Adelina

Il 127  passa ogni ora. Puntuale. Tutta la settimana, senza eccezioni. Adelina non lo ha mai perso. Dal lunedi al venerdi, per sette anni, escluse le volte in cui e’ dovuta rimanere a casa per malattia.

” I miei bambini mi aspettano ” ripete  come una nenia, seduta sotto la pensilina della fermata. Piove forte. Come il giorno in cui  conobbe Aldo. Anche lui insegna alla materna, ma scende a Pavona. Adelina prosegue fino a Torvajanica. Entrambi salgono ad Albano. Si erano sempre guardati, ma solo quel giorno lui trovo’ il coraggio per rivolgerle la parola. ” Avrebbe dovuto guardare il cielo, prima di uscire. Piove da ore. Non ha un ombrello in casa? ” Adelina alza gli occhi . Un manto scuro la ripara dall’acqua. Lui la guarda accennando un sorriso sicuro. I denti bianchissimi spiccano sotto l’ombrello nero che, riparandoli, li avvicina per la prima volta.

La piazza si sveglia sotto un cielo di bronzo. La pioggia non accenna a diminuire.

Adelina guarda giu’ e vede I suoi piedi, nudi, danzare in una pozza. Ride a squarciagola, poi il panico l’assale. Dove si trova? Perche’ e’ in camicia da notte sotto la pioggia? Dove deve andare? Chi e’? Il vuoto la investe e una sensazione di morte penetra sotto la pelle. Grida senza parole. Grida e la gente le passa accanto senza chiedere, spaventata. Corre sul marciapiede e attraversa negozi, bar e le bancarelle del mercato cercando qualcosa di familiare. Poi cade in ginocchio. Le mani sull’asfalto e poi sugli occhi. “ Adelina..”  Qualcuno pronuncia quel nome. La voce ha un suono intimo. Piove sulla citta’, ma non su di lei. Toglie le mani dal viso e alza lo sguardo in un gesto che quasi le e’ noto. Sotto un ombrello nero brilla un sorriso rassicurante. Aldo l’aiuta a rialzarsi. Lei non lo conosce, ma qualcosa la spinge a poggiare la testa sul petto di lui in un atto confidenziale. Nel brusio della citta’ che li guarda passare, Adelina carpisce dei suoni. Alzheimer, pazzia, marito, figlia, maestra. Parole senza senso. Poi la voce di lui  fa’ breccia tra I rumori del traffico “ Nella tua mente cammina un mondo in cui io non sono ammesso. La malattia ti allontana, mi rende uno sconosciuto. Destino bastardo. Ma il mio amore non e’ cambiato. Nel ricordo piu’ lontano di noi siamo in viaggio, sul 127, e siamo innamorati. Oggi, come allora, ti riconquistero’, in un eterno corteggiamento. Finche’ morte non ci separi “.

( Sabrina S. )

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Retrogusto amaro

Poi a Martina il mare neanche piace. Ha paura dell’acqua e non riesce a star ferma sull’asciugamano. Si gira in continuazione, come quando la sera e’ a letto e cerca una posizione anche per un’ora, e il telo si riempie di sabbia. – Sa’ di asfalto e terra secca, questa giornata. Stiamo a casa. Non ci divertiremo. Lo so. Io certe cose le sento. – Valeria la guarda e alza gli occhi al cielo: – Ma che vuoi che accada? La tua e’ solo pigrizia. Staremo bene, e poi ormai e’ tutto pronto e i bambini sono in macchina che aspettano.- Martina, in macchina, la musica l’ascolta sempre a tutto volume, ma Valeria parla, e parla, e parla e per essere certa di essere ascoltata abbassa un po’ il volume ogni due curve. Poi ha questa cosa che quando parla decelera. Se e’ concentrata a parlare, non puo’ esserlo anche al volante. Scherziamo? Se le scappa un pensiero su Francesco e la sua nuova compagna, le scappa anche il piede sull’acceleratore e sono tutti morti. Cosi’ si evita la musica e i discorsi su Francesco, e il lungomare si trasforma in una traversata atlantica. Il parcheggio e’ un incubo e Valeria, che ha una fede tutta sua, comincia a tirar giu’ tutti i Santi. Il primo e’ San Francesco, ma Martina fa’ finta di non capire e guarda fuori dal finestrino. – Ascolta, poiche’ non c’e’ un posto manco a pagare, scendi con i bambini e aspettami alla spiaggia -.  Martina neanche la conosce la zona, ma i bambini si scocciano pure loro a sentire i nomi dei Santi, e sono tutti contenti dell’idea di Valeria.  – Ragazzi’ state buoni che a me il mare gia’ fa schifo. Scendiamo con calma e tenetemi la mano che dobbiamo attraversare -.  Nella bocca, Martina, ha ancora quel sapore d’asfalto. Un amaro inconfondibile che sente ogni volta come annuncio di qualcosa di spiacevole.  – Sono gia’ le 11.00. Senti che caldo. Ha ragione Carlo a non voler mai venire a quest’ora al mare –  Pensa a lui, Martina, e le spunta un sorriso quasi di compassione a immaginarselo da solo in ufficio. Quanto la ama. Lui glielo dice sempre e lei non puo’ fare a meno di credergli. Quanto lo ama. Lei glielo dice poco, ma lui lo sa, per questo vuole sposarla. Saranno felici insieme e lei non sogna che quel giorno.  – Il gelato, il gelato, vogliamo il gelato –  I bambini attaccano le sirene e Martina sente una fitta all’occhio destro che preannuncia l’emicrania.  – NIENTE GELATO, ANDIAMO VIA – La voce di Valeria arriva come un temporale estivo. – Ma mica sarai scema? –  Martina e’ incredula  – Ho detto andiamo via. Questo posto non mi piace. C’e’ caos e poi ho dimenticato una cosa a casa –  – Che cosa? –  Valeria tergiversa, dice cose strane e non trova un oggetto per cui valgalapena di intraprendere una traversataatlantica a ritroso.  – Mi stai seccando ora, che hai? –   – Senti Martina, forse non dovrei dirtelo, dovrei farmi i cazzi miei e sperare che tu non te ne accorga…o meglio ancora che tu lo faccia, ma non ci sara’ modo per nascondertelo cosi’ te lo dico e basta –  Martina e’ quasi spaventata, non sa che pensare. Che e’ accaduto dal parcheggio a qui?  – Dai spara, che e’ successo? –  – Guarda alla tua destra. Guarda bene le persone che sono piu’ vicine a noi –  Martina si gira. Non vede niente di strano. Gente in costume che prende il sole. Una famiglia di ciccioni, due bambini che fanno una buca, una bionda insieme a Carlo e un vecchio con un cappello panama. Silenzio. Non c’e’ piu’ un rumore sulla spiaggia. La famiglia di ciccioni si agita. Litigano per qualcosa. Le bocche si aprono e non ne esce un suono. E’ un film muto a colori. Il tempo si ferma. Poi il temporale estivo arriva davvero, dopo una frazione di secondi, nel cuore di Martina. Una bionda insieme a Carlo. Un dolore acuto al centro del petto. Un’implosione nella testa e l’emicrania e’ partita. E’ un dolore fisico, un pensiero che affoga, un ricordo e due parole. Galleggiano bugie e un pezzo d’anima va via per non fare piu’ ritorno. Lo sente uscire dal corpo, quel pezzo, e non sa come trattenerlo. E insieme all’anima se ne escono i sogni di gloria e un velo da sposa, bomboniere, cotillon ed e’ subito sera. Il mondo si sgretola e fa’ una duna sulle scarpe. Martina guarda la duna e si pensa li’ sotto. – Uccidimi adesso –  E’ un filo di voce senza tonalita’. Una macchina ingolfata, un ciliegio senza frutti. In quest’apparente immobilita’ del mondo…Uccidimi adesso.  – Mamma, Martina piange. Mi compri un gelato ? –  Giovannino strattona il pareo di Valeria e quello viene giu’ subito. Ha belle gambe, Valeria, e la gente si gira a guardarla.  – Tesoro, ho dimenticato una cosa a casa. Ora andiamo via e poi mamma te lo compra al parco –  Ha la voce seria mentre parla. Sembra grave. Giovannino fa’ una lagna breve, poi annuisce e torna dagli altri. – Restiamo. Ormai siamo qui. Mi ucciderai piu’ tardi, a casa –  Martina guarda Valeria e accenna un sorriso, alza le spalle ed esclama ” Chissenefrega “, come fa’ ogni volta per non dare a vedere che un treno l’ha investita e ridotta in brandelli. Negli atteggiamenti senza senso Martina costruisce le sue trincee. Valeria lo sa e non la contraddice. Si sta difendendo, prende una posizione e rifugge l’immagine di casa e del letto nel quale vorrebbe buttarsi a piangere. In tutto il tempo che rimangono al mare, Martina non si gira mai a guardare Carlo. Come se quella parte di spiaggia non esistesse. Poi il telefonino vibra. E’ un messaggio. ” Amore, oggi esco prima dall’ufficio. Passi da me stasera? ti amo “. Sono quasi le 4. Passera’ da lui stasera? Non e’ il momento di decidere. Rimandera’ a piu’ tardi. Ora sa chi e’. Ora sa che e’ giusto non fidarsi di nessuno. I bambini giocano a riva. Valeria guarda Martina. Lei si volta un attimo a guardare e li vede andar via.  – Mi piace l’odore della crema solare sulla pelle –  Esclama.  Con eleganza prende la settimana enigmistica e ridacchia sulle vignette. Valeria continua a guardarla. Poi infila gli occhiali da sole e alza la testa al cielo. Si sistema bene sul lettino e rilascia le braccia. All’unisono, roba che a mettersi d’accordo non verrebbe cosi’ bene, esclamano ” Sa’ di asfalto e terra secca…”

( Sabrina S. )