La sera a casa di Alberto

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Alberto era una puttana. Un trasformista, un ruffiano, un doppiogiochista. Un uomo d’affari, soprattutto quelli degli altri .Un pettegolo esuberante con una grave forma di bipolarismo. Alternava momenti di gioia assoluta ad altri di totale silenzio e malinconia. Una personalita’ fragile, scissa in mille altre come i frammenti di uno specchio rotto.

Abitava nella mansarda di uno stabile, e nei momenti malinconici si rintanava in casa per giorni. Un topo in soffitta. Non era altro che questo. L’arredamento minimalista era dovuto piu’ alla sua apatia che non a un gusto personale. Ma nei momenti gai della sua vita, comprava dei fiori e metteva in ordine l’appartamento. Apriva le finestre anche in inverno ed esulatava durante i temporali. L’acqua entrava in casa formando una pozza sul pavimento, e Alberto rideva bagnandocisi i piedi. Non conosceva nessuno nel palazzo. Spesso schivo, a malapena veniva avvicinato dagli altri inquilini. Eppure, di tutti quegli sconosciuti Alberto sapeva molte cose.

Aveva posizionato un piccolo tavolo sotto la finestra. Da li’, osservava le vite degli altri e ne prendeva nota su un album da disegno. Non segnava i nomi delle persone di cui scriveva, le ritraeva.

Nina abitava al penultimo piano del palazzo difronte, e lo aveva notato piu’ volte sbirciare nel suo appartamento.

Stranamente non ne era infastidita, anzi, spesso aveva lasciato le tende aperte proprio perche’ lui potesse guardarla. Non dava l’idea di essere un maniaco o roba simile. Sembrava un uomo solo, niente di piu’.

Nina non gli permise mai di vedere oltre la sala o la cucina, ma un giorno apri’ la finestra della stanza da letto e i loro sguardi si incrociarono. Entrambi alla finestra, si fissarono per una manciata di secondi. Poi lui la vide sorridergli e correre in cucina, aprire una credenza e tirar fuori una scatola, infilarsi  una giacca e correre giu’ per le scale, attraversare il cortile e poi scomparire sotto le grondaie. Alberto si sporse dalla finestra e, non vedendola piu’, si lascio’ cadere sulla sedia. Prese la matita e comincio’ a tracciare le linee di lei sul foglio. Poi il campanello suono’. Era cosi’ intento nella sua opera che non lo senti’ nemmeno, e quello suono’ dinuovo.

Nina stava sulla porta e gli sorrideva. Lui sembrava un ebete. Stava fermo davanti a lei senza muoversi, senza dire niente. Non l’aveva mai vista da cosi’ vicino. Seguiva le linee del suo viso come se le stesse gia’ disegnando. Poi il suo sguardo sorpreso incontro’ gli occhi grandi di lei.

” Ho portato caffe’ e cioccolata “. Disse.

Alberto si scanso’ e le fece cenno di entrare.

Nei due anni successivi divennero, piu’ o meno, indivisibili. Alberto non si allontanava mai a lungo dalla sua tana, cosi’ la mansarda divenne il loro rifugio, ristorante, discoteca, sala da te’, confessionale e angolo del pettegolezzo. Tutto a seconda dell’umore di lui.

Poco tempo dopo, anche Carlo conobbe Alberto. Divennero presto complici e, molto piu’ spesso di quanto lei stessa credesse, fissavano Nina dalla finestra. Ne controllavano le azioni, le visite degli amici, le uscite. Ogni cosa. Carlo sapeva riconoscere lo stato d’animo di Nina da come lei apriva le finestre. Quando tutte erano chiuse, Nina stava male. Riservata com’era, tendeva a nascondersi ogni volta che qualcosa non andava. Poteva stare giorni senza parlare e ne’ Carlo, ne’ Alberto riuscivano ad avere notizie di lei. Le finestre indicavano un miglioramento quando cominciavano a riaprirsi. Non subito spalancate. Appena socchiuse, come fossero timide. In quei giorni Carlo non poteva avvicinarsi. Non li aveva mai capiti fino in fondo i silenzi di lei, ma lasciava dei segnali a casa di Alberto. Canzoni d’amore, messaggi, qualche volta poesie o lettere.

Ogni volta che Nina tornava a star meglio, correva da Alberto a cercare quei segnali e, quando li trovava, le finestre tornavano a spalancarsi sul mondo.

Alberto era una puttana. Non era fedele a nessuno. Era complice di Carlo tanto quanto di Nina.

Spiattellava all’uno e all’altra le cose di entrambi. Quando loro litigavano, la parte piu’ debole era Nina e Alberto si sentiva in dovere di raccontarle Carlo il piu’ possibile.

Spesso, pero’, si infuriava a tal punto da non parlare neanche con Alberto, e Nina perdeva il senso dell’orientamento. Trovandosi in un mare di niente, tornava a chiudere le finestre.

Carlo era un uomo ostinato, spesso ottuso e prepotente. Tendeva sempre ad alzare la voce e usava spesso un linguaggio volgare che Nina detestava. Nei modi gentili di lei, aveva sempre pensato, non c’era spazio per turpiloqui e toni alti. Non chiedeva mai scusa quando sbagliava e, ovviamente non lo avrebbe mai ammesso, con lei sbagliava spesso. Sbagliava i tempi, sbagliava le parole, sbagliava i modi,  sbagliava persino i silenzi e si irritava non poco se lei non seguiva il suo stile di vita estremamente salutista. Nina avrebbe dovuto vedere Carlo come l’esercito della salvezza. Cosi’ non era, ma lo seguiva ugualmente. Era di certo una donna che amava troppo. Cominciava a sentir svanire la sua personalita’ per far posto a quella di Carlo. In cuor suo sapeva… Questa cosa l’avrebbe distrutta. Carlo non era disposto a scendere a compromessi per lei. Non avrebbe rinunciato a niente e non l’avrebbe mai accettata cosi’ com’era. Pur non ammettendolo, lui aveva ricevuto molto piu’ amore di quanto ne avesse dato.

Fu Alberto a dire a Carlo del bambino. Nina, da sola, non ce l’avrebbe fatta. Carlo rimase impassibile, poi se ne ando’ senza dire una parola. Il giorno dopo chiamo’ Nina. Parlarono poco. Nina cambio’ subito discorso. Non poteva parlarne, e non lo avrebbe piu’ fatto. Quella fu la prima volta in cui Alberto venne tenuto fuori.

” Carlo e’ uno stronzo, non lo cambierai, ma ti ama. Almeno cosi’ dice “. Alberto glielo ripeteva spesso, quasi a volerla convincere dell’amore di lui, ma quando terminava la frase con ” almeno cosi’ dice… “, Nina veniva attraversata da un brivido fatto di dubbi e terreni frananti.

E poi, dal niente, spunto’ il silenzio, la mancanza di attenzioni, e la percezione assoluta, per Alberto e Nina, di essere diventati una cosa certa, scontata. Vecchi giocattoli che Carlo non aveva piu’ paura di perdere. Uno specchio all’ingresso nel quale nessuno si riflette piu’. Un libro impolverato con una dedica letta mille anni prima, e poi mai piu’.

Dopo tutti quegli anni insieme, qualcosa in Carlo era cambiato. Non passava quasi piu’ da Alberto e raramente lasciava messaggi per Nina, anche quando sapeva che le sue finestre erano chiuse.

Nina invece passava ogni giorno. Non lasciava messaggi per Carlo ma tornava ogni sera a vedere un ritratto che Alberto gli aveva fatto il giorno del suo compleanno. In quella foto Nina e Carlo si stringevano in un bacio. Non erano le labbra che si univano, che Nina fissava, ma il braccio di lui intorno alla sua schiena. Se chiudeva gli occhi, poteva sentirne la pressione sulle spalle e ancora la sensazione di quel momento. Si erano amati. In quel giorno lui l’aveva amata davvero.

Guardando la foto, ora, Nina sentiva forte la distanza di Carlo, e proprio a un passo dalla convinzione che il loro amore era finito lui tornava a chiamarla.

” Ti amo Nina, mi manchi ”

” Ti amo  Carlo, sempre ”

La mansarda  sembrava ranimarsi dinuovo. Quella luce accesa era una finestra sulla vita di Carlo e Nina.  Alberto sarebbe stato la puttana che la abitava, il faro nella notte, per ancora molto tempo

( forse  )

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