanti. Per fortuna gli infermieri hanno sempre una siringa pronta per lui. La chiamano ” La fiala Antonio “. Perche’ la usano solo per lui e, quando lo fanno, dorme per ore.

Alex e’ appoggiato al muro, vicino l’ascensore che porta alla mensa. Passa li’ le sue giornate. Ha otto anni. I capelli nerissimi e la pelle bianca. Ha sempre una sciarpa rossa al collo. Nina non puo’ guardarlo. La sua pazzia lo spinge a fare qualcosa che sa che non potra’ dimenticare.  Per scacciare l’idea di lui, Nina attraversa ad occhi chiusi l’ultimo tratto di corridoio, dove Marco, completamente paralizzato, dorme su una lettiga. Nina si avvicina, lo bacia sulla guancia e apre la porta a vetri che delimita il confine del reparto. Poi si volta. Paola e’ infondo al corridoio. Fuma appoggiata al muro e le sorride. ” Ci vediamo domani, stronza “. Nina ride e richiude la porta a vetri.

Nei sei mesi successivi Nina e Paola vivono in simbiosi. Una accanto all’altra. Una padrona dell’altra. Insegnandosi e imparandosi a vicenda. Una, custode dei segreti dell’altra. Paola aveva avuto un padre, che le aveva fatto da madre, da fratello, da padrone. L’aveva prostituita, venduta, drogata e umiliata. E poi aveva avuto Nina che l’aveva solo amata. E poi  piu’ niente. Solo se stessa. Un corpo con cento anime. Una delle quali, un giorno la porto’ via a Nina.

Semplicemente, se ne ando’.

E’ cresciuta, Nina. Ma spesso capita che, tra la folla, intraveda due occhi neri come la pece, e per un attimo il cuore sussulti. Eccola… Paola. Il battito sale in gola e i ricordi tornano a gridare ” SIAMO ANCORA QUI “.

Manda giu’ un sasso, Nina, e guarda quegli occhi perdersi tra la gente.

Il reparto fa parte di un’altra vita. Il mondo e’ fuori, oltre la porta a vetri. Paola non esiste piu’. Antonio non esiste piu’. Guido e Marco non esistono piu’. E Alex…

Quello che c’era li’ dentro erano mille pianeti in uno spazio blu linoleum. Ognuno un mondo. Ognuno una vita con uno scopo. Rendere quella di Nina… la piu’ bella che si possa desiderare di vivere.

 

Di fari e segreti

Selina guarda il mare.

Oggi e’ mosso e la marea sta salendo in fretta. Il cielo abbraccia la spiaggia e la scogliera con i colori di un livido. Un mantello minaccioso di ombre si sta posando su tutta la costa.

Lo sa che presto cadra’ la pioggia. E’ stato cosi’ ogni giorno, per tutta l’estate. Come se il cielo avesse raccolto le lacrime del mondo intero, e avesse aspettato quell’estate, per riversarle sulla Bretagna.

” Che cosa vieni a fare qui ogni giorno, da sola ? “.

Il Signor Benodet e’ un uomo stravagante. Solitario. Da quando la moglie e’ morta, dieci anni fa, nessuno l’ha piu’ sentito parlare con gentilezza, o visto sorridere una volta. In paese raccontano che la moglie fosse sonnambula, e che una notte, in pieno sonno, sali’ sulla barca a remi di lui e parti’ per il mare senza fare piu’ ritorno.Da allora, vive nella vecchia casa bianca sulla spiaggia. Tutte le case sono bianche, in zona, ma solo la sua ha il tetto verde. Le altre, compresa quella di Selina, ce l’hanno blu.

Dicono che una volta, quando la comunita’ gli ha chiesto di dipingere il tetto di blu, per uniformarlo agli altri, lui li ha minacciati di andare di notte a dipingere i loro tetti dei colori piu’ assurdi.Lo avrebbe fatto di sicuro, penso’ Selina sorridendo. Non sarebbe stato cosi’ brutto, svegliarsi una mattina e trovare Quimper tutta colorata. Giallo, rosso, arancio e rosa…tutti in guerra contro il cielo plumbeo della Normandia.

” Aspetto “. La voce di Selina e’ un filo nell’aria e scompare dietro l’infrangersi delle onde. Non si fida di nessuno, e non vuole dar modo agli altri di continuare una conversazione. Non e’ raro che non risponda alle domande e che si allontani in fretta e silenziosa, al formarsi di gruppi di persone nei paraggi. C’e’ qualcosa di malsano a non voler mai stare da soli. Questo pensa.

“Anche io aspetto”. Seguita il signor Benodet senza domandare altro.

Selina lo guarda con circospezione mentre lui si piega a raccogliere qualcosa sulla sabbia. Ci soffia sopra e poi lo strofina con la manica della giacca, lo guarda piu’ da vicino e poi lo infila in una piccola sacca di tela, insieme ad altre cose.

Gli occhi di lei si fanno piccoli binocoli per cercare di vedere meglio l’oggetto. Lui si gira e la guarda con la stessa curiosita’ con cui lei guarda lui. Poi le volta le spalle e si incammina a piedi nudi lungo la battigia.

Rimane qualche secondo a guardarlo allontanarsi. E’ schiva, Selina, ma curiosa come una scimmia. Che cosa ha messo in quel sacco? che cosa cerca, sempre con la testa china sulla sabbia? Che cosa aspetta?

La pioggia inizia a cadere. Gocce fittissime di acqua tiepida. Selina alza la testa e apre la bocca. Adora la pioggia. La fanno ridere tutte quelle persone che scappano a ripararsi sotto ombrelli e tettoie, o che corrono in casa come se il cielo stesse per crollare sulle loro teste, trascinandosi dietro l’universo. ” Come e’ ridicolo l’uomo, quando fugge “. Pensa ad occhi chiusi, ancora con la bocca aperta verso il cielo.

Poi il pensiero torna a un uomo in particolare. Un uomo che non fugge, ma che passeggia sulla spiaggia cercando qualcosa. Lo vede, il signor Benodet, non troppo lontano da lei. E’ chino sulla sabbia. I  gesti sono gli stessi. Raccoglie qualcosa, lo strofina, lo guarda qualche secondo e poi …lo getta. Non lo ha messo nel sacco di tela. E’ un attimo. Selina slaccia le scarpe e corre verso il punto dove l’oggetto e’ caduto. Lui si sta allontanando di nuovo. Forse potra’ prendere lei, quello che lui ha rifiutato. Ma che cosa ha rifiutato?

Arrivata sul posto, non vede che sabbia, comuni conchiglie e qualche vetro rotto. Chele di granchi e carapaci vuoti. Un cimitero per crostacei.

” Non c’e’ niente di interessante li’ “. La voce del signor Benodet sovrasta le onde.

Lei alza la testa e lo guarda. Come ad un tacito invito a seguirlo, Selina accenna un assenzo con la testa.

Il vecchio e la bambina si incamminano sul bagnasciuga, sotto la pioggia. A guardarli da lontano, lui avanti e lei pochi metri in dietro, sembrano due scogli nella tempesta.

” Aspetto che scenda la marea per arrivare al faro “.  Selina attacca a parlare. Preferisce parlare di sua sponte, che rispondere a una domanda specifica. Cosi’ puo’ decidere lei la natura della conversazione.

” Sei arrivata troppo presto. La marea deve ancora salire. Ci vorra’ qualche ora perche’ tu possa arrivare al faro. Torna domani. Nel pomeriggio gli scogli che portano alla torre saranno piu’ asciutti, cosi’ non rischierai di cadere in acqua “.

Sembra un orco a guardarlo. La barba un po’ lunga, bianca e i capelli grigi che cadono sul collo blu della giacca.Un uomo decisamente trascurato, con uno sguardo severo, ma con un tono rassicurante.

Chissa’ perche’, Selina si fida. Lui non chiede. Lei racconta.

” Vengo qui ogni giorno per portare una cosa al faro. Tutti qui dicono che si puo’ raccontargli un segreto, e che si puo’ esprimere un desiderio, che il faro e’ magico e che a qualcuno glielo ha esaudito “.

Chissa’ perche’, lui si fida. Lei non chiede, Lui racconta.

” Vengo qui ogni giorno per assicurarmi che mia moglie non sia morta. Il mare restituisce sempre cio’ che ha preso. Se non la trovo sulla spiaggia, vuol dire che e’ ancora viva…da qualche parte. L’ aspetto. Nel frattempo, raccolgo gusci vuoti di paguri. Li collezionava lei. Voglio che ne trovi a centinaia, quando tornera’ a casa “.

” Signor Benodet, mi aiutera’ ad arrivare al faro, domani ? Ho una scatola, con un desiderio chiuso all’interno. Non so nuotare. Ho paura di cadere in acqua. Potrei perdere la mia scatola “.

” Ti costera’ almeno dieci paguri. Non uno di meno”.

Il sorriso di Selina attraversa la pioggia..per incontrare quello di lui.

Insieme si allontanano, vestiti di sogni. Con la speranza in un sacco di tela e un desiderio in una scatola.

( Sabrina S. )