Di ragni e falene

ragno falena

Carlo  aveva tessuto negli anni una ragnatela abbastanza fitta perche’ lei non potesse fuggire. E al brillare di quella bava di ragno, fatta di musica, parole e promesse, Nina aveva ceduto.

Indossando la tela come un abito da sera,  aveva danzato sui fili d’argento, seducendo il suo ospite. Confusi, in fine, sul ruolo di preda e predatore, Carlo e Nina si erano fusi  nell’anima, nel corpo, nella mente. Un solo pensiero, perso nel gioco delle parti. Entrambi carcerieri, entrambi prigionieri.

Per quanto ricordassero, non c’era stata vita prima di loro. Un finto qualcosa. Una reale pochezza. Un lento trascinarsi nel mondo aggrappati a rapporti effimeri. Erano indicibilmente soli e insofferenti al comune amore. Avevano trascorso gli anni senza cercarsi, aspettando di trovarsi e colmare finalmente quel continuo languore dell’anima.

Si riconobbero al primo sguardo. Poi non ebbe piu’ importanza aspettare il futuro.

Era in un locale con degli amici, coinvolta in conversazioni sterili dalle quali sarebbe fuggita con la piu’ banale delle scuse. Massimiliano minaccio’ di raccontare una delle sue barzellette e Nina avverti’ un crampo allo stomaco. Sbuffo’, indelicata come solo lei sapeva essere, e sotto il cappello rosso alzo’ gli occhi al cielo.

Carlo stava andando verso di lei. La guardava e le sorrideva come se avessero un appuntamento… e lo avevano.

Massimiliano smise improvvisamente di raccontare la sua idiozia. ” Ecco Carlo ” disse; un amico conosciuto chissa’ dove, chissa’ come, tramite chi… Nina non capiva. Non era importante. Quando arrivo’ il suo turno di presentarsi, Nina allungo’ la mano, lui l’afferro’ e la tiro’ su. Si abbracciarono come due amici appena ritrovati, lasciando gli altri a darsi occhiate complici. Non era banale il loro gesto, non c’era imbarazzo per nessuno. Tutto era naturale, come riunire i pezzi di una maschera  il cui volto, in un tempo lontano, era stato tagliato a meta’.

Qualcuno, all’altro capo del tavolo, propose una foto di gruppo. Nina appoggio’ la schiena al petto di Carlo. Lui la abbraccio’ da dietro. Si appartenevano gia’.

L’alba li scopri’ a recitare sospiri mai sospirati e parole mai pronunciate.

Quello che li avvolgeva non era la scoperta del sentimento, ma qualcosa di tragicamente raro. Il senso di completezza, di appartenza, che fugava il vuoto dentro di loro sostituendolo con la paura di perdersi.

Entrambi sapevano:  Perdere l’altro significava tornare ad essere una meta’.

La passione puo’ uccidere. Loro ne mettevano troppa in ogni cosa. Non solo nell’amore, ma anche nell’odio, nelle discussioni, nelle banalita’, in una risata, in un pianto. Stare insieme era come passeggiare su un campo minato.

Capitava, a volte, di fare l’amore dopo aver litigato o di gridarsi parole d’odio subito dopo averlo fatto.

Una notte, infuriato,  la fece scendere dalla macchina e lascio’ che tornasse a casa a piedi. Nina non gli parlo’ per giorni e poi… non lo ricordava neanche piu’ come fini’ dinuovo nel suo letto.

Dopo una discussione passavano giorni, prima di riparlarsi. Nessuno cedeva per primo. Il loro riavvicinarsi era un universo costellato di segnali. Luci, suoni, piccoli messaggi che altri recapitavano all’uno e all’altra, ma che solo loro due erano in grado di decifrare. Una lingua inesistente. Un alfabeto privato. Un continuo non perdersi, per anni.

Dopo la perdita del bambino, Nina fu troppo fragile per resistere all’assenza di lui. Troppo debole per rialzarsi da sola. Ormai senza forze per combattere qualunque conflitto, quando lui torno’ pote’ prendere il sopravvento. Come una falena intrappolata nella ragnatela, Nina smetteva di dibattersi. Le ali rimasero ferme, bloccate nella tela.

Tutto sembrava avere inizio, di nuovo. Ma la passione li aveva uccisi. Carlo non tesseva piu’ tele d’argento per lei. Non c’era piu’ musica per cui danzare, parole magiche da ricordare, ne’ pensieri da scrivere.  Lui era il predatore e Nina si arrendeva al ruolo di preda.

Ora Carlo la mangiava…  e cominciava dal cuore.

( Forse )

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Il cuore di Nina

Nina guarda il cielo e il cielo guarda lei. Oggi non si piacciono.

Piove una pioggia fitta, continua, sporca, sotto un cielo d’ottone. C’e’ odore di asfalto  e terra. Una tenaglia troppo stretta alla gola. Vorrebbe rientrare in casa, per non sentire l’acrimonia dell’aria, ma rimane ferma, in piedi al centro del giardino escludendo il mondo dai pensieri e se stessa dal mondo.

E’ l’ultimo temporale d’agosto. Nina alza la testa e spalanca le braccia come a dire ” Eccomi “, come a dire ” Eccoti “.

Se solo l’acqua potesse lavar via l’anima e con lei tutti i ricordi della vita. Questo prega in cuor suo, Nina, con gli occhi chiusi e la pelle trafitta da aghi di rame e piombo che arrivano dal cielo.

” Cristo salvami l’anima e la mente. Rendimi vuota e libera. Non voglio amare, non voglio ricordare. Dammi odio o fammi morire ti prego prima che il petto si laceri ”.

Sul viso intorpidito, ormai l’acqua non pungeva piu’. Scivolava leggera confondendosi alle lacrime e al pensiero della sua vita sprecata, del suo tempo perduto e al ricordo di ogni volta che si era sentita come se qualcuno l’avesse lasciata al buio in un bosco.

Non lo sosteneva piu’ il peso dell’abbandono. Questa collezione di rifiuti dagli altri era iniziata troppo presto. Da bambina. Eppure era sempre stata bella e piena di amore e voglia di rendersi bella anche la vita, per forza. E di rendere migliore anche quella degli altri. E lo aveva fatto. Tutti avevano preso da lei… e se n’erano poi andati. Tutti, indistintamente, avevano preso un pezzo del cuore di Nina senza mai restituirlo o barattarlo con altro.

” Guardami adesso, Dio. Un involucro di carne e pelle. Senza anima ne’ cuore. Questo sono, questo saro’ da oggi. E maledico i cani che hanno sbranato tutto cio’ che avevo, lasciandomi sola a guardarmi le spalle da altri cani. Saro’ un’anfora di sabbia e sale alla quale non potranno piu’ attingere. E maledico l’amore.  E maledico la vita. E maledico… e maledico… e maledico. E invoco la morte per restituirti questo vuoto che m’hai costretta a vivere ”.

” E SIA ” . Sembro’ rispondere il cielo con un unico, assordante boato.

Il cielo livido divenne nero. Il vento cesso’ di soffiare e per una frazione di secondi anche la pioggia sembro’ rimanere sospesa. In quell’attimo tutto fu fermo. E in quella apparente immobilita’ del mondo, come a una neve a primavera, Nina senti’ l’universo chiudersi intorno a lei, avvolgendola come un gioiello. Qualcosa di oscuro camminava sotto la pelle, entrava nel costato e scorreva nella vene. Il cielo si chiudeva, lo spazio rimpiccioliva e il cuore di Nina si piegava su se stesso, lasciando fuori l’amore. Chiudendosi per sempre.

( Sabrina S. )

L’arte di ascoltare i battiti del cuore – Jan Philipp Sendker

“… L’amore ha tante forme differenti, tanti volti, che la nostra fantasia non basterebbe ad immaginarli tutti. La difficoltà sta nel riconoscerlo quando ce l’abbiamo davanti. ”
” E perchè dovrebbe essere così difficile? ”
Perchè vediamo solo quello che conosciamo. Siamo convinti che gli altri siano capaci di fare solamente ciò che sappiamo fare anche noi, nel bene e nel male. Per questo riconosciamo come amore solo quello che corrisponde all’immagine che ne abbiamo. Vogliamo essere amati come amiamo noi. Ogni altro modo ci è estraneo, lo guardiamo con dubbio e sfiducia, ne fraintendiamo i segni, non capiamo la sua lingua. Accusiamo. Affermiamo che l’altro non ci ama. E invece forse ci ama in un modo tutto suo, che noi non conosciamo…”

Quimper

La mia vita è un vecchio stanco. Arranca lungo la via sulle ginocchia incerte. Curvo, sotto l’insostituibile peso dei ricordi. La mia anima è un vecchio stanco.Con le mani callose, nella fatica del suo essere, raccoglie ancora fiori, là dove ve ne siano. La mia mente e’ un vecchio stanco. Arrendevole al pensiero che niente sarà più. Tutto è compiuto. Ogni cima è stata raggiunta. Eppure il mio cuore è quello di un bambino. Corre e s’affanna. Ride a una magia e piange a una bugia. Cade e si rialza. Tutto passa, non fa niente, non importa… e riparte.

Ogni parte di me ha una propria memoria. Tutto è separato da tutto. Tutto atto a formare un corpo di donna ancora giovane. Un essere stravagante, che mangia pane e caramelle, ride sguaiatamente a un funerale e sta in disparte ad una festa. Dà coraggio a tutti quanti ma poi si dispera nel buio. Piange di nascosto, ma sfida la morte a farsi avanti. Non ha paura ma trema la notte, sotto le coperte, all’idea di esser sola.

Questa sono. Un casino. Una stanza in disordine. La tavolozza di un pittore incapace. Un romanzo senza la fine. Una frase senza virgole. Un evento senza tempo.

Ma c’e’ stato un momento, in questa mia bellissima vita, in cui corpo, anima, cuore e mente si sono uniti alla ricerca di me.

C’e’ un luogo magico, in questo mondo, per ognuno di noi. Il mio si trova in Bretagna. La ricerca di me finisce a Quimper. Al centro di un tunnel fatto solo di alberi. Un bosco atipico. Un inizio, una fine, una strada breve al centro.

Come se il mondo fosse tutto lì. Fatto solo di me. Senza prima nè dopo. Un luogo atemporale che resetta la memoria. Sensa padre, senza madre. Nessuno in tutto l’universo. Solo io e la percezione di me. Cammino sotto la mia pelle e incontro desideri e sogni che non so di avere… e le mie paure scompaiono. Con la spada sguainata percorro il mio tempo. Un guerriero a cavallo. Questo so di essere stata. Questo…non sono piu’.

Quel che rimane e’ il cuore di un bambino che batte in un vecchio stanco, in un ricordo a cavallo… e niente più.tunnel