Hep-burn si muove

Era un quadro da magazzino. Una cosa dozzinale. Una figura da pub e parrucchieri. Roba per adolescenti o donnine senza personalita’. ” Una sciapata “, avrebbe detto sua madre. ” Una burinata ” avrebbe detto Daniele, guardando lei e il quadro in un’espressione di boriosa sorpresa. ” Mica vorrai appendere quella cosa in casa nostra ? “. Disse

” Lu si’ vistu lu quadro di Tiffany, che classe ? “. Avrebbe aggiunto poi, scimmiottando accenti ciociari.

Tina cammina verso casa. Non c’e’ piu’ niente che possa toglierle il pensiero di essere una donna senza gusto. Ha passato cosi’ tanti anni a sentirselo dire, che ora ne e’ convinta. Eppure ogni sera, tornando a piedi dall’ufficio, guarda la vetrina di Serafini. Non si capisce bene che cosa venda. C’e’ di tutto. Dai detersivi ai carillon, dai reggiseni del primo dopoguerra agli infradito per  il mare, dai bigodini di plastica ( che, abbinati ai reggiseni, esaudiscono il sogno di ogni donna di avere un aspetto vintage ) ai mestoli, agli assorbenti, agli sturalavandini. Gli sturalavandini ce li ha sempre in avanzo, pero’. Non glieli compra nessuno per non dar modo al vecchio Seraf ( cosi’ lo chiamano in paese ) di fare allusioni sconvenienti. Ha quasi settant’anni ormai. ” E’ un povero rincoglionito, che gli vuoi dire? Non sa neanche quello che dice”. Questo si dice in giro. Pero’ due giorni fa, alla signora Terenzi del quarto piano, che era andata da lui a comprare uno di quei cosi, perche’ e’ nuova in zona…e nessuno l’aveva ancora avvertita,  aveva detto chiaramente ” SE NON LA SODDISFA IL MANICO, CE L’HO IO UN BELLO STURONE QUI. JE LA DO IO SIGNO’…’NA STURATA A QUER VECCHIO LAVANDINO DECREPITO”. Tina, che passava di li’ proprio in quel momento, rimase basita, ma giusto il tempo per realizzare. Poi rise per tre giorni e organizzo’ una cena con gli amici. Anche loro risero per tre giorni.

Tra tutte le cianfrusaglie della bottega, compresi i giocattoli Made in China altamente selezionati da Seraf in persona, spunta un quadro. Quel quadro. Quello che  “…No, assolutamente non lo comprerei mai, caro “.

E’ uno sputtanatissimo ritratto di Audry Hepburn che fuma da un cannello ( LA PAROLA BOCCHINO E’ BANDITA DAL PAESE, A CAUSA DI SERAF). Lo guarda da mesi. Da quando e’ sola. Daniele se n’e’ andato. Sua madre non esce quasi piu’. Le ossa fanno troppo male. E’ l’artrosi. Se lo appendesse in casa, nessuno direbbe niente.

” Ma insomma, lo compri o no  ‘sto quadro col bocchino? “. ( BOCCHINOO..BOCCHINO…bocchino…hino ) Un’eco.

Cristo, il vecchio Seraf e’ uscito dal negozio. Tina non risponde. E’ panico. Immagina in un attimo una possibile conversazione con lui: ” Eh..si..mi piace molto, ma costa un po’ troppo ” – ” ..E lo so, anche a me me piaceno li bocchini, ma costeno troppo “.

Cristo non c’e’ mai quando serve !!!

Poi ripensa alla signora Terenzi del quarto piano che, acida e sconvolta, rispose: ” GLIELO VADA A STURARE A QUELLA POVERETTA DI SUA MOGLIE, CHE CHISSA’ DA QUANTO TEMPO NON VEDE UN MANICO DECENTE “.

( I tre giorni piu’ belli della sua vita )

” Ti vedo tutti i giorni davanti la mia vetrina. Lo guardi per un po’, e poi te ne vai. Oggi ti aspettavo. Hai fatto tardi. Sarai stanca “.

L’accento romanesco di Seraf e’ scomparso. Lo sguardo e’ scevro di malizia e il tono e’ dolce e confidenziale. Ma che e’ successo? Tina lo guarda fissa. Gi occhi verdi  sembrano enormi, spalancati su quelli di lui, chiusi dagli anni.

– Si fanno piccoli, gli occhi, quando ci si invecchia.- Solo questo riesce a pensare lei.

Poi, timidamente esclama ” Non mi sono accorta dell’ora. Sono uscita dall’ufficio tardissimo”.

Seraf fa una risata e risponde con tono sicuro ” Non conosco nessuno che lavori in un ufficio, e  non si accorga dell’orario di chiusura. Tutti vogliono tornare a casa dalle famiglie”.

” Io non ho nessuno. Non piu’ almeno. Ce l’avevo. Qualcosa e’ andato storto. Eravamo sulla stessa macchina, in viaggio da molto tempo. Tutto era bellissimo, e non avevamo meta. In seguito lui voleva la montagna, io il mare “.

La voce di Tina e’ serena. Non c’e’ ombra di rimpianto. Il tono e’ basso, ma deciso. E’ sicura della scelta che ha preso. Lasciare Daniele e’ stato l’atto piu’ coraggioso, piu’ ponderato, piu’ doloroso e rischioso di tutta la sua vita.

” Visto che sei sola, e lo sono anch’io, ti va di chiacchierare un po’? Andiamo da Marisella, qui vicino. A quest’ora e’ ancora aperto. E’ tempo di novello e ciambelle al mosto. E niente…”.

Quanta insicurezza in quel ” E niente…” finale. Come un treno che deraglia a un passo dalla stazione. Un vecchio spavaldo che muta in un ragazzino al primo appuntamento.

” E chi e’ ‘sta bella regazzetta mo’? ” Marisella ha sessantatre anni, trenta kg in piu’ addosso, e una voce che sembra Louis Armstrong. Sorride e gli va incontro dondolando su vecchi scarponi da uomo. Intruppa a tutti i tavoli, e si lascia dietro una bestemmia per ognuno di loro. Poi afferra il vecchio per un braccio, ammicca un sorriso a Tina e le volta le spalle. Poi, con tono soave, si rivolge a Seraf  ” CHE CAZZO STAI A COMBINA’? “. Un vulcano che erutta.

Seraf si dimena e in un secondo e’ fuori dalla morsa di Marisella.

” E’ mi’ nipote Marise’…nun me sta’ a rompe li cojoni. Stasera nun me va”.

L’accento romanesco e’ tornato, ma Tina afferra la dinamica. La maschera di Seraf e’ quella di un buffone. Scontroso e maleducato. Volgare e attaccabrighe. S’e’ messo addosso una bella corazza. Un carapace..a salvaguardia di una ben piu’ morbida carne.

Il tempo trascorre in un’altra dimensione. Tina e Seraf affogano le loro vittime di mosto nei bicchieri. Marisella continua a intruppare e bestemmiare. A fine serata avra’ le gambe viola, e Dio le orecchie gonfie. L’odore delle botti sta impregnando i vestiti e le confessioni dei due vengono giu’ come i grappoli al tempo della vendemmia.

Un uomo solo. Mille donne e un unico amore.

” Non la conoscevo. L’ho guardata e me ne sono innamorato. Quante donne ho avuto prima di lei…e quante dopo. Eppure, quello che ho provato per lei, non l’avevo provato mai. Mai prima…mai piu’, dopo.

Un amore antico. Nato in un’altra vita. Un carattere impossibile. Testarda come un mulo, ma un fiore delicato. Gelosa e possessiva, ma libera come un uccello. Coraggiosa come un guerriero, ma capricciosa come un bambino. M’ha fatto ridere, e con la stessa intensita’ m’ha fatto piangere. E io l’ho amata, e ancora la amo, per tutte queste ragioni. E’ andata via. Perche’ amavo me piu’ di lei. Perche’ ero rude e orgoglioso. Non una volta ho chiesto scusa per i miei errori. E lei…quante volte le ha aspettate. Quante lacrime ha versato per me. Quante volte l’ho ferita, e lei e’ rimasta. Finche’ un giorno non l’ho piu’ trovata. Quel quadro, era suo. Glielo comprai il giorno in cui se ne ando’. Era il suo compleanno. Non lo vide neanche. Non feci in tempo “.

Seraf e’ un mare di parole e Tina non ha piu’ voglia di affogare vittime. Bagna di vino i racconti del vecchio, e insieme fumano sigarette nazionali che Marisella vende sottobanco.

“Quando Martina se n’e’ andata, mi sono infuriato. Era una stronza. Una matta impossibile. Tanto meglio per me, dicevo. Proprio non poteva funzionare. Finalmente ero libero, pensavo…credevo. Poi l’assenza di lei divenne ogni giorno piu’ ingombrante. Non respiravo senza Martina. Le giornate si facevano inutili. Le notti divennero infinite. Gli orologi sembravano fermi. Non vivevo senza lei. La cercai per mesi. Se n’era andata … per sempre. Misi in vendita il quadro quasi subito. Per rabbia prima, per rassegnazione dopo. In tutti questi anni, nessuno lo ha mai comprato. E’ rimasto in vetrina. Nell’esatto posto in cui lo misi la prima volta. E sono troppo vigliacco, per gettarlo. Ora sono un vecchio, e Audry e’ sempre bellissima. Non ricordo quasi piu’ il volto di Martina, ma guardo il quadro e la vedo…e il mio cuore ancora batte per lei. Quell’immagine in vetrina, e’ il mio carcere. Martina ha incatenato la mia anima a un dipinto. Non saro’ libero, finche’ qualcuno non me lo portera’ via “.

Tina beve. Seraf fuma. Nessuno dei due si aspetta che l’altro dica qualcosa. Ma entrambe pensano alla propria liberta’, legata alla stessa immagine. Tina sarebbe finalmente libera da critiche e pressioni che tanto hanno minato la sua autostima, e la capacita’ e il diritto di scegliere e amare qualcosa di assolutamente dozzinale e sputtanato. Seraf sarebbe libero del ricordo di Martina. Come Dorian Gray nell’atto finale. Un’anima senza piu’ vincoli.

La notte finisce in silenzio, nel fumo di un’ultima sigaretta per due. Marisella non bestemmia piu’. Ferma, quasi addormentata sulla sua mano appoggiata al tavolo, sembra una delle sue botti. Come cani e padroni, che si somigliano dopo un lungo stare insieme.

E’ dinuovo sera. Tina cammina verso casa. Serafini ha l’insegna spenta e lui e’ in piedi, fuori del negozio. Aspetta lei, che gli sorride avvicinandosi. Sono custodi, l’uno dei segreti dell’altra.

” Buona sera Seraf.Hai chiuso prima “.

” Ho lasciato il quadro al portiere del tuo palazzo.Te lo consegnera’ appena arriverai a casa “. Risponde lui di getto.

” Me lo pagherai con una serata da Marisella “.

Tina sorride. Accetta. E’ entusiasta. Emozionata. L’affare del secolo. Vino, ciambelle al mosto e nazionali….in cambio della liberta’.

La signora Renzi del quarto piano, passa in quel momento e nota lo scambio di sorrisi tra i due.

Seraf la guarda e con una mano sul pacco esclama:

”  SIGNO’, ALLORA? J’A DAMO ‘NA STURATA A ‘STO LAVANDINO”?

( Sabrina S. )

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Quimper

La mia vita è un vecchio stanco. Arranca lungo la via sulle ginocchia incerte. Curvo, sotto l’insostituibile peso dei ricordi. La mia anima è un vecchio stanco.Con le mani callose, nella fatica del suo essere, raccoglie ancora fiori, là dove ve ne siano. La mia mente e’ un vecchio stanco. Arrendevole al pensiero che niente sarà più. Tutto è compiuto. Ogni cima è stata raggiunta. Eppure il mio cuore è quello di un bambino. Corre e s’affanna. Ride a una magia e piange a una bugia. Cade e si rialza. Tutto passa, non fa niente, non importa… e riparte.

Ogni parte di me ha una propria memoria. Tutto è separato da tutto. Tutto atto a formare un corpo di donna ancora giovane. Un essere stravagante, che mangia pane e caramelle, ride sguaiatamente a un funerale e sta in disparte ad una festa. Dà coraggio a tutti quanti ma poi si dispera nel buio. Piange di nascosto, ma sfida la morte a farsi avanti. Non ha paura ma trema la notte, sotto le coperte, all’idea di esser sola.

Questa sono. Un casino. Una stanza in disordine. La tavolozza di un pittore incapace. Un romanzo senza la fine. Una frase senza virgole. Un evento senza tempo.

Ma c’e’ stato un momento, in questa mia bellissima vita, in cui corpo, anima, cuore e mente si sono uniti alla ricerca di me.

C’e’ un luogo magico, in questo mondo, per ognuno di noi. Il mio si trova in Bretagna. La ricerca di me finisce a Quimper. Al centro di un tunnel fatto solo di alberi. Un bosco atipico. Un inizio, una fine, una strada breve al centro.

Come se il mondo fosse tutto lì. Fatto solo di me. Senza prima nè dopo. Un luogo atemporale che resetta la memoria. Sensa padre, senza madre. Nessuno in tutto l’universo. Solo io e la percezione di me. Cammino sotto la mia pelle e incontro desideri e sogni che non so di avere… e le mie paure scompaiono. Con la spada sguainata percorro il mio tempo. Un guerriero a cavallo. Questo so di essere stata. Questo…non sono piu’.

Quel che rimane e’ il cuore di un bambino che batte in un vecchio stanco, in un ricordo a cavallo… e niente più.tunnel

 

Tra me e me

Cinico il mio specchio. Quando piango, ride di me.

Non mi riconosco nel riflesso. E’ la foto a colori di qualcuno che indossa la mia faccia.

Ma mi capita di spostare le tende, in inverno, o di appoggiarmi alla ringhiera del balcone..e guardare giu’.

Le braccia pendono sul parapetto come l’edera, e lo sguardo punta il niente. Poi mi vedo passare, tra la folla.

A guardarmi, sono in imbarazzo. Mi ricordo in atteggiamenti antichi. Testa alta e passo deciso.

Mi vien voglia di correre giu’ in strada. Seguirmi, rincorrermi e poi fermarmi davanti un negozio. Guardarmi nel riflesso di una vetrina e chiedermi…Dove sei stata ? Tornerai ? Il riflesso si volta. Chi sei ? Domanda.

Non lo so, mi rispondo. Una volta ero te. Un nome di donna ha fermato la mia corsa. Ho errato fuori della mente per lungo tempo. Nel giorno del ritorno..mi sono persa.

Nel riverbero, l’altra me mi fissa. Non tornero’. Non cerchero’ chi non vuol essere trovato.

Sono un albero in fiore. Sono un albero spoglio.

Immobile…nel continuo ripetersi delle mie stagioni.

( Sabrina S. )

Batteria a vapore

Maledette sigarette elettroniche. Funzionano davvero.

Adesso fumo a letto. Non lo facevo da quando … Non l’ho mai fatto. Non m’e’ mai piaciuto che le lenzuola puzzassero di fumo. Si lo so che, tanto, i vestiti ne erano impregnati. Bastava semplicemente metterli sul terrazzo tutta la notte. All’aria aperta l’odore svaniva. La mattina dopo erano come nuovi. Mica ci potevo mettere tutto il letto sul terrazzo. Eh…

Si, pero’, maledette sigarette elettroniche. Per sentire qualcosa devi tirare forte. Ogni volta mi si sloga la mandibola, e comunque non sento un cazzo. Aspiro e tiro fuori vapore. Cristo, sembro una vecchia locomotiva.

Maledette sigarette elettroniche. Quanto funzionano. Le donne ne sono entusiaste,soprattutto per la varieta’ di gusti. Cioccolato, fragola, vaniglia, menta… Forse non sono una donna. Io ne voglio una gusto Merit. A meno che qualcuno non sia in grado di trovarmi un gelato gusto nicotina. Li’ potrei compensare con una sigaretta al cioccolato.

Maledette sigarette elettroniche. Stanno rivoluzionando il mondo.

E’ una catastrofe di dimensioni ciclopiche. La gente smette di fumare, le industrie del tabacco falliscono, le industrie farmaceutiche tornano a vendere robaccia omeopatica, milioni di persone senza lavoro. Che mondo di merda. Il fumo uccide te e chi ti sta vicino. La sigaretta elettronica salva te e manda in rovina l’economia mondiale.

Magari esagero. Sono una catastrofista, pero’, maledette sigarette elettroniche. Funzionano che e’ una meraviglia.

Io ho il modello sigaretta.Nel senso che sembra una sigaretta vera, ma pesa come una spazzola per via della batteria.

Mi piaceva, quando fumavo, scrivere con la sigaretta in bocca. Faceva molto Bukowski. Maledetta sigaretta elettronica, le labbra non ce la fanno a tenerla. Forse dovrei prendere l’altro modello. Sembra una penna, e piu’ leggera. Pero’, perdio, la sigaretta al cioccolato,il gelato alla nicotina e la penna da fumare. Di questo passo,anche i gas di scarico delle macchine avranno aromi culinari. ” Ho appena acquistato la nuova FIAT al brodo di pollo. la preferivo alla Mercedes gusto pizza, anche se la Ford al tofu era full optional “.

La verita’ e’ che siamo gente senza carattere. Non sappiamo dire BASTA. E siamo oltremodo coglioni. Seguiamo la moda. Oggi, se non hai la sigaretta elettronica, sei antiquato. Guai a te se te ne vai in giro con una sigaretta vera. Sei demode’. Fa’ tendenza entrare in un locale e tirare fuori il nuovo strumento di piacere polmonare. Io la moda non l’ho mai seguita. La sigaretta elettronica me la tengo nascosta, come fosse una pistola. La fumo se sono in compagnia di amici o a casa. Ma mi viene l’ansia da prestazione nei locali. La fumo? non la fumo? si capisce che e’ elettronica? Non si capisce? sono ridicola se ce l’ho e non la fumo o se la fumo con un sorriso compiaciuto?  Oddio…sto fumando una batteria. Ma che cazzo ho da essere compiaciuta?

Non fumo da tredici giorni. Maledetta sigaretta elettronica. Funziona. Pero’  ho due stecche di Merit in fondo all’armadio. Mica voglio essere io la causa del crollo dell’economia mondiale.

( Sabrina  S. )

Casalinghitudine

” Volevo fare la pianista “.

La pentola a pressione ogni tanto fischia e tira fuori il vapore dalla valvola. Giorgina la guarda fissa dallo sgabello in cucina.

I gomiti sul bancone e le mani sotto il mento. Gli occhi viaggiano dai fornelli all’orologio. Le 12.30 . E’ quasi ora di andare a prendere Marco a scuola.

I letti sono fatti. La sala e’ in ordine. Passando nel corridoio, si sente l’odore di varecchina provenire dal bagno. Sul pavimento ci si potrebbe mangiare.

L’odore delle seppie con i piselli comincia a invadere l’ambiente. E’ quasi pronto. Spegnera’ i fornelli entro dieci minuti. Fara’ giusto in tempo a mettere un po’ di cipria sul  viso, e due gocce di profumo sul collo. Il cappotto, e poi via, a piedi verso la scuola.Tutto calcolato.Ogni minuto e’ programmato. Tutto in funzione di una perfetta immagine. Moglie amorevole, madre premurosa, regina della casa. Giorgina si pensa come un epitaffio su una tomba. ” moglie devota e madre impeccabile…bla bla bla “. Cosi’ sa’ che la ricorderebbe, la famiglia inconsolabile.

Mioddio che palle !!!Ma come ha fatto a diventare cosi’ banale? cosi’ noiosa? cosi’ drasticamente adulta?

Nell’immaginario collettivo, Giorgina e’ una donna un po’ stravagante, quasi sempre allegra, ma assolutamente impeccabile in tutto cio’ che fa. Molto responsabile e matura. Una donna elegante che il marito puo’, con molto orgoglio, portare a una cena di lavoro e mostrare come un quadro d’autore.

Spesso diventa argomento di conversazione tra le amiche, le mamme dei compagni di Marco, le colleghe di Stefano… ” Giorgina, suonaci qualcosa al piano. Giorgina devi darmi la ricetta dell’arista con le prugne. Giorgina ha una casa immacolata. Giorgina e’ bravissima a fare tutto… “. Tutti parlano di Giorgina. Tutti parlano a Giorgina. Nessuno parla con lei. Nessuno le chiede chi e’, chi era, cosa vuole o cosa avrebbe voluto essere. Nel tempo le e’ venuto il complesso del guardiano del faro. Tutti vedono il faro…Nessuno vede il guardiano.

Eppure, prima di sposarsi, Giorgina era tutt’altro.

Di elegante non aveva niente.Vestiva spesso da uomo o con gonnelloni da zingara e zoccoli olandesi. Adorava i cappelli a falda larga e fumava i sigari.

Girava per bettole e attaccava bottone con tutti. Nelle notti d’estate, era quasi certo trovarla sulle scale della chiesa in piazza. Birra in una mano, sigaro nell’altra e qualche uomo ad ascoltarla. Non e’ mai stata sola, Giorgina. Un uomo ce l’ha sempre avuto. Un compagno, un corteggiatore, un amante. Li ha amati tutti, e non ne ha amato mai nessuno, veramente. E’ sempre stata molto bella. Stefano non poteva non notarla. Laureato, decisamente benestante, belloccio. Non c’era un solo elemento, nella famiglia di lui, che non avesse una doppia laurea. La famiglia di Giorgina, per contro, era si benestante, ma con un livello culturale decisamente inferiore.  L’incontro tra consuoceri poteva essere paragonato solo a un pranzo della regina Elisabetta alla trattoria LA PAROLACCIA, a Roma.

Negli anni Stefano l’ha cambiata, trasformata, plasmata e resa una vera donna. Ma Giorgina non e’ donna. Giorgina e’ femmina. E’ istinto felino, e’ un predatore affamato che s’aggira furtivo..aspettando la preda giusta. L’occasione giusta, per attaccare…e poi fuggire.

Giorgina non e’ cambiata. Nell’animo e ancora una ragazza che veste come un uomo..beve birra e resta fino all’alba sulle scale della chiesa, a ridere e ciarlare. Lo sa che e’ cosi’. ” Giorgina e’ ancora qui.. “. Se lo ripete, ogni volta che stende i panni sul filo in giardino, fumando il sigaro di nascosto.

( Sabrina. S. )

Stronzo d’un cane

” Non c’e’ piu’ stato, amore mio, un momento di pace, di intimita’,di serenita’ per noi due, da quando quel cagnaccio e’ entrato nella nostra vita. Te l’avevo detto che ci avrebbe portato solo guai. Te lo ricordi ? Te lo dissi dal primo giorno. Ahh, il primo giorno. Mica lo avrai dimenticato? No perche’, io invece lo ricordo benissimo. Ce l’ho ancora davanti gli occhi, quella tua faccia da imbecille. Ti si abbassano sempre gli angoli della bocca, quando stai per fare qualcosa che sai non mi piacera’ affatto, e la voce ti si alza di un paio di toni. Le spalle ti si incurvano un po’, facendo sembrare il tuo corpo esile ancora piu’ misero. No. Non sto esagerando affatto. E’ cosi’ che sei entrato in casa quel giorno. Misero, curvo e con un cucciolo in braccio. Non e’ grazioso? questo hai detto con la tua voce idiota. Si, hai una voce idiota, lo diceva sempre anche tua madre. Beata lei che e’ morta, almeno si e’ risparmiata la sofferenza di guardarti ora.   Quando hai lasciato a terra il cane, gli hai detto – Ecco la tua casetta, ti piace? – Non hai minimamente pensato di chiedere la mia opinione, e lo sapevi, piccolo verme di palude, che detesto i cani.  Lasciano tutto quel pelo in giro per la casa, sui divani, sul letto, sui tappeti. Per non parlare della bava e delle uscite notturne per cercare un albero da fargli  inondare.  Che sfiga maledetta nascere albero. Nel migliore dei casi puzzi di piscio di cane per almeno cento anni.      Mentre quel bastardo a quattro zampe sniffava per tutta la casa, ti sei girato e hai chiesto – Come lo chiamiamo? eh Cristina..come lo chiamiamo? –   STRONZO, lo chiameremo STRONZO, visto che ha gia’ lasciato il suo primo ricordo sul tappeto. Te le ho urlate queste parole, ricordi? e tu, facendo spallucce, hai preso il cane, lo hai baciato, ti sei fatto leccare ben bene la faccia e, con la tua voce idiota  e la faccia piu’ imbecille che potessi metterti, hai detto – Fedele, lo chiamero’ Fedele, perche’ mi sara’ fedele per tutta la vita e non ci separeremo mai –  Che cosa romantica. Sembravi anche un po’ frocio mentre dicevi queste cose a Stronzo. Perche’ lo sai che ho continuato a  chiamarlo cosi’, no? Sai una cosa? secondo me gli piaceva di piu’ essere chiamato da me. STRONZO, e’ piu’ da maschio. E sono certa che ci si riconoscesse. Mi ricordo una gita in campagna, da tua cugina Alberta. Forse era Pasquetta. C’erano tutti i nostri amici. Tutti felici. Alberta e Mario preparavano insieme il barbeque. Daniele e Francesca giocavano a pallone con i figli. Carlo chiedeva a Martina di sposarlo, nell’unico giorno dell’anno in cui non litigavano. Persino Valeria e Francesco si baciavano tra un bicchiere di rosso e uno bianco. E in fine eccola, la coppia piu’ felice dell’anno. Tu e Stronzo. Due stronzi. Avete condiviso la giornata, il pranzo, le corse nel parco e persino la pennichella sul prato. E che meraviglia, la sera, quando andando alla macchina insieme a lui, ti sei girato e mi hai chiamata con un fischio. – CRISTINA, ANDIAMO –  Alberta mi ha guardata e ha detto ad alta voce – CHE STRONZO – Tu non l’hai sentita, ma il tuo cane si, ed e’ tornato indietro a farle le feste. Vedi? e’ la prova. Lo sapeva meglio di tutti…di essere uno stronzo. – CRISTINA, ANDIAMO – Che umiliazione. Ero io il cane di casa ? Rispondimi..Ero io?

E’ cosi’ che chiami la tua donna? Potevi dirmi di andare a cuccia, ogni tanto, no? o potevi tirarmi un osso, ogni volta che discutevamo, tanto per farmi stare buona. Ma no, tesoro, non sono arrabbiata ora. Sto solo ricordando degli episodi, per farti capire meglio il disagio che ho provato, da quando quella bestia ha messo piede in casa. NO, non e’ vero che e’ sempre stato un cane buono. Ti ricordi il signor Baldassarre, del quinto piano? Si, il vecchio col bastone, esatto. Be’ ? Non ti ricordi che il tuo cane tanto buono lo ha aggredito? Non puoi averlo dimenticato. Eravate solo voi tre nell’ascensore. No, non provare ancora con questa cretinata che il vecchio ha alzato il bastone e Stronzo si e’ impaurito. Cagnaccio maledetto, lo ha sempre odiato quel povero vecchio. Un uomo zoppo e innoquo come un bambino. Si, si..certo. Sono tutti cattivi con il tuo cane. E allora, che mi dici di quel giorno che ti e’ scappato, mentre tornavate dalla solita passeggiata del pomeriggio,  e lo hai ritrovato grazie alle urla delle persone, davanti la macelleria di Aldo, che ringhiava e abbaiava a una cliente che era uscita con la busta piena di fettine? Ah si, certo,avevi dimenticato di dargli da mangiare ed era solo un povero cucciolo affamato. Un cucciolo di 20 kg che ha quasi staccato una mano a una donna per prenderle la carne. E NON MI FARE,TI PREGO, LA TUA SOLITA BATTUTA DEL CAZZO…CHE ERA CARNE GIA’ CON-DITA !! Ti ricordo che hai sborsato una bella cifra alla signora perche’ non ti denunciasse. E le gemelle della signora Proietti? si, quelle al primo piano. Erano terrorizzate. Ogni volta che tornavano da scuola lui si metteva ad abbaiare e a ringhiare. Alla povera Lauretta, una volta, ha strappato il grembiulino. NO, smettila, non e’ vero che era stata lei ad infastidirlo. Quella ragazzina era cosi’ impaurita che neanche lo guardava il tuo cane. E’ stata indetta una riunione di condominio per parlare del tuo cane. Ci hanno chiesto di prendere provvedimenti. E mentre io chiedevo scusa a tutti, tu ti sei arrabbiato ed hai cominciato ad inveire contro i condomini. Li hai chiamati insensibili, bastardi, maledetti  e molto altro. Quella sera mi hai picchiata e mentre mi prendevi a calci mi chiedevi di urlare che il tuo e’ un cane buono. – GRIDALO, CAGNA. E’ UN CANE BUONO, E’ UN CANE BUONO…GRIDALO.    Ma certo che ti perdono, Fabrizio, non preoccuparti. Lo so che e’ stato un momento di rabbia, che sei un uomo buono, e che lo e’ anche il tuo cane. Ed e’ per questo che ho invitato tutti i condomini a cena stasera. Per scusarmi e per dimostrare quanto tu e Stronzo abbiate un cuore buono. Ma non solo il cuore. Dimostrero’ che carne tenera avete…con stufati, barbeque, spezzatini e arrosti. Stronzo sarebbe felice di sapere che la sua coda, cotta alla vaccinara, sara’ offerta al signor Baldassare e consorte. Avevi ragione, amore, quando dicevi che non vi sareste separati mai. Cane e padrone, sempre insieme. Buoni entrambi…fino all’ultimo morso. ”

( Sabrina S. )