Ritorno a Est

Mentre il porto rimpiccioliva, Nina fissava i grattacieli ancora vicinissimi. Mille braccia alzate, a puntare ognuna qualcosa. Un angolo di cielo, un aereo, la luna. Pensava all’acqua che li circondava, che li aveva visti spuntare e venir su come figli, pezzo dopo pezzo, e alle volte in cui aveva approfittato di un uragano per vederli da vicino. Spaventosa scorreva nei vicoli, scendeva le scale della metropolitana e impertinente apriva le porte barricate. Come locuste sui campi di grano, la pioggia scrosciava sulle finestre. Il mare entrava in citta’ senza permesso. Ripuliva le strade e sceglieva i pezzi da rubare. Semafori staccati, tavoli o sedie di un locale all’aperto, a volte automobili intere. Le case piu’ vicine al porto, basse e rigorosamente di legno, venivano spazzate via completamente, per essere ricostruite identiche nello stesso punto. Quasi una sfida al mare… a riprovarci di nuovo. Poi l’acqua finalmente cominciava a ritirarsi e, per giorni, sulle spiagge si potevano trovare gli oggetti che il mare rifiutava. Come un collezionista che, accortosi del cattivo affare, restituiva la merce. Al calar della tempesta, i grattacieli tornavano a riflettersi nell’acqua. Ancora tutti li’, ad indicare il loro punto fisso, perso in uno spazio indefinito, oltre l’atmosfera.

La nave, ora, viaggiava su un mare piatto. Le onde si stagliavano lungo lo scafo creando un merletto, e la scia nell’acqua ricordava lo strascico di una sposa.

Anche nel cuore di Nina la tempesta era passata. Nella scia bianca scivolavano pezzi di vita. Gettava nell’acqua il tempo inutile di se’. Ore maldestre, impetuose, colpite dalla vita e dalla morte. Ore trascorse a rincorrere le ore. Meta’ della giovinezza impegnata a creare giorni migliori. Anni impiegati a cercare i confini delle possibilita’. Il limite ultimo delle capacita’, e infine trovarlo in una foto antica, chiusa in un ciondolo intorno al collo.

Una seconda vita non aveva cancellato la prima. Partire non era stato sufficiente. Bisognava tornare. E tornava, Nina, a quell’amore lontano, oltre l’Oceano, che non abitava piu’ nessun corpo, ma la cui assenza era costantemente ingombrante.

La citta’ era ormai il punto di congiunzione tra cielo e mare. Nina penso’ a una macchia d’inchiostro su una tela vergine. Un puntino nero dal quale partire per creare un dipinto. Dipingere una vita. Una nuova vita. Guardo’ il cielo in direzione del sole. La mano tesa sulla fronte e lo sguardo perso nell’azzurro.

Il sole guardava a ovest. Nina si volto’ verso est. Sorridendo strinse il ciondolo tra le mani. Poi raccolse un pensiero.

” La ricerca affannosa di me finisce dove tu inizi. Io sono i tuoi occhi, la bocca, le mani, fin quando tu sarai i miei occhi, la bocca e le mani. Abiterai la mia mente e per mille vite ancora ti cerchero’. All’alba del nostro incontro ci riconosceremo. Bambine insieme, carezzandoci le trecce, confessero’ l’origne del mio perpetuo vagare “.

L’alba non era lontana.

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Piccole cose

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Poi Nina non aveva mezze misure.

Tutto era si o no, bianco o nero, giusto o sbagliato.

Lo amava Carlo? SI…e allora basta. Questo era sufficiente a continuare a stare insieme a lui. Pero’… pero’ adesso se lo chiedeva se Carlo l’amasse davvero. Tra un tradimento e l’altro Carlo l’amava. Di questo era certa. Ma mentre era con le altre, pensava a lei ? La vedeva, si o no, la faccia di Nina sul collo di quell’altra? E quando erano a letto insieme, se lo ricordava che quello a destra era il posto dove dormiva lei ? Dove mille volte l’aveva guardata addormentarsi tra una parola e un film noioso? Dove l’aveva sentita ridere, in piena notte, nel mezzo di chissa’ che sogno. ” Ridi di notte, perche’ ti avanzano delle risate dal giorno..? ” Le aveva chiesto la mattina dopo. Nina non dimenticava un istante passato con lui. E lui ? la dimenticava a seconda dell’occasione? Ecco un dubbio. Una sfumatura grigia tra quel bianco e nero di cui s’era fatta scudo tutta la vita.

Da quel giorno alla spiaggia Nina era cambiata. Glielo aveva detto di averlo visto al mare con la bionda. Glielo aveva detto due mesi dopo, e lui si era scusato come se non le avesse che pestato un piede. Poi una parola tira l’altra, e l’idea che ci fossero altre donne diventava piu’ densa, palpabile. ” Non ci sei mai, hai il tuo lavoro, i turni di notte all’ospedale. Mi sento solo. ( perdio, che confessione ) Ma ti amo, loro non significano niente per me “.  LORO? Ma quante sono? Ma chi sono? Nina se lo chiedeva in continuazione, e ogni volta le veniva in mente un’unica risposta ” UN FIORINO …”. Poi tornava alla serieta’ della faccenda. Non avrebbe voluto, ma l’immagine delle mani di Carlo, su un corpo che non era il suo, la trafiggevano come aghi negli occhi. Non poteva non pensarci, e lo odiava immensamente per quel dolore che le aveva regalato, e che non l’abbandonava mai. Si, lo odiava con tutta se stessa. Carlo aveva distrutto tutto. Niente sarebbe piu’ stato possibile tra loro. Nina lo sapeva. Conosceva fin troppo bene gli ingranaggi che si mettevano in moto con queste dinamiche. L’insicurezza era per lei un cane randagio, sempre pronto a divorarle l’anima. Non avrebbe piu’ creduto a una sola parola che fosse pronunciata da lui. Lo avrebbe perseguitato e tempestato di domande per sapere dove fosse e con chi,  ogni volta che non era con lei. E nelle notti in ospedale, avrebbe pregato che morisse un paziente ogni ora, pur di non ritrovarsi da sola con il pensiero del loro letto, riscaldato da altre donne. Il dolore degli altri ci distoglie dal nostro. Come guardare un brutto quadro mentre dipingiamo il nostro orrore su una tela gia’ sporca. La gelosia e’ un serpe sotto un masso, pronto ad afferrare la preda. Inaspettato, algido, si nutre di un cuore caldo che sanguina gia’.

Non c’e’ una scelta di soluzioni possibili. L’unica e’ lasciare Carlo alle sue donne, e sperare di dimenticare in fretta. Nina ci pensa ormai da mesi, e ogni volta che prende la decisione di dirglielo, lui la chiama. ” Che fai amore mio? ti penso, ti amo, ci sei solo tu… bla bla bla “. Un agglomerato di parole inutili che non colmano il vuoto che e’ stato creato. Come riempire di acqua un vaso che ha un foro sul fondo. Non le sente piu’ quelle parole. Sono i rumori delle macchine, fuori dalla finestra. Un televisore acceso, nella stanza accanto. Un mercante, in una fiera empia, che grida e nessuno lo capisce. Eppure Nina ha bisogno di quelle parole. Le brama ogni minuto del giorno. Sono necessarie per ritrovare, in Carlo, l’uomo che ha cosi’ amato.

” Non prendere decisioni delle quali potresti pentirti “. Eccola, Valeria, che reagisce alla stessa situazione con Francesco, facendo finta di non vedere. Nina, ogni volta, la guarda come fosse un marziano a una festa di messicani, e si chiede sempre come faccia a rimanere in quella situazione.

Poi si ricorda che Francesco non e’ il solo ad avere storie extra, anche Valeria si concede il lusso di un’avventura ogni tanto. Vanno avanti cosi’, per abitudine, per compagnia, per apatia, e perche’ hanno costruito un passato. Nonostante tutto. ” Dovrei trovare un altro uomo, eccola la soluzione. Chiodo scaccia chiodo.Funziona da sempre con tutti, funzionera’ anche con me “.

Un altro turno in ospedale e’ finito. La notte e’ trascorsa tra un pensiero e una flebo. Tra una soluzione definitiva e una fisiologica. Tra un tunnel senza uscita e una luce accesa in un corridoio buio. Tra una fitta al cuore e un’ora dopo la mezzanotte.

Nina sale in macchina. E’ l’alba. Poche auto percorrono con lei il lungotevere. Vanno veloci. Tutto, intorno, corre. La citta’ si sveglia. Ma lei non ha fretta. Infila un cd di Einaudi e segue il ritmo della musica. Adagio il pensiero torna li’, a Carlo, al piccolo passato che hanno costruito a fatica. Alle belle sensazioni di una volta. Al ricordo delle ore insieme. E a tutte le piccole cose che si sono regalati. Una collana, un libro con un sogno scritto sulla prima pagina, un anello di plastica, tolto dal tappo di una bottiglia d’acqua, quando capitarono in un ristorante assurdo con un vecchio che cantava a squarciagola, e un portachiavi con le loro iniziali incise. N-C. Glielo aveva regalato per le chiavi di casa, quando lui le aveva detto che quel posto era solo loro. Un angolo di mondo fatto solo di loro due. Non ci sarebbe piu’ entrata. Non avrebbe piu’ preso l’ascensore, non sarebbe salita all’ultimo piano, non lo avrebbe baciato sulla porta e non si sarebbe piu’ addormentata sul suo letto.

Il Tevere e’ splendido all’alba. Nina accosta. Ferma la macchina in doppia fila e scende. Si sporge dal muretto e guarda giu’. Qualcuno passeggia lungo il fiume con un cane. Alza gli occhi e la saluta. Lei accenna un sorriso e si asciuga una lacrima. Accende una sigaretta e torna al pensiero delle piccole cose.  Carlo…non la lascera’ andar via.

( Sabrina S. )