Il verso delle cose

E poi il vento cesso’ bruscamente. Le foglie rimasero ferme, come basite. Mille occhi verdi, accorti come a un tuono improvviso nel buio. La linfa degli alberi rallento’, e cosi’ il sangue di Nina. Immobile, col respiro sospeso a metà e l’orecchio teso verso la notte. Sotto le coperte, la temperatura aumento’ e il cuore comincio’ a battere al ritmo di riti africani. Senti’ chiaramente i pensieri frantumarsi come vetri sulle scogliere dei ricordi. Un pensiero, un ricordo, un vetro rotto. La notte dei cristalli.                                                     gemelle L’oscurità è priva di perspicacia. Tutto è confuso, tutto è deforme. Le ombre prendono vita e la memoria dell’essere delle cose perde il suo raziocinio. La manica del cappotto pende dalla sedia su cui e’ stato appoggiato. Il riflesso sul muro e’ un uomo chino su se stesso, con un  tubo in mano. Guardinga come un cane randagio, Nina inarca la schiena e piano viene su. Il suo stesso respiro e’ un rumore assordante e le gambe sembrano paralizzate.  C’e’ qualcosa nell’aria ferma. Non e’ sola, Nina, nella stanza che una volta era appartenuta a un altro corpo. E forse proprio quel corpo, ora, tornava a farvi visita. A controllare che tutto fosse come lei lo aveva lasciato. Ad assicurasi che nessuno avesse toccato le sue bambole, i suoi vestiti rosa, le sue fotografie, i suoi cuscini confetto.

Dopo la morte di Marta, Nina non aveva osato togliere nulla. Nessuno aveva azzardato, e ora, nella penombra, tutto era esattamente al suo posto, anche Marta. Nina la vide chiaramente.  Sdraiata con la testa rivolta verso la finestra chiusa. In un attimo le mani coprirono gli occhi. La testa continuava a dire no, muovendosi velocemente. Il respiro tornava caldo dalle mani premute con forza sul viso. E nella mente i cristalli finivano di frantumarsi.

” Non e’ lei, non e’ lei, non e’ lei… ” Eppure Nina pregava che lo fosse. Ne aveva paura, ma forse era un’occasione. Un’ultimo istante per dire qualcosa. Quell’unica cosa che Nina non aveva avuto il tempo di dire.

L’aria si fece piu’ densa. Fu come tentare di nuotare nella resina. E poi un peso gravoso sulle spalle, sulle braccia e le gambe. Per un attimo, senti’ il calore spostarsi altrove e il gelo  camminare sotto pelle.

Tra i cristalli rotti Nina cercava le parole e, non riuscendo a ricordare, ripercorse i momenti di tutta una vita vissuta in due…per poi restare una meta’. E di quella meta’, ancora un’altra meta’.

” Ecco, Marta… ” penso’ Nina con la mente ferma a un’immagine di mille anni prima, ” Sono stata l’altra meta’ di te, e ora… non so neanche essere la meta’ di me “.

Questo e’, perche’ cosi’ doveva essere. In cuor suo, Nina, aveva sempre saputo di essere la meta’ di qualcosa che non era gestibile. Una vita sacrificata a un’altra, niente di piu’.

” Marta, ti prego resta… o nessuno sapra’ mai che Nina esiste “. Ecco le parole che non aveva mai detto. La vita e la morte seguono un verso che non c’e’ dato di sapere.

Nina senti’ chiaramente aprirsi un varco di aria profumata di fiori, davanti a se’. Apri gli occhi e guardo’ il buio della cavita’ delle sue mani. Tento’ di dire qualcosa, quelle parole, prima che fosse tardi dinuovo.

All’ alba, tutto era tornato al suo posto. Anche Marta, e la resina e i fiori e l’aria gelida.

La vita di una segue il verso della morte dell’altra.

” Marta… ”

Nina riusci’ solo a bisbigliare il suo nome, ringhiottendo come sabbia tutte le parole.

E’ il verso delle cose.

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La cruna dell’ego

Alle tre del mattino, Lina, accende una sigaretta. Da diciannove anni, senza fare eccezioni. Ogni notte. Una liturgia che stabilisce il punto d’incontro tra la fine di un giorno qualunque e l’inizio di una notte che, nel migliore dei casi, trascorrera’ lenta e senza sogni.  Nella penombra, Lina si sdraia. Un uomo ha appena chiuso la porta. ” Fammi restare” , aveva chiesto.   Una boccata, e il punto rosso torna a far breccia nella stanza scura.  Una macchia di sangue fresco, su una foto in bianco e nero.   ” Fammi restare. Stanotte solamente “.   Lina dorme sola.    ” Non so neanche il suo nome “, pensa, mentre fissa una crepa sul soffitto. Lina non fa’ domande, non le interessano i nomi degli altri. Non vuole sapere. Domande e risposte preconizzano un rapporto, quantomeno, confidenziale.  ” Che palle questa mania delle domande ”.  A meta’ sigaretta, la mano si muove nel buio. Una goccia di lava fende l’oscurita’ tracciando scie luminose. Lina usa la sigaretta come una matita, e scrive nell’aria. Poi chiude un occhio, come se l’altro, da solo, funzionasse meglio, e torna a guardare la crepa. Segue, con la sigaretta, la strada che ha tracciato nel muro e immagina di aprirla. Fottuta crepa. E’ cosi’ da anni. Non si muove. E’ partita da zero, pochi centimetri, poi piu’ niente. Ci infilerebbe una mano, se potesse. ” Apriti, maledetta, e crollami sulla testa mentre mi assento dal mondo. Portati dietro il tetto e poi le stelle e poi lo spazio intero. Schiacciami su questo letto, perche’ di questo vivo ogni giorno, di questo muoio ogni notte “. Un’altra boccata, poi scoppia a ridere. ” Che stronzata ” esclama ad alta voce. Poi guarda la crepa e accenna un ghigno ” Siamo sole, amica mia, e stiamo benissimo “.   Una ambulanza  passa sulla strada e si ferma proprio sotto casa. La sirena smette di proclamare il suo ruolo e le luci rosse filtrano dalle persiane. Lina non si scompone. ” Prima o poi tutti ci ammaliamo di morte ” pensa.  Poi un’altra sirena. Anche questa smette di suonare appena raggiunta l’altra. Le luci sono blu. E’ la polizia. Un barlume di curiosita’ compare negli occhi di Lina, che guarda la crepa e le ammicca, come se quella potesse risponderle. ” Ogni notte ce n’e’ una “. Sta quasi per alzarsi dal letto. La sigaretta e’ finita. Ma qualcosa la trattiene ancora con lo sguardo fisso sul soffitto. Sono le luci. IL rosso e il blu delle sirene si riflettono sul muro in un carillon di colori e ombre. In quel caos cromatico, Lina torna col pensiero a un Natale di mille anni fa. Agli addobbi di un albero imponente, al frusciare di gonne e lunghi cappotti durante il ballo in piazza, alle corse dei bambini sulla neve, agli odori della festa, e alle luci che vestivano i palazzi. Natale. Non ce n’era piu’ stato uno da che l’altra lei era morta. L’altra Lina. Stesse scarpe, stesse trecce, stesso volto, stesso tutto. Per anni. Poi il ghiaccio. Una gemella non fa niente senza l’altra. Lina viaggia con la mente. Tra le luci colorate, la crepa si apre. Il muro si trasforma. E’ un lago ghiacciato. Il ricordo delle risa e’ vivido. I pattini tagliano il gelo in silenzio. ” Tienimi la mano ” grida insicura Emma, l’altra lei. Ha sempre paura, Emma, di parlare, di pensare, di perdersi. Ma Lina corre avanti. Vuole fare da sola, stare da sola. Non la vuole una vita da dividere in due. Ha gia’ la sua faccia, l’altra. La sua voce, i suoi capelli, i vestiti. E’ come vivere con uno specchio. Ma Lina e’ diversa. E’ coraggiosa, indipendente. Non ha mai paura e pensa sempre che non sia possibile godere della vita, se non si gode della propria unicita’. Poi il ghiaccio vibra sotto i pattini. Lina si volta di scatto a guardare Emma. Una crepa si e’ aperta nel ghiaccio, per esaudire il suo desiderio di unicita’, ed ha inghiottito il suo doppio. Fine del ricordo. Non c’e’ piu’  altro da ricordare, ne’ piu’ un desiderio da esprimere. Solo vuoto. Solo silenzio. Fa la prostituta,Lina. Non chiede un nome, non fa domande, perche’ nessuno glielo chieda, perche’ nessuno gliene faccia. Vive la vita nella propria unicita’. Ogni notte accende una sigaretta, e guarda una crepa chiusa sul soffitto, dal fondo di un lago.

( Sabrina S. )