Risvegli

Muoveva le braccia in maniera scoordinata, tentando di tenere la testa fuori dall’acqua. Non c’era vento e il lago era immobile, eppure Nina sentiva di affogare.  Era certa di non essere in un punto dove l’acqua fosse troppo alta. Con la punta dei piedi poteva sfiorare il fondale vischioso. Un masso era li’, fermo, da qualche parte. Lo aveva toccato un attimo prima, azzardando una spinta verso la superficie. Poi lo aveva perso. Eppure non c’era corrente che potesse spingerla altrove. Tutto era fermo fuori dall’acqua, e tutto era vivo sotto di lei. Come se la superficie fosse il confine di due mondi distinti. Guerra e pace, ordine e caos, bianco e nero. Con gli occhi sgranati, Nina poteva afferrare i particolari di quella immobilita’ che la circondava. Le foglie dei pioppi rimanevano ancorate ai loro rami, il cielo terso era una linea dritta nel quale spiccava una sola nuvola, tonda e soffice come ovatta. Le fronde di un salice bianco sembravano protendersi verso una lastra d’acqua impassibile. Tutto era piatto, come se dietro gli alberi ci fosse il nulla, come se il cielo arrivasse solo fin dove i suoi occhi arrivavano a vederlo. Non un insetto, un uccello, un rumore. Nina guardava un paesaggio statico e privo della sua realta’ tridimensionale. Era come affogare nel disegno di un bambino.  Mentre le alghe le afferravano le caviglie come mani robuste, lei tornava alla ricerca di quel masso allungando le gambe verso il fondale. Il collo del piede si inarcava e le dita si contraevano per i crampi.

Nessuna percezione del tempo. Nessun senso dell’orientamento. Cercava quella pietra con l’orecchio teso, come fosse una voce familiare pronta a darle indicazioni. Non udendo alcun suono Nina cominciava ad arrendersi a quel destino e al silenzio della profondita’. L’acqua le copriva il viso. Gli occhi si aprirono e guardarono il mondo dietro lo specchio. Ogni cosa era ancora ferma al suo posto. Nuvola, salice, pioppi. Il cielo era rimasto una retta azzurra su un rettangolo di carta e, in quell’assenza di variazione, Nina come Ofelia, fluttuava nella pace della sua sorte.  Senza alcuna paura, come attratta da quella vita subacquea, Nina lasciava che le vesti, ormai intrise e appesantite, la trascinassero giu’, nell’oscurita’ del lago.

Apri’ gli occhi di scatto, rimanendo per qualche istante a cercare il soffitto nella penombra della stanza. Le immagini del sogno erano cosi’ nitide che tratteneva il rispiro, come se l’acqua ancora la coprisse. Poi il battito cardiaco comincio’ a rallentare e il respiro si fece regolare. Nei suoi sogni Nina era spesso in pericolo. L’inquietudine del vivere quotidiano affondava le radici nel suo inconscio, e questo le trasmetteva immagini della sua vita da altre angolazioni. Cio’ che Nina si rifiutava di vedere da sveglia, era costretta ad affrontarlo di notte.

L’orologio lampeggiava le tre quando Nina comincio’ a ripercorrere le immagini di quel film notturno. Ormai era inutile nasconderlo, la sua vita era in pericolo. Tutta la sua esistenza galleggiava sulla superficie di quel lago, al confine tra una realta’ statica e una forza vitale nascosta nella profondita’ di se stessa. Sopravviveva, persa tra i capelli di un Giano bifronte. A troppe cose aveva rinunciato pur di vivere la serenita’ del disegno di un bambino. Aveva rinunciato a se stessa, a quei vortici impetuosi e improvvisi che solo la natura di un lago puo’ creare.

Cercando di creare una vita perfetta a tutti i costi, aveva finito per rovinarla. Anche Carlo se n’era accorto, per questo non l’amava piu’. Non era piu’ lei. Aveva abbandonato la sua personalita’ per dare a lui la serenita’ e la pacatezza di un rapporto stabile, e lui aveva perso ogni attrattiva. Percependo la sua debolezza, Carlo aveva preso potere. Non avendo piu’ alcun rispetto per i sentimenti di lei, entrava e usciva dalla sua vita continuamente, destabilizzandola ogni volta. Rinunciando a se stessa per Carlo, Nina aveva sbagliato. Aveva perso entrambi. Qualcosa pero’ accadeva ora nelle viscere. La voglia reale di riprendersi tutto cio’ che aveva lasciato. Prendeva piede la nostalgia per quei vortici interni che le avevano sempre concesso di affrontare sfacciatamente la vita.

Nina sentiva il bisogno di tornare ad essere cio’ che non era piu’. Carlo voleva andarsene? Non sarebbe stata certo lei a fermarlo. Non piu’. Addio Carlo, bentornata Nina.

L’alba entrava in punta di piedi, dietro le tende. Nina chiuse gli occhi e si immagino’ nuotare nel lago di quel sogno. Un vigore antico tornava a far breccia nel suo cuore, nella sua anima, sotto la pelle.  Non sarebbe stato difficile…  tornare ad essere.

( Forse )

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Non ho capito la domanda

” Ma lei davvero crede, professore, che se fossi ubriaca verrei a dare l’esame” ?

Intanto l’occhio mi sfugge. Sento che si sposta. Non tiene a fuoco l’immagine. Ecco che tenta di scavalcare il naso. Si ferma un secondo sul procero…e opla’, con un doppio carpiato finisce dall’altro lato della faccia. Mi sento gli occhi incollati uno all’altro. Sono una sogliola. Sono una cazzo di sogliola e la mia natura mi porta sui fondali. Sto per adagiarmi sul fondale della cattedra.

” Non si lasci ingannare dalla mia postura. Sono solamente stanca. Sono tre mesi che mi preparo a questo esame “.

Ho una sete maledetta e una carogna in bocca. Che ho fatto ieri?  Ho mangiato calzini ?

Dunque vediamo. Reminiscenze delle ultime 24 ore. Dunque…si. No…Vediamo.

Che vediamo? Chi vede? Non vedo niente. Sono una sogliola. Mi sta scoppiando un occhio. E’ l’emicrania.

” Si, professore, grazie.Accetto volentieri un po’ d’acqua “.

Devo dire qualcosa. Qualunque cosa che abbia un senso…

” Non si lasci ingannare dalla mia postura. Sono solamente… stanca “. Ma che cazzo dico? Di nuovo..

” Ah. Lei sa gia’ che sono tre mesi che mi preparo a questo esame. E come lo sa? “.

( SIGNORE, FAMMI SPARIRE ADESSO.)

Mi ricordo qualcosa. Immagini fugaci di risate alcoliche. Antonia mi viene incontro. Ride e trasporta boccali di birra da un litro, dal bancone al nostro tavolo.

Intanto l’assistente apre il libretto degli esami. Il professore ancora non e’ arrivato. Sono la prima. Non s’e’ mai sentito di un professore universitario che facesse tardi in un giorno d’esame. Ma e’ vecchio. Storia moderna e’ uno degli esami piu’ facili… perche’ il prof e’ anche decisamente rincoglionito. Un nostalgico, un fan del ‘ SE STAVA MEJO QUANNO SE STAVA PEGGIO “. Due domande in croce sul colonialismo e le riforme economiche, se gli gira… qualcosina su CarloV o le costituzioni della rivoluzione francese, e poi il pezzo forte. L’elenco dei partigiani italiani piu’ famosi: De Ros, detto Il tigre;Adriano Venezian, detto Il biondo; Gino Simionato, detto Il falco; Giorgio Pizzoli, detto Jim; Arrigo Boldrini, detto…Arrigo Boldrini ( perche’,con un nome cosi’..non hai bisogno di un soprannome ); E poi Toffanin, Diego Baratella, Moranino e.. lui, GIOVANNI LAZZETTI. Il partigiano piu’ famoso. Lo chiamavano Il Ballonaio perche’ suo padre vendeva palloncini. Riusci’ a derubare i tedeschi di ottocento fucili, e con questi ad armare tutti i partigiani della Valtrebbia.

Mavaffanculo. MI ricordo ‘sta roba …e non so come sono tornata a casa ieri notte. O era stamattina?

Ma, d’altra parte, sono  tre mesi che mi preparo a questo esame.

”Non e’ mai stanco lei, professore ? ”.

Lui mi guarda negli occhi e mi invita a darmi un contegno. Non gli ho mica mollato un calcio nel culo, penso.

Le cose si mettono male. Puzzo di whiskey e botte vecchia. A starmi vicino sembra di stare in una bettola. Mi do’ fastidio da sola.Sto scomoda nei miei panni. ( SIGNORE, PERCHE’ NON MI FULMINI? )

Se fossi in lui, l’assistente, mi manderei via per il tanfo. Cerco di star dritta sulla schiena. Frugo nelle tasche e trovo una mentina. Una Saila. Un concentrato di aspartame. La scarto velocemente e la metto in bocca come fosse un salvavita ( un salvavita per gli altri…piu’ che altro ). L’effetto e’ devastante. La menta acuisce l’alito alcolico.

( SIGNORE, TI PREGO, SPARAMI DALL’ALTO DEI CIELI.)

Ecco che si apre la porta.

Il professore e’ arrivato.

CRISTO….NON E’ LUI.

Chi e’ ‘sto tizio? Sembra il tipo che dice le previsioni del tempo sulla Rai. Quello con la barbetta nera… Sembra il fratello minore di Beppe Vessicchio.

Si siede, mi guarda. Poi si rivolge all’assistente con la faccia ciancicata ” COS’ E’ QUESTA PUZZA DI VINO ” ?

” E’  Bourboun ” rispondo di getto.

( SIGNORE…VUOI METTERE FINE AI MIEI GIORNI O NO??? )

” Signorina, mi parli delle isoipse. Cosa sono e che significato ha la loro lontananza o vicinanza “.

Silenzio totale. Sguardo perso nel vuoto assoluto. Un embolo parte a cercare risposte nel cassetto della memoria.

Prendi tempo, cazzo, prendi tempo.

“Professore, mi scusi, non ho capito la domanda ”. Azzardo con voce e testa bassa, per dirigere i vapori dell’alito verso le mie scarpe.

La domanda riecheggia nelle orecchie come un suono sconosciuto. ISOIPSEEEE. Da sogliola, immagino Nettuno su uno scoglio. Il tridente puntato verso il cielo grigio…e lo sguardo austero segue una voce tuonante… ISOIPSEEEEE.

Il mio occhio ebete obbliga a una domanda: ” Signorina, ma lei e’ preparata per l’esame di cartografia, o siamo qui ad asciugare gli scogli ” ? ( …e qui l’immagine di Nettuno ci azzeccava assai )

” CARTOGRAFIA????? ” mi alzo in piedi di scatto ” Allora lei e’ davvero quello della televisione. Quello che dice le previsioni del tempo alla Rai. Certo che non sono preparata. Io non so neanche ripiegare la mappa stradale, figuriamoci dare l’esame di cartografia, che e’ una materia di MMMERDA.. ”

( SIGNORE, VISTO CHE NON MI DAI UNA MANO, PRENDO LA RINCORSA E MI BUTTO DAL SESTO PIANO )

” Scusi professore, senza offesa, ma credo che abbiate sbagliato aula. Qui si tiene l’esame di Storia Moderna ”

” Signorina, senza offesa, ma se alzasse di meno il gomito, saprebbe che l’esame di Storia Moderna e’ al piano di sotto ”.

( SIGNORE……LEGGIMI NEL PENSIERO !!! )

( Sabrina. S. )