Ti amo non si dice, Ti amo non si fa.

racconto

 

 

 

  • Beh, adesso che sei morta te lo posso dire, ti amo è una frase compromettente, non si dice a chiunque.
  • Non ero “chiunque’’
  • Sì ok, dai che hai capito. “Ti amo” e “Non ti amo” sono frasi che si dicono a qualcuno di speciale.
  • Ma pensa quanto ero fortunata, allora… me le hai dette tutte e due.
  • Ho letto da qualche parte che il sarcasmo muore insieme al corpo.
  • Hai letto una stronzata, non ti pare?
  • Infatti… Ma com’e’ lì? Come si sta? Hai incontrato qualcuno che conosci? E le ali? Quelle sono una stronzata, sii sincera.
  • Non so che dirti, non ho visto proprio nessuno, ancora, forse perchè sono appena morta. Le ali? No, quelle non ce le ho, ma magari ti spuntano dopo un po’ che sei qui. Chissà se pesano? Capirai, col mal di schiena che avevo sempre. A proposito, non ce l’ho piú, è come essere in acqua, a dire la verità, non sento il peso del mio corpo. Mi sembra di fluttuare, questa è l’unica stranezza, per il resto non mi pare neanche di essere morta. Forse non lo sono, infondo sono qui a parlare con te, no? Hai una sigaretta?
  • Ma perchè, si puo’ fumare?
  • Non lo so, ma non mi pare ci siano cartelli che lo vietino, e poi che altro potrebbe accadermi? Un cancro all’anima?
  • Hai sempre avuto questo umorismo nero. Non mi è mai piaciuto, non lo capisco, non è divertente.
  • E dai, sorridi un po’… questo posto è un mortorio.
  • Che hai fatto quando sei… partita?
  • Partita?
  • Ma sì, dai, sai come si dice… partire è un po’ come morire.
  • Sì ma morire è partire un po’ troppo, non credi?
  • Mi rispondi? Che hai fatto?
  • Non ho fatto nulla. Un attimo prima ero viva e quello successivo ero qui, con te. Non ho memoria di quanto sia accaduto nel mezzo.
  • Niente, davvero?
  • Te lo giuro, solo… un silenzio di tomba.
  • Quanto sei stronza, la devi smettere con queste battutacce.
  • Mio Dio però che lagna che sei. Son quasi contenta di essere morta e di non vedere quella tua faccia sempre appesa, di non sentirti sbuffare o lamentare per qualsiasi cosa. E poi perchè sono qui? Che mi hai chiamata a fare?
  • Non ti ho mica chiamata io, eravamo già qui a parlare da… non ricordo da quando, in effetti. Qual è il momento esatto in cui sei arrivata?
  • Non sono mai arrivata, credo di esser stata sempre qui, ad aspettarti. A proposito, dov’eri?
  • Al tuo funerale.
  • Ah, che bravo. Dai, racconta. c’era tanta gente?
  • Mancavi solo tu
  • Ahahaha… davvero, avrei voluto esserci. Questa cosa che non si possa assistere al proprio funerale, è una stronzata. Che diamine, in fondo ero l’ospite d’onore. Mi sarei portata un camion di girasoli. Tu me li hai portati, i fiori?
  • Te li hanno portati tutti, anche io, ma niente girasoli. Rose e gigli bianchi, la bara ne era ricoperta, poi c’erano cuscini di fiori colorati, misti, un po’ troppo arancioni per i tuoi gusti, ma si intonavano davvero bene al vestito di tua cugina, quella stronza con la puzza sotto il naso. Tuo padre e tua madre sembravano invecchiati di mille anni e tuo fratello aveva la faccia che ricordava la spiaggia della Normandia, dopo lo sbarco. Io e mia madre ci siamo seduti in fondo alla chiesa, per non disturbare e perchè l’odore di incenso mi fa sempre vomitare.
  • Ne bastava uno, di girasole, il tuo. Se mi avessi amata ancora, avresti girato per tutta la città in cerca di un girasole, anche vecchio, anche finto.
  • Non cominciare con questa storia dell’amore, ormai sei morta. Sai di essere stata speciale, per me, e poi non credevo che da morta ti saresti curata di sapere che fiori ti avrei portato.
  • Ma che cazzo vuol dire speciale? Meglio di alcune ma peggiore di altre? E sì, invece, come vedi me ne curo eccome!
  • Speciale vuol dire speciale, mica è una parola a libera interpretazione, e poi i morti non sanno tutto? Non avete poteri particolari? Che ne so, spostate le cose o vi trasformate in qualcos’altro?
  • Ci trasformiamo? Ma che cazzo siamo, i Power Rangers? E non siamo neanche Dio, non siamo onniscienti, non siamo niente di piú di quello che eravamo in vita e infatti sono ancora qui a chiederti se, per caso, fosse amore, se ti fossi sbagliato, se avessi confuso la stanchezza di un rapporto stantìo con la mancanza di amore… e avessi detto di non amarmi, alla fine. D’altra parte come si fa a non amarmi? sono adorabile, cazzo! E come hai potuto essere tanto cattivo? Lasciarmi in quel modo, è da vigliacchi. Illudermi, palesarmi il miraggio di una vita insieme e all’improvviso abbandonarmi con la scusa di non provare piú niente e, peggio ancora, continuare a scrivere e chiamare e uscire e farmi pensare che qualcosa ancora c’era e indurmi a pensare che eri solo confuso e che invece mi amavi ancora, ma non lo sapevi per certo. O credevi davvero che avrei potuto rimanerti amica e parlare con te dei tuoi rapporti con altre donne, vederti costruire la vita che avevamo pensato per noi, con un’altra che prendeva il mio posto? E ADESSO SONO MORTA, PERDIO! Non si fa, non si fa questo a nessuno e a me meno che agli altri, perchè io sono questa cosa di cristallo che ti sta ancora davanti.
  • E dai, sono stanco. Incredibile quanto stanchi un funerale. Forse è il dispiacere, ti cammina sotto pelle come un liquido denso, è come avere qualcuno sulle spalle tutto il giorno e non sapere come scrollartelo di dosso.
  • Vuoi dire che hai il coraggio di dormire proprio adesso, dopo il mio funerale? Ma non puoi comportarti come tutti quelli che perdono qualcuno di “speciale’? Non so, stare sveglio tutta la notte a pensare a me, a guardare le nostre foto, ad ascoltare le nostre canzoni e a piangerci su? Non puoi disperarti per la mia mancanza?
  • Ma se sei ancora qui…
  • Dicono che le anime di chi ha lasciato qualcosa in sospeso, rimangano a vagare nei posti in cui hanno vissuto finchè non risolvano le questioni insolute.
  • E tu che hai da risolvere?
  • Io voglio sapere se mi hai amata fino alla fine.
  • La fine di cosa?
  • La mia, idiota!
  • Ti amo non si dice, te l’ho spiegato, ma si fa, si dimostra l’affetto che si prova per qualcuno con i gesti, con le attenzioni, con la vicinanza e tutte quelle cose che voi donne volete.
  • No, non si fa, cioè si fa ma anche le parole sono importanti. Le donne hanno bisogno delle parole. Le attenzioni possono essere confuse con qualcosa di importante e, magari, non lo è. Noi donne siamo un casino. Perchè confondere delle menti già tanto incasinate?
  • Domani ti porterò dei girasoli. A proposito, tua madre ha fatto mettere sulla tomba quella tua foto che non ti piaceva, quella in cui si vede che hai i denti storti. C’è scritto qualcosa vicino al tuo nome… “Figlia adorata”, mi pare. Ha dimenticato di aggiungere “Rompi coglioni fino alla fine… e anche dopo”.
  • Le avevo detto di farci scrivere “Torno subito”.
  • Già, sarebbe stato nel tuo stile.
  • Hai lasciato i piatti sporchi nel lavandino e i fagiolini ancora da cuocere. Ci penso io, mentre riposi un po’? Sai… i funerali stancano.
  • I piatti li sistemerò domani. Lascia stare i fagiolini, se li fai tu, tanto vale buttarli subito.
  • Mi sento strana.
  • Che vuoi dire?
  • Non so, piu’ leggera. Mi pare di avere le mani trasparenti, posso guardarci attraverso.
  • Certo, sei un fantasma.
  • E’ quasi l’alba, credo di dovermene andare.
  • Ah, come i vampiri.
  • Sì, come loro. Allora è meglio che vada, prima che ti succhi via tutto il sangue dal collo. Terrai con te le cose che ti ho regalato, vero? Non le metterai in una scatola in cantina.
  • Non ce l’ho neanche, una cantina.
  • Su che hai capito. Anche quella piccola scultura che ti ho dato anni fa. Apri gli occhi, dai, quella sulle scale. Un uomo abbraccia una donna in segno di protezione, un tempo credevo che ci rappresentasse.
  • Sì, sì. Non ho voglia di aprire gli occhi, sto così bene qui, sul divano…e ho sonno. Non metterò mai via le tue cose, le nostre, sono importanti per me, “speciali”… e mi mancherai, tanto.

Nina… sei ancora qui? Nina… va bene, te lo giuro, fino alla fine.

Nina…

 

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Il cuore di Nina

Nina guarda il cielo e il cielo guarda lei. Oggi non si piacciono.

Piove una pioggia fitta, continua, sporca, sotto un cielo d’ottone. C’e’ odore di asfalto  e terra. Una tenaglia troppo stretta alla gola. Vorrebbe rientrare in casa, per non sentire l’acrimonia dell’aria, ma rimane ferma, in piedi al centro del giardino escludendo il mondo dai pensieri e se stessa dal mondo.

E’ l’ultimo temporale d’agosto. Nina alza la testa e spalanca le braccia come a dire ” Eccomi “, come a dire ” Eccoti “.

Se solo l’acqua potesse lavar via l’anima e con lei tutti i ricordi della vita. Questo prega in cuor suo, Nina, con gli occhi chiusi e la pelle trafitta da aghi di rame e piombo che arrivano dal cielo.

” Cristo salvami l’anima e la mente. Rendimi vuota e libera. Non voglio amare, non voglio ricordare. Dammi odio o fammi morire ti prego prima che il petto si laceri ”.

Sul viso intorpidito, ormai l’acqua non pungeva piu’. Scivolava leggera confondendosi alle lacrime e al pensiero della sua vita sprecata, del suo tempo perduto e al ricordo di ogni volta che si era sentita come se qualcuno l’avesse lasciata al buio in un bosco.

Non lo sosteneva piu’ il peso dell’abbandono. Questa collezione di rifiuti dagli altri era iniziata troppo presto. Da bambina. Eppure era sempre stata bella e piena di amore e voglia di rendersi bella anche la vita, per forza. E di rendere migliore anche quella degli altri. E lo aveva fatto. Tutti avevano preso da lei… e se n’erano poi andati. Tutti, indistintamente, avevano preso un pezzo del cuore di Nina senza mai restituirlo o barattarlo con altro.

” Guardami adesso, Dio. Un involucro di carne e pelle. Senza anima ne’ cuore. Questo sono, questo saro’ da oggi. E maledico i cani che hanno sbranato tutto cio’ che avevo, lasciandomi sola a guardarmi le spalle da altri cani. Saro’ un’anfora di sabbia e sale alla quale non potranno piu’ attingere. E maledico l’amore.  E maledico la vita. E maledico… e maledico… e maledico. E invoco la morte per restituirti questo vuoto che m’hai costretta a vivere ”.

” E SIA ” . Sembro’ rispondere il cielo con un unico, assordante boato.

Il cielo livido divenne nero. Il vento cesso’ di soffiare e per una frazione di secondi anche la pioggia sembro’ rimanere sospesa. In quell’attimo tutto fu fermo. E in quella apparente immobilita’ del mondo, come a una neve a primavera, Nina senti’ l’universo chiudersi intorno a lei, avvolgendola come un gioiello. Qualcosa di oscuro camminava sotto la pelle, entrava nel costato e scorreva nella vene. Il cielo si chiudeva, lo spazio rimpiccioliva e il cuore di Nina si piegava su se stesso, lasciando fuori l’amore. Chiudendosi per sempre.

( Sabrina S. )

Il verso delle cose

E poi il vento cesso’ bruscamente. Le foglie rimasero ferme, come basite. Mille occhi verdi, accorti come a un tuono improvviso nel buio. La linfa degli alberi rallento’, e cosi’ il sangue di Nina. Immobile, col respiro sospeso a metà e l’orecchio teso verso la notte. Sotto le coperte, la temperatura aumento’ e il cuore comincio’ a battere al ritmo di riti africani. Senti’ chiaramente i pensieri frantumarsi come vetri sulle scogliere dei ricordi. Un pensiero, un ricordo, un vetro rotto. La notte dei cristalli.                                                                                                            L’oscurità è priva di perspicacia. Tutto è confuso, tutto è deforme. Le ombre prendono vita e la memoria dell’essere delle cose perde il suo raziocinio. La manica del cappotto pende dalla sedia su cui e’ stato appoggiato. Il riflesso sul muro e’ un uomo chino su se stesso, con un  tubo in mano. Guardinga come un cane randagio, Nina inarca la schiena e piano viene su. Il suo stesso respiro e’ un rumore assordante e le gambe sembrano paralizzate.  C’e’ qualcosa nell’aria ferma. Non e’ sola, Nina, nella stanza che una volta era appartenuta a un altro corpo. E forse proprio quel corpo, ora, tornava a farvi visita. A controllare che tutto fosse come lei lo aveva lasciato. Ad assicurasi che nessuno avesse toccato le sue bambole, i suoi vestiti rosa, le sue fotografie, i suoi cuscini confetto.

Dopo la morte di Marta, Nina non aveva osato togliere nulla. Nessuno aveva azzardato, e ora, nella penombra, tutto era esattamente al suo posto, anche Marta. Nina la vide chiaramente.  Sdraiata con la testa rivolta verso la finestra chiusa. In un attimo le mani coprirono gli occhi. La testa continuava a dire no, muovendosi velocemente. Il respiro tornava caldo dalle mani premute con forza sul viso. E nella mente i cristalli finivano di frantumarsi.

” Non e’ lei, non e’ lei, non e’ lei… ” Eppure Nina pregava che lo fosse. Ne aveva paura, ma forse era un’occasione. Un’ultimo istante per dire qualcosa. Quell’unica cosa che Nina non aveva avuto il tempo di dire.

L’aria si fece piu’ densa. Fu come tentare di nuotare nella resina. E poi un peso gravoso sulle spalle, sulle braccia e le gambe. Per un attimo, senti’ il calore spostarsi altrove e il gelo  camminare sotto pelle.

Tra i cristalli rotti Nina cercava le parole e, non riuscendo a ricordare, ripercorse i momenti di tutta una vita vissuta in due…per poi restare una meta’. E di quella meta’, ancora un’altra meta’.

” Ecco, Marta… ” penso’ Nina con la mente ferma a un’immagine di mille anni prima, ” Sono stata l’altra meta’ di te, e ora… non so neanche essere la meta’ di me “.

Questo e’, perche’ cosi’ doveva essere. In cuor suo, Nina, aveva sempre saputo di essere la meta’ di qualcosa che non era gestibile. Una vita sacrificata a un’altra, niente di piu’.

” Marta, ti prego resta… o nessuno sapra’ mai che Nina esiste “. Ecco le parole che non aveva mai detto. La vita e la morte seguono un verso che non c’e’ dato di sapere.

Nina senti’ chiaramente aprirsi un varco di aria profumata di fiori, davanti a se’. Apri gli occhi e guardo’ il buio della cavita’ delle sue mani. Tento’ di dire qualcosa, quelle parole, prima che fosse tardi dinuovo.

All’ alba, tutto era tornato al suo posto. Anche Marta, e la resina e i fiori e l’aria gelida.

La vita di una segue il verso della morte dell’altra.

” Marta… ”

Nina riusci’ solo a bisbigliare il suo nome, ringhiottendo come sabbia tutte le parole.

E’ il verso delle cose.