Stang al Laedroun

E’ piovuto, poco prima dell’alba, e il ticchettìo dell’acqua m’è parso un rovesciarsi di monetine sul pavimento. La luce pallida è salita veloce, dietro le colline, e ha invaso le campagne, le strade e le macchine parcheggiate lungo i viali. Poi la pioggia è cessata. Tutto è rimasto in silenzio, e sono restata a guardare alla finestra un film muto in bianco e nero.  C’è come della malvagità in questo pallore. La sento stringermi il petto come una morsa, e mi obbliga a nuotare in un fiume di ombre e ricordi stanchi. Il passato è una dimensione dell’anima e alcuni di noi sono destinati a viverci per sempre, incastrati, bloccati… Imprigionati, ecco, questa è la parola. Lo stereo suona Yann Tiersen mentre innaffio le orchidee e mi ostino a curare il bonsai, morto da giorni, come una madre che tenta di resuscitare il figlio, come qualcuno che non si arrende a un amore deceduto da tempo. Ho dei pensieri usati, lisi, e ho addosso mille vite che ho amato immensamente, tutte… ma non me n’è piaciuta nessuna, e non riesco a smettere di fumare. Un raggio di sole scivola lungo il terrazzo e le ombre finalmente si accorciano. Piango il mio bonsai… e mi sento vecchia.

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