Big my secret

L’assenza dondola nell’aria, come un batacchio di ferro martella il mio viso, martella, ne sono stordito. Corro via, l’assenza m’insegue, non posso sfuggirle. Le gambe si piegano, cado. L’assenza non è tempo né strada. L’assenza è un ponte fra noi anche quando di fronte l’uno all’altra i nostri ginocchi si toccano.

 

Tra cielo e terra

http://www.youtube.com/watch?v=5jh0WoUBDEs

M’arrangio la vita come posso ma questo cielo grigio, un giorno, uccidera’ anche me. Arriva maldestro a schiacciarmi l’anima, con passi lenti e pesanti. E mi rende una terra incolta, dove non cresce che sterpaglia e ricordi che odorano di marcio. Non ti  trovo nella realta’, non ti trovo nei sogni. Ma in queste tasche invisibili della mia giacca, porto tutte le cose di noi che ci siamo raccontate. Mille anni di silenziose conversazioni. E poi sei andata. Ora sono una meta’. Una moneta che volteggia nell’aria e ricade sempre dalla stessa parte. La mia anima e’ l’ombra di nessuno. Il mio corpo una caraffa di acqua stagnante, con una crepa sul fondo. In questa assenza di colore, perdo la meta’ che hai lasciato. Perdo  me.

Come Jeanne

https://www.youtube.com/watch?v=cuCE5KMLYpg

” Sei un quadro di Modigliani ”

Cosi’ Adele si rivolgeva ad Angelina nei momenti teneri tra loro. Madre e figlia, a condividere libri d’arte. I corpi affondavano nel letto, nella penombra della stanza. ” Le tele brillano dell’anima di chi li ha dipinti e, di notte, i ritratti prendono vita “. Parlava a voce bassa, Adele, quasi avesse timore di disturbare. Poi il respiro rallentava su un dipinto di Modi’, Jeanne.  “Eccoti “,  esclamava.

” Fa’ che la tua vita resti impressa nel cuore, nella mente, nell’anima di chi incontrerai. Come un quadro che racchiuda una storia, che racchiuda un segreto “.

Era una donna ormai, Angelina, e solo ora comprendeva quelle parole. Ora che nella vita aveva sbagliato ogni cosa, ogni scelta, ogni amore, ogni pensiero e parola. Tornava a casa ogni sera con un mosaico d’anima. Frantumi di se stessa da svuotare sul letto e caderci sopra addormentata, riprenderli il mattino seguente e farne pezzi piu’ piccoli. Era a un passo dalla fine. Ce l’aveva dentro quella morte. Ne sentiva la presenza costante. Sotto le unghie, nella gola, tra i capelli. Un male oscuro, senza nome ne’ pieta’. Una totale consapevolezza che la sua vita non avrebbe potuto proseguire. Doveva fermare questo lento morire, questa vita apparente del corpo, mentre l’anima era gia’ oltre i confini del cielo.

Non aveva cercato abbastanza. Non l’aveva coltivata la sua vita. Si era trascinata nel mondo lasciando che gli altri la sballottassero come una palla, e ora che non c’era il tempo per ricominciare, Angelina ripensava a Jeanne. A un gesto, vile e coraggioso nello stesso tempo, impresso nel cuore, nella mente e nell’anima di tutti.

Nessuno aveva ritratto Angelina, ma la sua vita le era passata davanti e lei l’aveva guardata come da una tela che nessuno considera. Davanti lo specchio, una lacrima attraversava una ruga come un Canyon.

“Non guardarmi ora, madre, che le tue parole non le ho mai capite. Guardami dopo. Guardami dopo. Guardatemi dopo “.

Novembre dentro

Piovono le foglie. Oggi come allora. Come sempre. Della tua voce non ricordo che questi brevi suoni: ” Ma dove ve ne andate, povere foglie gialle, come tante farfalle spensierate… ”. Ma di chi e’ questa filastrocca? Qualche volta, lontano nel tempo, me lo sono domandato. Ora non piu’. Che m’importa di sapere il resto, se non sei tu a recitarmelo? Io la sento la tua voce, con queste uniche parole. Poi svanisce, coperta dai rumori di vita. Cosi’, vivo in silenzio e parlo a voce bassa. Ho paura di non sentirti arrivare. Ho paura di non sentirti cantare. ” Ma dove ve ne andate, povere foglie gialle…”.

Oggi piovono le foglie.

Su questo arazzo di senape e cannella, staro’ in silenzio.

Canta ancora per me… ” Come tante farfalle spensierate”.

Schegge

FotoSono cose dolorose, e se riesco a passare una giornata intera senza ricordarle, mi risparmio la sofferenza e la pena per averle vissute. E’ forte la tentazione di non dire nulla, ma e’ altrettanto difficile sapere che mi porto costantemente dentro queste schegge frastagliate di memoria, che sono sempre nel mio profondo come minuscole bombe, e che in qualsiasi momento una di esse potrebbe perforare la superficie e costringermi a vivere il dolore… ogni volta, come se fosse la prima.

Il verso delle cose

E poi il vento cesso’ bruscamente. Le foglie rimasero ferme, come basite. Mille occhi verdi, accorti come a un tuono improvviso nel buio. La linfa degli alberi rallento’, e cosi’ il sangue di Nina. Immobile, col respiro sospeso a metà e l’orecchio teso verso la notte. Sotto le coperte, la temperatura aumento’ e il cuore comincio’ a battere al ritmo di riti africani. Senti’ chiaramente i pensieri frantumarsi come vetri sulle scogliere dei ricordi. Un pensiero, un ricordo, un vetro rotto. La notte dei cristalli.                                                     gemelle L’oscurità è priva di perspicacia. Tutto è confuso, tutto è deforme. Le ombre prendono vita e la memoria dell’essere delle cose perde il suo raziocinio. La manica del cappotto pende dalla sedia su cui e’ stato appoggiato. Il riflesso sul muro e’ un uomo chino su se stesso, con un  tubo in mano. Guardinga come un cane randagio, Nina inarca la schiena e piano viene su. Il suo stesso respiro e’ un rumore assordante e le gambe sembrano paralizzate.  C’e’ qualcosa nell’aria ferma. Non e’ sola, Nina, nella stanza che una volta era appartenuta a un altro corpo. E forse proprio quel corpo, ora, tornava a farvi visita. A controllare che tutto fosse come lei lo aveva lasciato. Ad assicurasi che nessuno avesse toccato le sue bambole, i suoi vestiti rosa, le sue fotografie, i suoi cuscini confetto.

Dopo la morte di Marta, Nina non aveva osato togliere nulla. Nessuno aveva azzardato, e ora, nella penombra, tutto era esattamente al suo posto, anche Marta. Nina la vide chiaramente.  Sdraiata con la testa rivolta verso la finestra chiusa. In un attimo le mani coprirono gli occhi. La testa continuava a dire no, muovendosi velocemente. Il respiro tornava caldo dalle mani premute con forza sul viso. E nella mente i cristalli finivano di frantumarsi.

” Non e’ lei, non e’ lei, non e’ lei… ” Eppure Nina pregava che lo fosse. Ne aveva paura, ma forse era un’occasione. Un’ultimo istante per dire qualcosa. Quell’unica cosa che Nina non aveva avuto il tempo di dire.

L’aria si fece piu’ densa. Fu come tentare di nuotare nella resina. E poi un peso gravoso sulle spalle, sulle braccia e le gambe. Per un attimo, senti’ il calore spostarsi altrove e il gelo  camminare sotto pelle.

Tra i cristalli rotti Nina cercava le parole e, non riuscendo a ricordare, ripercorse i momenti di tutta una vita vissuta in due…per poi restare una meta’. E di quella meta’, ancora un’altra meta’.

” Ecco, Marta… ” penso’ Nina con la mente ferma a un’immagine di mille anni prima, ” Sono stata l’altra meta’ di te, e ora… non so neanche essere la meta’ di me “.

Questo e’, perche’ cosi’ doveva essere. In cuor suo, Nina, aveva sempre saputo di essere la meta’ di qualcosa che non era gestibile. Una vita sacrificata a un’altra, niente di piu’.

” Marta, ti prego resta… o nessuno sapra’ mai che Nina esiste “. Ecco le parole che non aveva mai detto. La vita e la morte seguono un verso che non c’e’ dato di sapere.

Nina senti’ chiaramente aprirsi un varco di aria profumata di fiori, davanti a se’. Apri gli occhi e guardo’ il buio della cavita’ delle sue mani. Tento’ di dire qualcosa, quelle parole, prima che fosse tardi dinuovo.

All’ alba, tutto era tornato al suo posto. Anche Marta, e la resina e i fiori e l’aria gelida.

La vita di una segue il verso della morte dell’altra.

” Marta… ”

Nina riusci’ solo a bisbigliare il suo nome, ringhiottendo come sabbia tutte le parole.

E’ il verso delle cose.

Corri

Il passato non e’ finito. E’ un luogo atemporale, una persona eterna, un amore mai spento, un’emozione sempre viva, un predatore feroce, una membrana sottile. Nascondersi nel presente non e’ che vano tentativo. L’odore del sangue chiama l’appello. Corri…Corri. E’ un lampo il ricordo, un melograno in inverno, un cane randagio, un temporale estivo. Mi raggiungera’, sempre.

Ritorno a Est

Mentre il porto rimpiccioliva, Nina fissava i grattacieli ancora vicinissimi. Mille braccia alzate, a puntare ognuna qualcosa. Un angolo di cielo, un aereo, la luna. Pensava all’acqua che li circondava, che li aveva visti spuntare e venir su come figli, pezzo dopo pezzo, e alle volte in cui aveva approfittato di un uragano per vederli da vicino. Spaventosa scorreva nei vicoli, scendeva le scale della metropolitana e impertinente apriva le porte barricate. Come locuste sui campi di grano, la pioggia scrosciava sulle finestre. Il mare entrava in citta’ senza permesso. Ripuliva le strade e sceglieva i pezzi da rubare. Semafori staccati, tavoli o sedie di un locale all’aperto, a volte automobili intere. Le case piu’ vicine al porto, basse e rigorosamente di legno, venivano spazzate via completamente, per essere ricostruite identiche nello stesso punto. Quasi una sfida al mare… a riprovarci di nuovo. Poi l’acqua finalmente cominciava a ritirarsi e, per giorni, sulle spiagge si potevano trovare gli oggetti che il mare rifiutava. Come un collezionista che, accortosi del cattivo affare, restituiva la merce. Al calar della tempesta, i grattacieli tornavano a riflettersi nell’acqua. Ancora tutti li’, ad indicare il loro punto fisso, perso in uno spazio indefinito, oltre l’atmosfera.

La nave, ora, viaggiava su un mare piatto. Le onde si stagliavano lungo lo scafo creando un merletto, e la scia nell’acqua ricordava lo strascico di una sposa.

Anche nel cuore di Nina la tempesta era passata. Nella scia bianca scivolavano pezzi di vita. Gettava nell’acqua il tempo inutile di se’. Ore maldestre, impetuose, colpite dalla vita e dalla morte. Ore trascorse a rincorrere le ore. Meta’ della giovinezza impegnata a creare giorni migliori. Anni impiegati a cercare i confini delle possibilita’. Il limite ultimo delle capacita’, e infine trovarlo in una foto antica, chiusa in un ciondolo intorno al collo.

Una seconda vita non aveva cancellato la prima. Partire non era stato sufficiente. Bisognava tornare. E tornava, Nina, a quell’amore lontano, oltre l’Oceano, che non abitava piu’ nessun corpo, ma la cui assenza era costantemente ingombrante.

La citta’ era ormai il punto di congiunzione tra cielo e mare. Nina penso’ a una macchia d’inchiostro su una tela vergine. Un puntino nero dal quale partire per creare un dipinto. Dipingere una vita. Una nuova vita. Guardo’ il cielo in direzione del sole. La mano tesa sulla fronte e lo sguardo perso nell’azzurro.

Il sole guardava a ovest. Nina si volto’ verso est. Sorridendo strinse il ciondolo tra le mani. Poi raccolse un pensiero.

” La ricerca affannosa di me finisce dove tu inizi. Io sono i tuoi occhi, la bocca, le mani, fin quando tu sarai i miei occhi, la bocca e le mani. Abiterai la mia mente e per mille vite ancora ti cerchero’. All’alba del nostro incontro ci riconosceremo. Bambine insieme, carezzandoci le trecce, confessero’ l’origne del mio perpetuo vagare “.

L’alba non era lontana.