Di amori, conseguenze, parolacce… e altre cose che si mangiano!

cucina
“ Nessun problema e’ irrisolvibile di fronte a una cena preparata con amore. Le persone vanno prese per la gola.” Quante volte sua madre, che era una cuoca eccellente, le aveva ripetuto queste parole. E infatti Tonia voleva prendere Michele per la gola. Stringergli le mani intorno al collo e strappargli via la faccia dalla faccia. Uccidere quella freddezza che era nata sul suo volto nell’ultimo mese e rimodellargliene un altro. Plasmargli di nuovo il suo bel sorriso e ritrovare le antiche atmosfere. Capirsi al primo sguardo, ridere di qualcuno che non fosse presente, parlar male di altri assenti e vivere con l’assoluta consapevolezza di essere irrimediabilmente plasmati l’un l’altra. Ma che era successo? Perche’ era passato da “Amore mio” a tanto distacco? Quando erano insieme, Michele tentava di sembrare maledettamente sereno ma lei sentiva, sapeva che qualcosa si era ineluttabilmente compromesso, spezzato. A Tonia il freddo camminava sotto la pelle e, nonostante fuori imperasse ormai la primavera, non poteva non sentirsi catapultata in un inverno infinito. Era sempre cosi’, ogni volta che Michele era stanco o deluso o inquieto, il gelo gli trapelava dai pori e gli occhi gli si facevano piccoli e velenosi, vitrei e fissi come ce li hanno i serpenti. Pensava, Tonia, che forse il cuore di lui era stato nutrito a rancore e rabbia e, per questo, l’amore non aveva mai davvero attecchito al suo interno. La sua anima e tutto il bello che un’anima che si rispetti ha insito, non era libera di provare. L’amore che Michele da anni dichiarava a Tonia non era che un insieme di pensieri positivi, di benessere psicofisico, seppur altalenante, e di prospettive per un futuro in compagnia di qualcuno.
La verita’, l’unica che prendeva piede nella mente di Tonia, era che Michele non volesse morire solo. Che avesse scelto lei, che era una donna carina e con una discreta cultura, non per amore ma per contrastare il proprio senso di solitudine.
Con un carattere di merda come il suo, d’altra parte, sempre pronto a criticare tutto e tutti, sempre a lamentarsi di qualunque cosa, chi avrebbe voluto vivergli accanto? E infatti tutte le sue storie se n’erano andate a finire a puttane. Le donne che gli erano mal capitate, prima o dopo, erano fuggite alla ricerca di un uomo piu’ dolce, piu’ sereno e anche piu’ divertente. Tonia no! Con i sentimenti al limite dell’idiozia, si era lasciata amare da Michele nel modo sbagliato, convinta di poterlo cambiare, nel modo piu’ sofferente, convinta di vivere un amore passionale. Si era lasciata amare per compagnia. Eppure era rimasta. Incastonata come una pietra in un anello antico, e voleva ancora rimanere. Viveva quell’amore come una testimonianza, perche’ si puo’, si deve cambiare e scendere a infiniti compromessi, con fatica anche ma con uno scopo comune. E intanto preparava un’altra cena, inconsapevole del fatto che sarebbe stata l’ultima.
Era tardi. Michele stava arrivando e lei era ancora alle prese con i tentacoli delle seppie. Collosi e disgustosi, le si intorcinavano alle dita formando viscidi anelli. Il pesce era ancora da preparare e le verdure da lavare. Ma come diamine aveva potuto ritardare in quel modo? E va bene, d’altra parte Tonia il ritardo ce lo aveva nei geni. Le mancava proprio l’orologio interno, oltre a quello da polso. Era talmente abituata a rincorrere sempre il tempo che sicuramente sarebbe anche morta con qualche giorno di ritardo, e nessuno se ne sarebbe sorpreso.
L’odore dell’aglio rosolato, indicava il momento di aggiungere i pomodori, poi il sale, ma poco perche’ Michele mangia sciapo, poi le seppie e infine il vino per sfumare. Avrebbe potuto preparare un primo piatto di pesce, delle linguine allo scoglio o degli ottimi spaghetti con tonno fresco, zucchine e finocchiella selvatica, ma Michele non mangia la pasta, la sera, dice che gli fa venire mal di schiena. No, non mal di stomaco, proprio mal di schiena. L’attinenza tra la pasta e la schiena, Tonia non riusciva proprio a capirla. Intanto il pomodoro si separava dalle bucce e un sugo profumato cominciava a invadere la cucina.
“CRISTO… IL POMODORO!”. Michele non mangia pomodoro, la sera, e forse neanche di giorno. Dice che gli disturba qualcosa. Boh… forse l’orecchio sinistro. “E ORA?”. Con scatto felino verso il cassetto delle posate, Tonia afferra una forchetta e inizia a togliere tutti i pomodori, ma il sugo ormai e’ fatto e le seppie sono di un rosso meraviglioso e contrastano il giallo ansia della faccia di lei. Potrebbe togliere il sugo con un cucchiaio ma poi i crostini al sugo di seppia diventerebbero crostini alle seppie senza sugo. Ormai, una parte della cena e’ andata a farsi fottere. Tonia si dirige verso il frigo e afferra una busta di lattuga. Michele ne mangia tanta di insalata e gli piace di piu’ se dentro c’e’ anche il finocchio. “Dov’e’ quel maledetto finocchio?”. Era sicura di averne uno, da qualche parte. Eccolo! Tonia lo agguanta ma quello non vuole venir via. E’ completamente attaccato al fondo del frigorifero da una massa informe di ghiaccio.

“Ma che ha questa giornata?”. Si ripeteva mentre imprecava contro un povero finocchio e prendeva a calci il frigo.
“Va bene, frocio d’un vegetale. Torno piu’ tardi, intanto cerco altro!”
Lo sguardo si accese di fronte a un cestino di pomodorini freschissimi e poi si spense nuovamente… “PERCHE’ SE MANGIA QUESTI CAZZO DI POMODORINI, POI GLI FANNO MALE I PIEDI!”
A ogni imprecazione verso ortaggi, carboidrati, piedi, orecchie, schiena e Michele stesso, lo stomaco le si rimpiccioliva dando micro crampi continui. Non avrebbe mangiato nulla, quella sera, come da un mese a quella parte. Qualcosa, dentro di lei, offuscava ogni pensiero o gesto positivo e tutto andava inevitabilmente storto. Prese delle carote e comincio’ a farne rondelle per l’insalata.
Davanti a lei il cesto della frutta . Poteva preparare una macedonia. La mascella cadde inevitabilmente a terra. Michele, negli ultimi giorni, si era lasciato convincere da un tipo strano che in televisione dichiarava, a puntate, che la frutta e’ nociva a seconda del proprio gruppo sanguigno.
Hai il gruppo A? GUAI A TE SE TOCCHI LE ARANCE. Hai il gruppo B? SE MANGI L’UVA DIVENTI CIECO… e altre stronzate simili. Ma se fossero state vere? Tonia era terrorizzata. Magari gli offriva una mela e Michele moriva all’istante. Era pure di stazza robusta. Chi ce la faceva, poi, a toglierlo dal pavimento?
“Per carita’, niente frutta!”
Con la mente che vagava altrove, spense il fuoco sotto il tegame con le seppie e comincio’ a pulire il pesce. D’un tratto senti’ il citofono. Michele era al cancello. Lei era spettinata e sapeva di orata. Non c’era il tempo di darsi una sistemata e alla radio era appena finita una delle loro canzoni d’amore, per dar spazio alla pubblicita’ di uno stronzissimo aspirapolvere. Non poteva aspettare un paio di minuti? Giusto il tempo di farlo entrare in casa e di fargli ricordare che quella canzone gliel’aveva dedicata lui, migliaia di volte? Che poi, ma chi e’ che si mette ad ascoltare la pubblicita’ di un fottuto aspirapolvere? Ormai la gente fa la spesa al supermercato e raccoglie i punti. Con quelli ti regalano un fantastico aspirapolvere di marca sconosciuta che non aspira niente, ma almeno hai la sensazione di aver fatto un grande affare, perche’ teoricamente non lo hai pagato.
Corse ad aprire la porta, prima che lui arrivasse, e torno’ in cucina per farsi trovare ai fornelli. Chissa’ perche’, Tonia aveva sempre avuto l’impressione che quella fosse una delle cose cui Michele ambiva. Tornare a casa stanco dal lavoro e trovare lei intenta a preparargli la cena. Finire di prepararla insieme e poi mettersi a tavola a mangiare e raccontarsi la giornata. Magari guardare un film, andare a dormire e poi… chissa’?
Michele entro’ in cucina, lei si volto’ e gli lancio’ uno dei suoi sorrisi a 237, 09 periodico denti, aspettandosi 24000 baci di resto. Eccolo, si avvicinava a lei con un cenno di sorriso.
“Arrivano tutti e 24 mila!” pensava Tonia con gli occhi languidi.
– smichittifisigi –
Fu il suono di un piccolo sfiorarsi di labbra. Una cosa secca, come una prugna rimasta sola in una confezione dimenticata da mesi nella credenza.
“ Cazzo e’ ‘sta roba? Perche’ non mi prendi e mi sbatti sul tavolo da cucina, in mezzo alle orate e alle seppie col pomodoro senza pomodoro?” Penso’ lei raccogliendosi la mandibola da terra e mostrando il volto di chi invece sta dicendo: “Ciao amore, ben tornato a casa. La cena e’ quasi pronta. Mettiti comodo che ti preparo un drink e ti porto pure le ciabattine!”
Lui le diede le spalle e mise sul tavolo una busta piena che aveva portato con se’.
“Ti ho comprato un po’ di cose.” disse.
Un tempo, solo una volta in realta’, le aveva portato dei fiori quando lei lo aveva invitato a cena.
Ora Tonia apriva la busta e il complesso della casalinga cominciava a entrarle nelle ossa.
“Ma guarda, della pasta, del caffe’… persino delle zuppe gia’ pronte. Grazie, non dovevi, davvero. Mettiti comodo, ti preparo un drink. (Le ciabattine te le servo insieme alle seppie) Ho del vino bianco in frigo”.
Stappo’ lui, il vino e ne verso’ per tutti e due. Poi si mise ad apparecchiare la tavola e si offri’ di aiutarla a finire di cucinare.
“Scusami” esclamo’ lei con aria mortificata, “Ho dimenticato che i pomodori ti fanno venire il gomito del tennista. Ho provato a toglierli ma ormai il sugo era fatto. Pero’ ho comprato delle orate freschissime.”
PORCA TROIA… Le orate si stavano bruciando. Mioddio che cena di merda!
Le persone si prendono per la gola ma forse era meglio una minestrina con il brodo di dado. Anzi no, niente dado, Michele non lo mangia perche’ gli esaltatori di sapidita’ sono pieni di schifezze. Meglio il sale, ma non un sale comune… che quello e’ pieno di piombo. Sarebbe meglio fare un salto nella zona sudoccidentale della Bolivia e prenderne un pizzico nella distesa di sale di Uyuni.
(Pensa che cuyuni)
Per fortuna c’era l’insalata, un kg e mezzo.
Quando si misero a tavola, le seppie erano gommose perche’ le aveva spente troppo presto e galleggiavano nel sugo di pomodoro ( solo a vederlo, Michele ebbe un attacco di orticaria sotto il cavo popliteo della gamba destra); Le orate erano stoppacciose, con un retrogusto di carbonella da campeggiatori, l’insalata sapeva di ghiaccio, grazie al finocchio (qualcosa di duro le spacco’ quasi un dente. Era un pezzo del frigorifero) E il vino era finito prima della cena. Lo aveva bevuto lei per calmare l’ansia da prestazione in cucina.
Tutto era andato esattamente come non avrebbe dovuto. Peggio di cosi’ non poteva accadere. O forse si’?
Si alzarono da tavola e sparecchiarono in silenzio. C’era poco da dire. Michele era in guerra con uno stuzzicadenti, troppo impegnato a togliersi una seppia sana dai molari inferiori per dire anche solo una parola. Tonia sgranava parole in una sorta di giaculatoria. Pregava che lui non se ne andasse subito e che la rassicurasse sui suoi sentimenti per lei, nonostante tutto, oppure che le dicesse chiaramente di non amarla piu’. Non era mai stata capace di vivere al centro delle cose. Doveva avere sempre risposte sicure e ferme, alle sue domande.
“Mi ami?” La risposta doveva essere si o no. Non potevano esserci vie di mezzo. Se fosse stata si, Tonia avrebbe affrontato qualunque periodo difficile, con coraggio, perche’ lei, Michele, lo amava davvero molto. Se fosse stata no, Tonia avrebbe accettato la nuova situazione, con altrettanto coraggio e poi sarebbe scomparsa, arruolandosi nella legione straniera, e lei, Michele, lo avrebbe odiato davvero molto.
Nei giorni passati era stato talmente algido che ora che sedevano uno accanto all’altra sul divano, Tonia non sapeva se lasciarsi andare a un tenero abbraccio o rimanere rigida come era lui, che sembrava avere una scopa che lo affliggeva proprio dove il sole non va mai a battere. Poi prese coraggio e appoggio’ la testa nell’incavo del suo braccio. Sentiva il peso di mille domande che voleva porgli. Era alla stregua di un gheriglio sotto la pressione dello schiaccianoci. Gli diede un bacio sulle labbra (smichittifisigi) e chiese timidamente: “Mi vuoi bene?”. Lui continuo’ a guardare la televisione annuendo leggermente con la testa. Sembrava uno di quei cani che si mettono sul cruscotto posteriore, che dondolano la testa quando l’auto e’ in movimento. Aspetto’, tentennando a porre altre domande, finche’ non si addormento’ ancora accucciata tra le braccia di Michele mentre lui guardava un film d’azione. Non era ancora mezzanotte quando lo senti’ alzarsi dal divano e infilarsi la giacca. Stava andando via, come da casa di amici. (La festa e’ finita… gli amici se ne vanno)
“Resta” – disse Tonia con il petto che sembrava spaccarsi per paura della risposta.

“No” – rispose lui, spaccandoglielo in due meta’ esatte.

“Perche’?”

“Perche’ dormo male nel tuo letto. Ci sono le molle e le sento tutte nelle schiena.”

Tonia avrebbe voluto rispondergli che non erano molle, ma pomodori e che ce li aveva messi lei, sotto il materasso, solo perche’ in quel periodo lo odiava come un callo sul mignolo del piede.

Invece chiese:

– “E’ solo questo il motivo? Dimmi la verita’.”

– “Si, solo questo!”

– “Ma che c’e’ un’altra persona?”

– “ Ma quale altra persona? Non c’e’ nessuna… ne’ nuova, ne’ vecchia, ne’ usata.”

(Usata? ma… tipo una macchina o una giacca comprata al mercato delle pulci?)

– “Allora mi ami?”

– “Non cominciamo eh!”

– “ Non cominciamo cosa? Mi ami o no?”

– “ Senti, il sentimento c’e’ sempre ma non e’ che tutti quelli che si amano stanno insieme.”

(Ma che cazzo sta dicendo?)

Tonia era basita. Se due persone si amano, perche’ non dovrebbero stare insieme? La conosceva, lei, la verita’. Sentiva che dietro quelle parole c’era l’ombra di un’altra donna, altrimenti lui non l’avrebbe mai lasciata. Oppure, Michele, semplicemente non l’amava piu’ e non sapeva come dirglielo. Cosi’ Tonia glielo chiese direttamente.

– “ Facciamo cosi’, perche’ non mi dici che non mi ami e la finiamo qui?”

Michele non disse niente ma la sua espressione indicava che non era cosi’, mandando Tonia nel pallone totale.

– “Ma che ci vuole, perdio? Di’ che non mi ami. Se non lo dici mi rimane addosso la speranza che sia solo un brutto momento, che passera’, perche’ mi ami.”

– “Ti posso solo dire che non e’ piu’ come prima. Qualcosa e’ cambiato.”

– “Non e’ piu’ come prima… E com’e’?”

Michele ando’ via quella sera, senza dare risposta, lasciando Tonia nel mezzo di una cosa che non era concreta e non era astratta. Un limbo di parole sospese, di intuiti confusi e domande insoddisfatte. Il tempo passava e tutto l’amore di lei cominciava a tramutare in un dolore insopportabile, in qualcosa che non avrebbe potuto diventare altro che profondo odio e disprezzo per lui e per le promesse disattese. E avrebbe passato il resto della sua vita a maledire quella di lui. Lo avrebbe maledetto nelle lunghe notti insonni, nei giorni chiusi in casa a guardar fuori dalle finestre socchiuse, e lo avrebbe maledetto nei rari momenti di sonno. Lo avrebbe sognato e maledetto, pensato e maledetto, nominato solo per maledirlo, e se qualcuno avesse fatto il suo nome, Tonia avrebbe maledetto anche lui.
Michele era diventato un mostro, per lei. Le aveva divorato il cuore e ci si era costruito una tana per continuare a divorarla da dentro. Lei non rispondeva piu’ al telefono e raramente parlava con qualcuno. Si era chiusa quasi del tutto, per poter vivere con il suo mostro cattivo nel petto, nutrirlo di rabbia e dolore, per non farlo morire e per non dimenticarlo mai. Voleva non amarlo piu’, e l’unico modo era quello di trasformarsi nello stesso mostro che era lui… per essere di nuovo plasmati, per essere di nuovo “Uno”.
Le persone si prendono per la gola. Tonia ripensava spesso a quell’ultima cena con Michele, che nel frattempo aveva cambiato casa. Lo immaginava tornare stanco dal lavoro e dare un bacio a una nuova compagna. Lei gli avrebbe preparato un drink, portato le ciabattine e preparato una cena a base di pomodoro. Lui avrebbe avuto le convulsioni, cecita’ completa a un occhio, Herpes genitalis guaribile in 30 giorni, salvo conseguenze (ma poi gli sarebbero arrivate anche quelle), Herpes simplex, pellagra, colera, eruzioni cutanee, paralisi di un arto inferiore e uno superiore (a scelta), asma, dolori intercostali simili a infarto, acufeni, irsutismo alle orecchie (tipo Koala), impotenza, acne rosacea, orticaria pigmentosa, geloni, impetigine, lebbra e demenza senile. E qualche volta, forse, si sarebbe ricordato di lei.

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Ananas, basilico e tulipani

 

 

Scorre il trucco sugli occhi di carbone. Sembrano mandorle nere su una tavola di porcellana. Macchie d’inchiostro su un foglio bianco. Sul lavandino, un bazar da profumeria. Pennelli e colori, creme e profumi, pettini e mollette. L’aroma del caffe’ sale dalla tazzina, in equilibrio sul porta asciugamani, fondendosi col profumo della crema all’ambra veneziana e l’odore della sigaretta che, da sola, si consuma nel posacenere sul davanzale. L’accappatoio a terra, vicino a l’intimo non ancora indossato. L’asciugacapelli nel lavandino bagnato, la spina ancora inserita. I ricci raccolti con una penna. I piedi scalzi sul tappeto umido, aspettano che i minuti asciughino lo smalto bianco, e una musica per pianoforte echeggia nella stanza. E’ domenica e Alina segue le curve dei fianchi nudi allo specchio. Non e’ poi cosi’ male come dice sua madre. Una figura morbida. Tonda. Quasi malleabile. E come e’ armonioso e aggraziato ogni suo movimento. Sinuosa come una ballerina, attraversa il disordine che la circonda. Come fa l’aria, scivolando tra gocce di pioggia in un temporale estivo.

E’ una ciliegia, l’ultimo tramonto di aprile. I raggi filtrano con prepotenza dietro la finestra che punta ad est. Presuntuoso e’ il sole a tentar di rimanere, mostrando al cielo tutta la sua bellezza. L’orizzonte sembra un uomo su un burrone, e tende le braccia aggrappandosi ai limiti del mondo. Cadra’, e arrivera’ la notte. In quel tepore, in quel colore sahariano, Alina avverte un brivido. E’ la notte che sta arrivando anche per lei. Ha camminato sotto la sua pelle per anni, e infine e’ arrivata. Silenziosa come vapore che passa sotto una porta chiusa. Morira’ presto, questo hanno detto, e come comprende ora quel tramonto, quell’uomo con le braccia tese, cosi’ attaccato alla vita.

Lo stereo suona Chopin. Nocturne Opera nove, numero uno. Alina chiude gli occhi e con le dita cerca un pianoforte nell’aria. Suonando tasti invisibili torna col pensiero a mille anni prima. A un vecchio pianoforte e ai tasti consumati sotto le note di quella stessa melodia. Poi apre gli occhi e lo specchio riflette un’immagine grottesca. Con le mani ancora sospese in aria, come un direttore d’orchestra, Alina e’ nuda e ha il volto truccato solo a meta’. Scopre I denti come a uno spettacolo comico, poi ride da sola, sguaiatamente, come una donna non dovrebbe mai fare.

C’e’ qualcosa di malvagio nella malinconia. Non e’ fine a se stessa e non e’ sufficiente definirla tristezza. La tristezza e’ un sentimento rozzo, nasce e muore senza mutare. La malinconia e’ uno stato infame dell’anima. Un ingranaggio che innesca un meccanismo di distruzione. Porta con se’ disperazione e paura.Toglie il respiro e si nasconde nei dettagli come il diavolo. E’ in un quadro, in una poesia, in un’alba. E’ sotto la neve, e’ nel silenzio e in una foto in bianco e nero. E’ in un ricordo e in un segreto antico. Ed e’ in una musica di Chopin.

Al pensiero di questo, Alina spegne di scatto lo stereo. Il silenzio invade la stanza, come una ventata d’aria gelida che spalanca una finestra chiusa male.

Si veste in fretta e corre in cucina a cercare altra musica. Tiene i Cd piu’ belli nella credenza del pane. Non che non abbia altro posto. Ma la cucina e’, senza dubbio, il luogo della fantasia e della creazione.

La musica e’ piacere, il cibo e’ piacere. Come nell’amore, si devono accendere tutti i sensi, nella stanza del  “concepimento “.  Alina pensa a Carlo. E’ per lui la serata che sta preparando. Sta morendo. Deve informarlo, perche’ lui fa progetti per il loro futuro. Vuole sposarla, avere dei figli e invecchiare con lei. Lo deve sapere che lei rimarra’ giovane per sempre. Cosi’ ha pensato a una cena, a un dopo cena, e a una notte d’amore intenso e poi.. Gia’, e poi ? Quando e’ il momento migliore per dire che stai per andartene? Tra il primo e il secondo? O meglio dopo il dolce?

Intanto Alina scava un tunnel nell’anas. Estrae la polpa e la taglia a cubetti. La versa in un contenitore e la copre con succo di ananas, vodka e basilico. E’ il loro cocktail. Adorano berlo con le cannucce, direttamente dal frutto scavato. D’estate cenano in giardino, sotto il gazebo, e passano le ore ad amarsi annebbiati dall’alcol.

Danza tra i fornelli, Alina. La mousse di cioccolato e caffe’ non e’ la stessa senza Louis Armstrong.

E il vino nel decanter respira meglio con i Pink Floyd. Certo,l’astice per le linguine, era gia’ morto quando lo ha comprato. Ma se lo avesse messo vivo nell’acqua bollente, Alina avrebbe accompagnato

la sua morte con Janis Joplin. “Cry baby “ sarebbe stata perfetta. Se non altro per coprire il fischio tipico che queste bestie emettono mentre muoiono.

Alina apre il forno e spennella l’orata con olio e limone. Intanto pensa. Cerca le parole. Carlo non e’ uno che gira intorno alle cose. Arriva subito al dunque. A volte e’ quasi imbarazzante, taglia l’atmosfera in due, bruciando le fatiche dell’altro nel costruire una premessa decente. Non c’e’ mai troppo traffico di parole con lui. Alina, invece, parte sempre da lontano quando ha timore di dire qualcosa. Quando sa che ferira’ qualcuno che ama. Quando sa che nessuno trovera’ una soluzione. Non puo’ essere diretta.

Una cosa troppo seria potrebbe essere scioccante per chi ascolta, e Alina le facce serie non le puo’ guardare. Sbotta a ridere. Com’e’ ridicola la gravita’ di un evento, sul volto della gente.

Intanto Domenico Modugno assiste alla preparazione delle tartine di salmone, limone e paprika, cantando “La lontananza”. E Alina prende spunto, dalle parole della canzone. per scrivere nella mente una bozza di discorso: “ Amore ti devo parlare. Parto per un viaggio senza ritorno “.  Per carita’ che inizio di merda. “ Sai amore quel detto, partire e’ un po’ come morire? Ecco, io sto decisamente partendo troppo “. Mio Dio, lasciamo stare.

Nel frattempo l’astice, che era rimasto senza colonna sonora, prendeva finalmente forma nel pomodoro e prezzemolo con “ Rock Lobster “ dei  B52’s.

Ormai e’ quasi pronto. L’appuntamento e’ alle nove. Alina ha cucinato,ballato, cantato e pensato per ore. Tutto e’ perfetto, tranne il discorso. Le parole hanno formulato solo locuzioni sballate fino a quel momento. Nessun discorso pensato, e’ stato indolore. Non c’e’ modo di parlare della morte di lei, senza straziare il cuore di lui. E cosi’ Alina si arrende alla realta’ della cosa. Le parole non esistono. La morte e’ muta per chi va via, ma grida nel petto di chi resta.

Il campanello suona e Alina corre ad aprire. Le mani afferrano la maniglia, poi si ferma un istante. Poggia la testa sulla porta e si gira verso lo specchio. E’ bellisima. Scioglie i capelli, che cadono leggeri coprendo tutta la schiena, ingoia un nodo bloccato alla gola, e apre.

Dietro un arcobaleno di tulipani, si nasconde il sorriso di Carlo. La scena di sempre. Da tre anni, la stessa, eppure ogni volta e’ la prima. Lui rimane sul pianerottolo, le braccia accompagnano il mazzo di fiori fino a raggiungere lei e la sua voce calda fa ingresso: “ Fiori per un fiore “.

Alina prende il fascio di fiori e fa un piccolo inchino. Lui entra, chiude la porta accompagnandola con un piede e afferra Alina per la vita. Lei si lascia trasportare, accenna un piccolo casque’ e  Carlo la bacia. Non un bacio appassionato, ma uno sfiorarsi di labbra fragile, educato, quasi timido.

In quell’istante Alina capisce. Non potra’ mai dire. Il tempo tra loro si trasformerebbe in attesa. Nell’attesa prenderebbero forma i mostri dell’assenza e dell’abbandono, e in questi la paura della speranza e la delusione della vita. L’unica via d’uscita, e’ morire di nascosto. Lo lascera’. Trovera’ una scusa. Ce ne sono cosi’ tante. Una varra’ l’altra. Lei morira’ e lui iniziera’ una nuova vita.

Oppure no. Lei stasera gli parlera’. Dira’ ogni cosa e lui piangera’ in preda alla disperazione, ma poi le dara’ coraggio e non la lascera’ fino alla fine. Non amera’ piu’ e vivra’ solo, nel ricordo di lei.

Oppure no. Lui scoprira’ la cartella clinica di lei e non dira’ niente. Apprezzera’ il coraggio e l’amore di Alina e rispettera’ la sua scelta di non parlare.

Oppure… Oppure niente. Non c’e’ una versione romantica della morte. Alina parte e Carlo resta, e tutto e’ cosi’ ingiusto. La vita e’ ingiusta e la morte e’ troppo scontata per sorprendersi al suo arrivo.

L’odore del basilico sale sfacciato dal frutto, e la vodka fa il suo sporco lavoro.

Carlo posa l’ananas sul tavolo e , barcollando per il troppo alcol, afferra Alina.

Billie Holiday accompagna i loro passi. Perdendosi uno nel cuore dell’altra, si stringono. Bisbigliando intonano “ I’m a fool to want you “.

Sotto la luce della luna, un tulipano perde i suoi petali.